Separazione carriere, Ursitti: “Ora o mai più. Non è sfiducia verso giudici, ma c’è un problema culturale”

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Mancano cinque o sei mesi al referendum (“si terrà tra marzo e aprile 2026”, ha detto il Guardasigilli Carlo Nordio) con cui gli italiani decideranno se approvare la riforma della giustizia, che lo scorso 30 ottobre ha avuto il via libera definitivo dal Parlamento. Nel frattempo una serie di tappe precedono la chiamata alle urne per i cittadini. Il referendum cosiddetto costituzionale, diverso da quello abrogativo, è innanzitutto una consultazione con la quale si acconsente o meno ad operazioni - già approvate dal Parlamento - di revisione, integrazione o modifica della Costituzione. Trattandosi di una legge di rango costituzionale, per evitare il referendum ed essere direttamente approvata in Parlamento, la riforma avrebbe invece dovuto ottenere la maggioranza dei due terzi dei componenti delle due Camere, nelle seconde deliberazioni. A chiedere ora la consultazione popolare potranno essere cinque Consigli regionali, un quinto dei membri di ciascuna delle due Camere o 500mila elettori. Intanto i parlamentari di maggioranza si sono già attivati per la richiesta del referendum e dalla prossima settimana partirà la raccolta delle firme: per i deputati servono in tutto 80 firme, 41 al Senato. L’ufficio centrale per il referendum, presso la Cassazione verificherà poi la regolarità e il numero delle firme. Successivamente la Corte Costituzionale verificherà se la legge può essere oggetto di referendum. La formulazione del quesito, il cui testo nella sostanza sarà quello della legge oggetto della consultazione, dovrà essere stabilita dalla Corte costituzionale. I magistrati costituzionalisti hanno il compito di valutare un quesito secondo i parametri di chiarezza, omogeneità e comprensibilità per i votanti. In questi giorni proliferano i sondaggi sulle intenzioni di voto. Se si votasse oggi per il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia prevarrebbero i sì, che vincerebbero 56% a 44% secondo quanto emerge da un sondaggio Youtrend per SkyTg24. I favorevoli alla riforma sarebbero in aumento: in un analogo sondaggio svolto da Youtrend a luglio i sì erano avanti di appena due punti, 51% a 49%. In base a quello realizzato da Izi, impresa di analisi e valutazioni economiche e politiche, la maggioranza degli elettori (il 57,8%) ammette di non sapere di cosa si tratta, mentre il 70,9% degli elettori, tra coloro che sono più informati, sono favorevoli alla legge ed il 21,9% contrari. Gli elettori di governo sono plebiscitari nella risposta: il 99% vuole la riforma della magistratura, mentre gli elettori di opposizione la rifiutano (81,6% elettori Pd e Avs e 79,4% M5S dicono di no). Meno marcata la vittoria dei sì secondo un altro sondaggio realizzato un paio di settimane prima del via libera definitivo della riforma dall’Istituto Noto per il programma televisivo Porta a Porta: il 57% degli italiani confermerebbe la riforma, il 22% sarebbe contrario, il restante 21% sarebbe indeciso (“non saprei”). Quanto alla partecipazione, il 60% degli italiani dichiara che andrà a votare, mentre il 23% dice che non si recherà alle urne. C’è poi una percentuale del 17% di indecisi. 

“Ho firmato per il referendum sulla riforma della giustizia e sulla separazione delle carriere in magistratura”, ha fatto sapere ieri il deputato foggiano di Fratelli d’Italia Giandonato La Salandra. “La separazione delle carriere fa parte dell'agenda politica del governo di Giorgia Meloni e, nella forma e nella sostanza, rappresenta il doveroso completamento di quanto già dettato dall’articolo 111 della Costituzione. Una riforma costituzionale iniziata già con il tema del giusto processo nel 1999, che non fa altro che cristallizzare il principio della parità delle armi perché i giudici non solo siano imparziali, ma appaiano anche imparziali. L’augurio è che possa arrivarsi al momento referendario attraverso un confronto leale e maturo, spoglio di preconcetti, basato su ciò che è scritto e non su ciò che si vuole raccontare”, ha concluso il parlamentare meloniano. 

“Come istituzione ovviamente non possiamo far nulla”, precisa a l’Attacco il penalista foggiano Gianluca Ursitti, presidente del Consiglio dell'Ordine degli avvocati e per dieci anni a capo della Camera penale di Capitanata. “Raccoglievo firme già nel 2017 in favore della separazione delle carriere. L'alto numero di assoluzioni esistenti in Italia, di cui parla l’ANM, è un dato totalmente vero. Però ne faccio un problema strutturale: il nostro codice di procedura penale è accusatorio, prevede la parità delle parti e non giudici e pm che stiano nella stessa squadra. Si crede nel giusto processo previsto dal codice penale e dalla Costituzione, il modello accusatorio prevede la parità delle armi e quindi vogliamo un giudice arbitro. Nella fase delle indagini preliminari la difesa non tocca palla. Questa battaglia non va percepita come un atto di sfiducia verso i giudici, lungi da me. E’, piuttosto, una questione culturale, che riguarda la cultura del processo accusatorio. La terzietà del giudice è un valore costituzionale. Quindi per me è indispensabile questa riforma se si vuole conservare il codice così com'è, mentre quello preesistente era di tipo inquisitorio”.

Pare difficile trovare avvocati contrari alla riforma. “Chiaramente è un tema molto sentito dall'avvocatura, soprattutto penalistica, dove sfido a trovare qualcuno che sia per il no. Se ci sono, sono veramente pochi”, continua Ursitti. “Non credo che se la riforma passasse avremmo un PM timoroso di agire: anzi, qualcuno dei magistrati dice il contrario, ovvero paventa che il pm si trasformerebbe in un superpoliziotto, ipotesi cui non saremmo contrari. Io pongo una domanda: questo processo accusatorio funziona nella maggior parte dei Paesi del mondo, perché non può funzionare anche qui in Italia?”.

Per l’ANM si intende privare la magistratura del proprio potere di controllo. “È un processo alle intenzioni affermarlo”, replica Ursitti. “Noi avvocati per primi saremmo contrari ad una magistratura requirente assoggettata alla politica, sarebbe un vero e proprio cancro del sistema giudiziario. E’ chiaro che le interferenze della politica nel sistema giudiziario sono orrende, così come il contrario”. Sempre l’ANM ricorda che in meno del 2% dei casi c’è stato il passaggio da una carriera all'altra da parte dei magistrati. “E’ vero, è un dato che conosco anche io. E allora? Meglio così. Ripeto: è un problema di principio culturale e non di uomini”.

Ma davvero si pensa che col sorteggio dei componenti del CSM si risolverebbe il fenomeno delle correnti? “Il problema delle correnti è serissimo e credo sia sotto gli occhi di tutti. Forse sul sorteggio si poteva fare meglio, ma io mi dico anche: se un magistrato non è idoneo a stare nel CSM come può essere idoneo a fare il magistrato? Sul sorteggio qualche perplessità la nutro anche io, perché per me bisogna conservare il diritto di eleggere i propri rappresentanti come è avvenuto anche nel mio caso. Insomma, non mi convince fino in fondo, capisco che il sorteggio è stato generato da una febbre”.

C’è il rischio di una politicizzazione estrema del referendum. “La mia paura è che si trasformi in un referendum di tipo politico, non vorrei mai che fosse un voto pro o contro il governo. Deve restare un referendum di tipo tecnico e come avvocatura abbiamo già chiarito a livello nazionale che non vogliamo né promuovere né bocciare il governo. Né credo a una visione corporativistica, per quanto gli avvocati siano nettamente per il sì”.

Sarà la volta buona? “Bisogna lottare. Io non sono né ottimista né pessimista. Non so come risponderanno i cittadini né quanto comprendano questa battaglia, penso che la maggior parte dei cittadini abbia altre priorità purtroppo. E’ chiaro che oggi o mai più. Nessuno nega che i problemi del sistema giudiziario siano innumerevoli – dagli organici alle sedi, alle carceri – e che non si risolvano con questa riforma, ma la separazione delle carriere migliorerà il funzionamento del processo penale”, conclude Ursitti.

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