Raccontare le cose che avvengono in un territorio non vuol dire mai diffamarlo bensì difenderlo, vuol dire non subirle ma affermare che coinvolgono e interessano tutti. E’ questa la missione che anima il giornalista e che, nel proprio piccolo, anima chi scrive sulle pagine de l’Attacco ormai da 15 anni. Chi scrive fu la prima giornalista di Capitanata a svelare, dal 2014, il percorso che portò allo scioglimento per presunte infiltrazioni mafiose del Comune di Monte Sant’Angelo, quando il Pd - al governo di Palazzo di città dal 2017 – sedeva all’opposizione. Chi scrive raccontò delle indagini e dei retroscena di alcuni delitti di mafia, come quello di Ivan Rosa nel 2014, attirando a tal punto l’interesse della famiglia del pregiudicato che le venne consigliato caldamente di “non farsi vedere a Monte per un po’”. Solo due vicende a mo’ di esempio per ricordare che il giornalista insegue i fatti e le notizie, fatti come l’ultimo, imbarazzantissimo caso della richiesta da parte del sindaco Pierpaolo d’Arienzo al gestore della rsa Villa Santa Maria di Pulsano di assumere una donna come infermiera. E non una donna qualsiasi, bensì una signora cui quel posto era stato promesso dal consigliere Pd cui era vicina. Fatti che, nel lunghissimo pistolotto lungo ben 6.482 battute (come dire un’intera pagina di giornale), d’Arienzo è riuscito ad eludere completamente, buttando il pallone in tribuna riducendo tutto a campagna elettorale e rievocando i fatti passati dello scioglimento, dell’interdittiva del 2017 contro l’allora impresa che gestiva la rsa ed altro ancora. Ci sono voluti tre giorni perché, finalmente, il primo cittadino rispondesse. Ma non nel merito, non rispondendo alla richiesta di chiarimenti posta da l’Attacco e dalla comunità. “A loro non interessa il merito: interessa il potere e diventano feroci se lo metti in pericolo”, è il commento amaro di un non montanaro non legato politicamente a nessuno della città Unesco e abitante in altra città.
Se qualcuno, ingenuamente, aveva pensato che ci sarebbero state delle scuse, l’ammissione di essersi comportati in maniera immorale ed inopportuna, la coscienza e la capacità di provare vergogna, ha sbagliato di grosso. Eppure nella stessa maggioranza c’è stato chi ha ammesso, dietro le quinte, che “si è stati dei coglioni” (letterale) e che la figuraccia era tale da far perdere la faccia ad un’amministrazione tutta inneggiante alla legalità e alla diversità etica e politica rispetto a chi li aveva preceduti. Il risultato è estremamente avvilente.
Dieci anni dopo lo choc del commissariamento per mafia, primo caso in Capitanata, quella vicenda che ha marchiato come un’onta Monte Sant’Angelo viene ancora usata come un alibi dietro il quale nascondersi, evitare di dare risposte nel merito, pensare di poter fare come si crede. Avviene nella città garganica come nel capoluogo Foggia dove anche per la sindaca Marida Episcopo il trito e quotidiano refrain è dire che prima di lei c’era chi era peggio. Ma davvero delle comunità possono essere amministrate in tal modo, da chi fa spallucce su ogni caso dicendo “gli sciolti sono altri, non noi”?
La mafia, che albergava e continua ad albergare nel Gargano, lungi dal rappresentare un alibi deve ricordare alla classe dirigente, al contrario, che la già ferita comunità merita le migliori condotte possibili. La protervia della risposta del sindaco d’Arienzo fa specie, poi, oltre che per il perenne benaltrismo, per la maniera con cui tenta di far passare come operazione dell’opposizione l’emersione di un caso (a fronte di chissà quanto che resta ignoto, perché il sistema ha retto) che invece è stato solo frutto di errori fatti in casa Pd. Il consigliere chiede il posto per l’amica, l’assessora si informa coi gestori, i due dem parlano di altre assunzioni secondo loro riconducibili ad altri eletti di maggioranza (la vicesindaca Rosa Palomba e l’assessore Generoso Rignanese), il sindaco si incavola col gestore della rsa Minervini perché fa di testa propria e non come si era detto in merito all’infermiere da assumere, la conversazione tra d’Arienzo e Minervini viene passata alla donna per mostrare insieme ai tanti audio Whatsapp che l’impegno c’era stato in suo favore da parte della maggioranza, infine la donna esasperata (per essersi sentita scaricata) diffonde il materiale scottante. L’ultimo passaggio di questa storia è l’arrivo alla redazione de l’Attacco, di altri giornali, in Procura.
Un pasticciaccio tutto interno ai dem. Se fosse stato per l’azione della opposizione, extraconsiliare o consiliare, non si sarebbe saputo nulla. Allora, forse, sarebbe stato più onesto dire, come fatto riservatamente, “siamo stati coglioni”.
E’ la protervia che porta d’Arienzo a dare queste incredibili risposte ad alcuni commenti critici di cittadini: “Vi invito a seguire il prossimo consiglio comunale dove avrete tutte le delucidazioni. In attesa potremmo approfondire un po’ le ragioni del perché il vostro movimento non vi riconosca come gruppo territoriale, se vi va”, ai simpatizzanti M5S; “Vedi come funzionava?”, all’ex consigliere comunale di centrodestra postando le dichiarazioni di un pentito su una passata amministrazione; fino alla memorabile e minacciosa replica ad una cittadina “alla prossima seduta di consiglio riceverete le informazioni dettagliate, nel frattempo potremmo discutere di abusi edilizi nel nostro territorio…”.
Bisognerebbe assomigliare alle parole che si dicono, o non dirle affatto, evitando di sproloquiare rispetto alla fuga dei giovani e allo spopolamento quando si calpesta la meritocrazia a vantaggio di chi è vicino a qualcuno della maggioranza. L’altra tentazione che alberga, dopo questo episodio come dopo altri, è dire che “non è reato”, come da subito precisato del resto su queste colonne rivelando i fatti. Parla la sindaca della legalità di Foggia (“i tribunali sono inevitabili contro gli spargitori di fango come è inevitabile rinfrescare la memoria a detrattori e delinquenti. Vediamo le cronache giudiziarie e le condanne dei tribunali non i passaggi mediatici artatamente costruiti”, ha scritto la solidale Episcopo), parla il sindaco della legalità/segretario provinciale Pd/coordinatore regionale di Avviso pubblico, due che pontificano in lungo e in largo in Puglia e altrove, ma nessuno di loro riesce ancora a percepire l’immensa importanza che ha, nell’azione di un’amministrazione pubblica, non solo il penalmente rilevante ma anche l’inopportuno. Eppure dovrebbe essere nel loro dna di presunti “migliori” e di firmatari di Carte e codici etici.
Per la cronaca, a diversi giorni di distanza anche il presidente nazionale di Avviso pubblico Roberto Montà non risponde ancora a l’Attacco sul caso, che viola un articolo della Carta sottoscritta.
Infine ci sono quelli che liquidano tutto all’insegna del “così fan tutti”, “è sempre avvenuto così”. Resta immortale il monologo di Eduardo De Filippo in “Peppino Girella”: “È sempre cos’e nient. Tutte le situazioni così l’abbiamo risolte: è cosa ’e niente, è cosa ’e niente. Non teniamo che mangiare: è cosa ’e niente. Ci manca il necessario: cosa ’e niente. ‘O padrone muore e io perdo il posto: vabbuo’ cosa ’e niente, cosa ’e niente. Ci negano il diritto della vita: è cosa ’e niente. Ci tolgono l’aria: vabbuo’ che vvuo’ fa’, è cosa ’e niente. Sempre cosa ’e niente. Quanto sei bella. Quanto eri bella. E guarda a me, guarda cosa sono diventato. A furia ‘e ddicere “è cosa ‘e niente” siamo diventati cos’e nient io e te”.
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