Resta controllo giudiziario: nuova vittoria di Lavit in appello contro Procura di Bari e Prefettura di Foggia

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Nulla da fare per Prefettura di Foggia e Procura di Bari: l’ammissione della foggiana Lavit spa al controllo giudiziario è stata pienamente legittima. La sentenza della Corte di appello barese è stata assunta è stata depositata nei giorni scorsi e ieri mattina notificata alle parti. La lavanderia industriale di Foggia, che gestisce tra l’altro l’appalto del lavanolo (biancheria e materassi) per tutte le ASL pugliesi, fu colpita a dicembre 2023 da interdittiva antimafia per la parentela tra il precedente amministratore unico Lorenzo D’Alba e il padre Michele D’Alba, ritenuto da Prefettura e Procura vicino alla mafia foggiana. Poi, a settembre 2024, Lavit – da maggio 2024 guidata dall’ex generale dei Carabinieri Guido De Masi - fu ammessa al controllo giudiziario dal Tribunale di Bari, in funzione di giudice della prevenzione, per il periodo di due anni. La misura ha sospeso gli effetti dell’interdittiva, consentendo all’impresa di iscriversi nuovamente nella white list e di partecipare alle procedure di gara sotto la supervisione dell’amministratore giudiziario nella persona dell’avvocata del Foro di Roma Rosamaria Zuccaro. Dopo pochi giorni si seppe che la Procura guidata da Roberto Rossi e la Prefettura, allora capitanata da Maurizio Valiante, avevano deciso di impugnare tale decisione chiedendone la revoca. La Procura, “considerata la dimostrata stabilità del condizionamento mafioso”, fu scritto nell’appello, “ritiene “che il controllo giudiziario” non possa “in alcun modo essere utile ai fini di un’eventuale bonifica dell’impresa istante, quantomeno fino a quando sarà di fatto parte del gruppo D’Alba”. Il Tribunale barese aveva considerato “praticabile un programma di bonifica dell’impresa”, considerato che lo stesso Michele D’Alba ha recentemente ceduto (al figlio Lorenzo) le proprie quote e che non sono emerse circostanze “sintomatiche di collegamenti tali da far supporre una comunanza di attività” tra la società e la criminalità organizzata, i cui contatti sarebbero stati solo occasionali. La Procura, invece, ha ritenuto che “l’infiltrazione e il condizionamento criminale” della Lavit, “oltre a essere risalente”, sia anche “stabile, duraturo e strutturale”.

D’Alba, secondo quanto ricostruito dalle indagini della Dda Decima Azione e Decima Azione Bis, avrebbe avuto contatti “periodici e continuativi, non già caratterizzati da subalternità ma, al contrario, dalla piena parità di posizioni” con un esponente di spicco della criminalità. D’Alba, fu scritto dal procuratore Rossi nell’appello, “lungi dall’apparire una mera vittima passiva del racket foggiano, al contrario, si confronta alla pari col sodalizio criminale, discutendo con gli esponenti della cosiddetta Quarta Mafia”.

“La condotta posta in essere dall’imprenditore Michele D’Alba denota la piena condivisione di fatto con la mafia di un sistema di illegalità, volto a garantire reciproci benefici, sia pure sotto la specie della protezione. L’influenza mafiosa”, concluse Rossi, “lungi dall’essere occasionale, nel caso di specie è strutturale e coessenziale alle attività di impresa svolte da tutto il gruppo D’Alba, inclusa quella svolta dalla Lavit”. Un mese dopo, ad ottobre scorso, Michele D’Alba fu rinviato a giudizio con l’accusa di favoreggiamento aggravato dalla mafiosità nei confronti della batteria Moretti-Pellegrino-Lanza della Società foggiana.

Adesso la decisione della Corte d’appello, che ha generato grande soddisfazione in Lavit. “Avevamo sottolineato due aspetti”, afferma a l’Attacco il generale Guido De Masi. “Il primo è era che l'appello fosse irricevibile perché riportava le stesse argomentazioni del primo grado, il secondo è che Lavit non aveva neanche un'ombra di infiltrazione mafiosa e che l'operazione di self-cleaning è stata efficacissima. Il giudice ci ha dato pienamente ragione: sebbene l'appello non sia stato considerato irricevibile la Corte ha riconosciuto che riportava le stesse tesi del primo grado, però trattandosi di prevenzione delle infiltrazioni ha ritenuto opportuno esprimersi nel merito e lo ha fatto sconfessando le richieste di Procura e Prefettura. Dunque la Corte d'appello di Bari ha riconosciuto che non esiste nessuna ragione per cui Lavit non dovesse essere ammessa al controllo giudiziario, confermando la sentenza di primo grado. Non c’è alcuna evidenza di infiltrazione mafiosa”.

De Masi ritiene che ci sia un particolare accanimento contro Lavit. “Questa è la terza sconfitta per la Prefettura di Foggia. La prima fu quando chiese ai centri di gara regionali di rescindere tutti i contratti con Lavit per l'interdittiva antimafia ancor prima che si decidesse sul controllo giudiziario. Noi intervenimmo prontamente avvisando che sarebbe stato illegittimo rescindere i contratti e diffidando formalmente l’unica ASL che intendeva procedere in tal senso. Lo facemmo richiamando la legge. La seconda vittoria è stato il primo grado del Tribunale di Bari in funzione di giudice della prevenzione, con l’ammissione al controllo giudiziario accettando tutte le nostre tesi. Ora la terza vittoria, questa in appello, con la Corte che ci ha dato ragione specie nel merito. L’appello ci lasciava francamente sconcertati, ci eravamo domandati perché la Prefettura di Foggia fosse ricorsa all'appello e lo avesse fatto solo con Lavit. Non è affatto usuale. L'appello ci ha molto sorpreso e ha mostrato un accanimento contro Lavit molto sospetto, come pure ci aveva sorpreso che la Prefettura avesse chiesto la rescissione dei contratti prima del controllo giudiziario. Tutto questo fa nascere sospetti che sia stata posta in essere una manovra per eliminare Lavit dalla gestione di appalti che valgono qualche centinaio di milioni di euro. Sospetti legittimi”, sottolinea l’ex generale.

“Inoltre c'è perplessità da parte nostra per il fatto che da gennaio scorso ho chiesto di essere ricevuto dal nuovo prefetto di Foggia (Paolo Grieco, ndr) e non ho ancora ricevuto alcuna risposta. L’ex prefetto Valiante, che aveva posto in essere tutto il possibile contro Lavit, mi ricevette. Il nuovo no. O c'è un accanimento contro Lavit oppure in Prefettura hanno smarrito l'educazione”. E se dopo il biennio di controllo giudiziario, pur conclusosi positivamente a detta del Tribunale della prevenzione, la Prefettura riconfermasse l’interdittiva contro Lavit sulla base di elementi nuovi? De Masi non teme tale rischio: “Questo non opera nei confronti di Lavit perché l'interdittiva è dipesa solo dal fatto che Lorenzo D'Alba è il figlio di Michele D'Alba, il quale nella stessa imputazione del procedimento penale è indicato come vittima di mafia e non come un criminale. Escludiamo la possibilità di una riconferma. Peraltro Lorenzo D'Alba non è più da tempo al timone di Lavit ma al suo posto c'è un generale dei carabinieri. E non c'è alcuna evidenza che Michele D'Alba da vittima si sia trasformato in altro: ciò non emerge né da un'indagine né da un rapporto”.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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