La visione chiara di una Chiesa vicina alla gente e alle fragilità, con la convinzione che il ministero di un vescovo non può essere distante dalla realtà delle persone, soprattutto dei poveri e degli esclusi. è al modello di Chiesa come “ospedale da campo” centrale nel messaggio di Papa Francesco che Mons. Giorgio Ferretti sente di appartenere. Una “chiesa in uscita”, attenta alle marginalità, impegnata a costruire ponti di dialogo, accoglienza e integrazione. Tanto più in un territorio come quello della Capitanata che conosce dinamiche complesse legate alla povertà, alla fragilità sociale e alla necessità di promuovere dignità e accoglienza. Il 14 gennaio di due anni fa Mons. Giorgio Ferretti ha fatto il suo ingresso ufficiale nell’Arcidiocesi Metropolitana di Foggia-Bovino, assumendo il ministero pastorale come Arcivescovo Metropolita dopo la nomina di Papa Francesco del 18 novembre 2023 e la sua ordinazione episcopale nella Basilica di San Giovanni in Laterano il 9 dicembre precedente. Porta con sé l’esperienza di missionario “fidei donum” nell’Arcidiocesi di Maputo in Mozambico - che ha lasciato per svolgere il suo incarico in Via Oberdan - dove è stato parroco della Cattedrale Metropolitana di Nossa Senhora da Conceição e dove per anni ha lavorato tra la gente nei quartieri più popolosi e tra chi vive nelle periferie delle grandi città africane. l’Attacco ha ospitato sua Eccellenza in redazione per un’intervista a tutto tondo sulla Chiesa di Foggia, sul ruolo delle parrocchie e delle opere caritatevoli, sull’apertura ai social, i progetti per la fruizione del patrimonio delle chiese, l’idea di fare del Sacro Tavolo dell’Iconavetere un nuovo attrattore per la città di Foggia, tra fede, identità, esperienza spirituale e culturale.
Monsignor Ferretti, cominciamo dal tema della comunicazione della Chiesa foggiana, prendendo spunto dalla recente notizia dell’apertura di un nuovo sito web dell’Arcidiocesi Foggia Bovino. Come si pone la Chiesa in una stagione così tumultuosa dal punto di vista dei cambiamenti?
La nostra comunicazione avviene su tre livelli diversi: c’è un primo livello che è quello liturgico, che trova il suo apice nella messa domenicale. Questo è caratterizzato dalla comunicazione spirituale, che rimane per noi fondamentale, cioè quella della comunità ecclesiale che si riunisce. Poi esiste la possibilità dell’incontro personale che un fedele può avere col sacerdote, sia nel sacramento della riconciliazione che nella direzione spirituale, e per questo direi che la presenza delle parrocchie e dei sacerdoti sul territorio è fondamentale, essi sono gli ultimi presidi che fungono da luoghi di aggregazione, dove si può parlare, si può porre un problema che sia spirituale, personale ma anche concreto. Penso alle nostre Caritas, alla possibilità che si possa andare in parrocchia a chiedere da mangiare, o l’aiuto per il pagamento di una bolletta, per comprare le scarpe o il materiale scolastico per i figli, come abbiamo fatto con la campagna varata lo scorso settembre. Poi c’è il livello della comunicazione sui social, che è importante allo stesso modo ma non prioritario.
Avete uno stile comunicativo che vi caratterizza e che sia riconoscibile sui social?
Cerchiamo di fare del nostro meglio affinché la nostra comunicazione risulti proattiva; voi usate la parola attacco, noi vogliamo mostrare che la comunicazione è fatta anche di temi positivi; l’idea è quella di proporre sempre il bene, la vita buona che viene dal Vangelo.
Lei segue il clero della nostra città anche in relazione a questi nuovi indirizzi?
Al mio arrivo ho trovato sacerdoti, parroci giovani e meno giovani volenterosi e pronti a seguire i percorsi di una proposta costruttiva. Voi ascoltate la parola del Vescovo sulle grandi questioni, ma quanto dico è preceduto da una riflessione nel Consiglio presbiterale, che è un po’ il senato della Chiesa, e nel Consiglio pastorale diocesano, che è formato da più di 50 membri, tra laici, religiose, religiosi e sacerdoti. Al Convegno diocesano dello scorso settembre hanno partecipato più di 800 delegati delle parrocchie e si è discusso di temi importanti. Il vescovo parla a nome della Chiesa, che lavora insieme.
Oggi ha un’idea più precisa della nostra città, della crisi della nostra città?
Certo, della crisi e delle prospettive della nostra città. Alcuni giorni fa ho incontrato un imprenditore che mi ha stupito dicendomi che qui c’è tanto lavoro, mi ha stupito perché ha detto esattamente il contrario di quello che si afferma quotidianamente. Gli ultimi dati ci dicono che ci sono più di 500 nuove imprese nella nostra Provincia, molte sono le start up dei giovani, se Dio vuole piove anche...e questo è benedizione per la nostra agricoltura. Io credo in Foggia e ultimamente sempre di più, certo bisogna fare molta attenzione a ciò che accade attorno a noi, gli omicidi di mafia e altri accadimenti negativi mettono paura, fanno tornare ombre del passato e si contrappongono ad un ottimismo che non va scambiato per superficialità di chi non vede i problemi, ma è riporre fiducia e credere nella gente di questa terra. Io credo nella gente di Foggia, ne vedo le qualità.
Lei è giunto a Foggia nel pieno della stagione degli scioglimenti dei comuni per mafia e delle innumerevoli interdizioni. Pensava di trovare una città mafiosa? Se sì, ha avuto poi disconferme empiriche rispetto alle attese della vigilia?
Io non avevo attese negative, venivo da un altro mondo, dall’Africa, sono anch’io un immigrato... (ride, ndr). Foggia è fatta di tanta, tanta brava gente, di persone intelligenti, che hanno voglia di fare, di promuovere questo territorio; qui la Chiesa ha tanti alleati e tanti amici. Che ci siano problemi non è in discussione, ma il male non è Foggia, il cancro non è il corpo, come diceva Falcone ogni realtà umana ha un inizio ed una fine, e questo vale soprattutto per le realtà negative. Bisogna impegnarci...
Lei definirebbe Foggia una città conservatrice?
Io la definirei una città che cerca riscatto, questa è la definizione che io voglio dare di Foggia. Solo che è molto fragile, basta un accadimento negativo a inquinare il desiderio di un futuro diverso; dobbiamo combattere le cattive notizie, non nascondendole, ma collocandole nel contesto di una forza positiva che si oppone al male.
Le chiedo un parere sulla qualità del nostro ceto decisore e della nostra classe dirigente, secondo lei è generosa? Quando incrocia i nostri amministratori della cosa pubblica, coglie slanci di generosità, di passione vera per le nostre comunità?
Sì, a me pare che nell’ultimo anno si sia diffuso un ottimismo maggiore a fronte di un minore vittimismo, lo percepisco, e noi come Chiesa cerchiamo di promuovere questa tendenza. L’uomo e la donna di Dio sono ottimisti perché vedono la storia che procede verso Cristo, non c’è tristezza o rassegnazione o pessimismo nella storia, il cristiano va verso la luce non verso le tenebre. Lo ripeto, io vedo una terra che anela riscatto e un ottimismo giustificato che si va diffondendo.
Nei giorni scorsi un inviato di El Paìs, il più grande quotidiano spagnolo, ha visitato la pista di Borgo Mezzanone insieme ad un giornalista de l’Attacco per un reportage. Lei sa che questo territorio che era destinatario di oltre il 50% delle risorse riconosciute dall’Europa per il superamento dei ghetti ha perso tutti i 103 milioni? Incredibilmente il sistema istituzionale di questo territorio ha perso un’occasione irripetibile per invertire la rotta. Come è stato possibile?
Questo non lo deve chiedere a me, ciò che posso dirle è che noi siamo per il superamento dei ghetti, per la cancellazione del CARA e della Pista di Borgo Mezzanone, per non alimentare una situazione non dignitosa per la vita umana e per la legalità. Torretta Antonacci ed altri ghetti sono vergogne per la nostra Provincia, vanno cancellate! Bisogna trovare delle soluzioni alternative: per esempio favorire una politica di accoglienza nei Paesi del Subappennino e nelle varie borgate, incrementando un sistema di trasporto e tutti gli altri presupposti necessari. Questo avrebbe certamente costi più contenuti rispetto alla realizzazione delle ‘new town’. I fondi ci sono; nella sua ultima visita a Foggia, il ministro Piantedosi ci ha garantito che esistono fonti di finanziamento sia nazionali che europei. Alcuni sindaci delle aree interne hanno già accolto diverse famiglie di immigrati, i cui figli hanno permesso di tenere le scuole aperte; si tratta di persone che hanno trovato lavoro e ripopolato realtà che vanno riducendosi. Non si tratta di sostituire la popolazione dei cosiddetti antichi italiani con i nuovi italiani, ma di una integrazione fra le due realtà. C’è tutta una politica da fare su questo, bisogna mettersi a lavoro.
In occasione degli auguri per il Natale, lei ha lanciato la suggestione della simbologia dell’Iconavetere che al momento è in restauro a Firenze. Traspare dalle sue parole l’intenzione di voler puntare in maniera forte su un emblema della fede ma anche dell’identità dell’intera comunità foggiana, è così?
Com’è noto l’Iconavetere si trova all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze che è il maggior istituto italiano di restauro. Dopo tutte le analisi di rito, gli esperti stanno lavorando per riportare all’origine l’immagine della Madre di Dio, con il Figlio tra le braccia, risalente a prima dell’anno Mille. Si sta anche provvedendo a correggere gli esiti di un precedente restauro conservativo, realizzato nel 1980, che ha purtroppo compromesso la lettura iconografica. Quando l’Iconavetere ritornerà a Foggia immaginiamo un’ostensione. Viviamo nell’era delle immagini e non è più spiegabile il perché la Protettrice di questa Città non possa essere vista. C’è stato un tempo del mistero, ma la natura stessa dell’icona è quella di finestra sulle realtà spirituali. Per questo stiamo studiando su come procedere.
Pensa ad un grande evento?
Più di uno, in verità. Pensiamo all’ostensione nei giorni della festa della Patrona, un po’ come accade per la Sacra Sindone di Torino. Si vorrebbe un rilancio della festa, che possa divenire anche un volano per il turismo religioso. Di certo c’è che a maggio prossimo gli operatori dell’Opificio di Firenze saranno a Foggia per una presentazione pubblica su come sta procedendo il restauro.
Però San Giovanni Rotondo insegna che si è esagerato sin troppo nello ‘sfruttare’ l’eccezionalità della beatificazione e della presenza della figura di san Pio...
Non sarà il nostro caso per tante ragioni.
E’ stata quanto meno irrituale l’operazione di grande successo peraltro di prestare la Basilica Cattedrale di Foggia per le session del Giordano in Jazz, con lo speciale videomapping ammirato nel periodo natalizio. Come si è convinto a farlo?
È stato un evento di musica sacra. Questo ha consentito, peraltro, che la gente visitasse maggiormente la Cattedrale e la sua Cripta, bellissimo sito, che è parte della Cappella palatina dello storico palazzo di Federico II. Le Chiese devono avere anche fisicamente le porte aperte, essere accessibili, accoglienti, un luogo dove dire una preghiera, trovare una parola di conforto, ma anche uno spazio di silenzio, fuori dalla confusione della città. Entro l’anno speriamo di riuscire ad aprire la Cripta e a rendere fruibile il percorso delle chiese del cosiddetto barocco minore sull’asse di Via Arpi. La volontà c’è, ma è evidente che è anche una questione di reperimento fondi. Quella della rassegna musicale è stata una felice operazione fatta in collaborazione con il Comune e il Conservatorio.
(a cura di Daniela Corfiati)
How to resolve AdBlock issue?


(condividi) in basso allo schermo,
(Aggiungi alla schermata Home).