I Maffei a processo per presunto voto di scambio, città volta le spalle a Roberta Iannice da cui tutto è partito

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Smarrita ma determinata, così si presentò un giorno del dicembre 2020 in redazione de l’Attacco Roberta Iannice, pronta a scoperchiare il vaso di Pandora su quanto stava accadendo all’interno della cooperativa Astra.

Lei, per 16 anni ausiliaria nelle scuole materne di Foggia (bidella si direbbe con un termine del passato) in servizio con la coop di Ludovico Maffei, ad un certo punto fu estromessa e lasciata a casa, con grave nocumento alla sussistenza della sua famiglia, rimasta senza reddito.

La donna si è trovata senza lavoro in una condizione personale di cui non ha mai fatto mistero, raccontando le sue estreme difficoltà, economiche e di salute, su queste colonne.

Sola, con una figlia e una nipotina, anziani genitori da accudire e una malattia silenziosa ma degenerativa ed invalidante: la fibromialgia.

Ad un certo punto il mondo le è crollato addosso ma non ha perso lo spirito e il coraggio di far valere le proprie ragioni. 

Di lì a poco il terremoto dello scioglimento del consiglio comunale di Foggia per infiltrazioni mafiose e il riferimento alla cooperativa Astra nella relazione prefettizia. Per Roberta e le sue 50 colleghe si apre il limbo e le mille incognite sul loro futuro lavorativo. Il servizio di bidellaggio è comunale, appaltato tramite gara, con l’arrivo dei commissari straordinari sono però stati rivisti i criteri di reclutamento e molte delle vecchie lavoratrici sono state estromesse dal servizio.

Roberta in questi anni non si è mai arresa combattendo una battaglia in perfetta (e vergognosa) solitudine.

Perché nel frattempo si è resa protagonista di un’azione che avrebbe dovuto suscitare un profondo senso di gratitudine da parte dell’intera città, in quella che è stata la fase delicatissima di transizione dalle incancrenite dinamiche di vecchia politica alla freschezza del nuovo, più trasparente e all’insegna della legalità.

Roberta Iannice (insieme a Lucia Leone, Iside Doddi e Gianluca Leone) denunciò nel 2020 il suo datore di lavoro. “Mi dovete portare per ognuna di voi almeno 15 voti, altrimenti saltate tutte quante. Chi mi aiuta io aiuto, chi non mi aiuta se ne va a casa”. Così si sarebbe espresso l’ex presidente della cooperativa foggiana di bidellaggio Astra, Ludovico Maffei, riferendosi alla candidatura del figlio Danilo, ex consigliere comunale, stando alle testimonianze rese da diversi dipendenti dell’impresa in Questura. Nel 2019 Danilo Maffei fu eletto con 913 voti e alle regionali, dopo soli otto mesi, fu a Foggia il più votato con 4.246 voti, oltre 5.200 voti in tutta la Capitanata.

La Procura ha aperto un fascicolo e giovedì la gup Michela Valente al termine dell’udienza preliminare iniziata il 28 settembre 2023, ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio dei pm Roberta Bray ed Enrico Infante. Il processo a carico di Ludovico e Danilo Maffei inizierà il 30 aprile. L’accusa ritiene che ad alcuni elettori sarebbero stati dati o promessi soldi per indicare sulla scheda il candidato Danilo Maffei; a questo si aggiungono le presunte minacce rivolte dal padre Ludovico Maffei a dipendenti della coop perché votassero il figlio alle elezioni comunali del 2019.

Gli imputati sono in tutto 22 e si dicono innocenti. La Procura contesta a vario titolo il voto di scambio; la violazione del decreto legge 49/2008 in tema di misure per assicurare la segretezza del voto; l’istigazione alla corruzione; la violenza a un presidente di seggio (e come tale pubblico ufficiale) per costringere a commettere reato; la violenza privata.

L’ex consigliere comunale nell’udienza dello scorso 5 dicembre rese dichiarazioni spontanee al giudice per le udienze preliminari negando d’aver promesso o dato soldi in cambio del voto e d’aver istigato elettori a scattare la foto della preferenza espressa a suo favore rimarcando di non conoscere nessuno dei coimputati. 

In attesa di giudizio ci sono anche Gianluigi De Vaire, Giuseppe Moffa, Maria Coda, Matteo Trisorio, Alessia Titucci, Anna Maria Consiglio, Aldo Carella, Valentina D’Onofrio, Pasquale Panunzio, Franco Panunzio, Ettore D’Antonio, Davide Racioppo, Benvenuto Racioppo, Rosa Trisorio, Adele Campanile, Maria Martella, Antonella Giordano, Pasquale Carella, Fatima Palladino, Ciro Coda.

La presidente di seggio in questione era proprio Roberta Iannice.
Il suo nome peraltro è stato reso incautamente pubblico, non coperto da omissis nelle carte e diffuso su diverse testate giornalistiche.

Roberta Iannice ha fatto la cosa giusta, grazie a lei inizierà il processo che farà piena luce sui fatti, come ogni cittadino avrebbe il dovere di fare ma invece di guadagnarsi il plauso dell’intera comunità la donna è finita isolata e ancora più sopraffatta dalle difficoltà che il suo coraggio ha comportato. Addirittura c’è chi, nella nuova amministrazione comunale, non l’avrebbe mai sentita nominare.
Incredibilmente Foggia ha voltato le spalle ad una cittadina modello, ad ogni livello, anche in quei consessi in cui si invita ad un maggiore senso civico e alla responsabilità di rendere migliore il capoluogo marchiato dall’onta dello scioglimento per infiltrazioni mafiose.

Roberta è ancora più sola, senza lavoro, senza prospettive, abbandonata a sé stessa.
“Ironia della sorte – racconta oggi a l’Attacco – è che per Maffei non è scattata l’incandidabilità e io non posso fare più la presidente di seggio, nonostante credo di aver dimostrato la mia integrità”.
“Purtroppo la mia vita da quel momento è diventata un inferno – l’amara considerazione di Roberta -, non ho mai chiesto trattamenti di favore ma almeno giustizia, quella sì. Possibile che nonostante la mia esperienza, nonostante autorevoli pareri legali e amministrativi, nonostante tutto io venga puntualmente tagliata fuori dalle opportunità di lavoro? E come mai a me viene detto di no e altre mie ex colleghe riescono ad essere assunte in posizioni alle quali mi candido anche io?”.

Nel frattempo la malattia continua a logorare inesorabilmente il corpo della donna: “Dopo una lunga battaglia legale (anche per questo ho dovuto lottare e soffrire) mi è stata riconosciuta l’invalidità al 100% e sopravvivo con il piccolo sussidio che ne deriva. Oggi però avrei potuto beneficiare di una posizione lavorativa giusta per le mie condizioni se 3 anni fa fossi stata assunta come personale Ata, beneficiando della mia esperienza pregressa che però a me non è stata riconosciuta, a differenza di quanto accade ad altri, a quanto pare. Come se non bastasse, continuo a vivere con la paura di poter subire ripercussioni per quanto ho fatto. Io amo la mia città, amo Foggia ma è veramente dura vivere sulla mia pelle tutto questo”, lo sconforto di Roberta.
 

 

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testatina dillo al direttore WEB

 



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