Foggia in D: storia di una morte annunciata che parte dallo scorso luglio e che ha più di una paternità

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Una morte annunciata. Fin dalla scorsa estate, quando il pallone da un momento all’altro sembrava dovesse smettere di rotolare. Epilogo scritto con largo anticipo, ma ugualmente difficile da digerire. Per quanto la rassegnazione da qualche tempo abbia  preso il sopravvento. Il giorno dopo, però, la discesa negli inferi della serie D fa  male lo stesso. E non tanto  perché il patatrac sia giunto inatteso, la retrocessione del Foggia in fondo parte da molto lontano ed ha più di una paternità. Ma vedere una squadra arrivare all’atto finale e decisivo della stagione senza avere un’anima e senza esibire uno straccio  di reazione, è il segnale inequivocabile di una resa che è stata incondizionata.

E che mette spalle al muro, di fronte alle proprie responsabilità, un gruppo che si è dimostrato assolutamente inadeguato per la categoria. Per qualità tecniche e soprattutto temperamentali.

Battere la Salernitana negli ultimi 90’, alla luce dei risultati maturati sugli altri campi, avrebbe voluto dire agguantare per il rotto della cuffia un playout che poteva riaccendere la speranza. Anche se avrebbe finito con l’alimentare aspettative che poi sarebbero state disattese da una squadra incapace di restare a galla e tirarsi fuori dai guai con le proprie mani. 

Meglio allora che sia finita così, prolungare il supplizio avrebbe solo posticipato di qualche settimana una retrocessione meritatissima, giunta a margine di una stagione iniziata male e finita ancora peggio. Già partita, intanto, la caccia alle streghe e alle responsabilità che hanno portato il Foggia a conoscere per la prima volta nella sua storia l’onta del salto in D sul campo, a macchiarsi di uno dei risultati più negativi in assoluto è la coppia sulla quale si riponevano le speranze di mettersi alle spalle un quinquennio che da queste parti ha prodotto solo macerie.

Gennaro Casillo e Giuseppe De Vitto salgono inevitabilmente sul banco degli imputati perché il tracollo reca in calce la loro firma. E perchè non hanno saputo gestire la delicata fase del trapasso gestionale che avrebbe dovuto prevedere una maggiore cautela nell’operare quelle scelte che poi hanno portato al dramma sportivo che si è consumato domenica sera.

I due giovani imprenditori ora crocifissi dalla critica, non sono evidentemente esenti da colpe, e loro per primi non si sono sottratti alle proprie responsabilità: “Ci abbiamo provato in tutti i modi - hanno ripetuto all’unisono e con la morte nel cuore domenica sera nel ventre dello Zaccheria -. Lo abbiamo fatto con tanta passione dal primo giorno. Non avremmo mai immaginato però di infilare tutte queste sconfitte, col senno di poi avrei fatto altre scelte, ma non si può tornare indietro. La colpa è solo nostra, ma il Foggia tornerà presto nei palcoscenici che merita”. Un’assunzione di responsabilità che giustifica fino ad un certo punto il calvario di un club che si ritrova fra i dilettanti per la terza volta negli ultimi 14 anni non certo per caso. E che evidentemente riflette la crisi molto più ampia di una città (e di una imprenditoria) che non riesce più a fare sistema nemmeno attorno al pallone.

Casillo e De Vitto pagano di tasca loro (sarebbe già vicina ai 4 milioni di euro l’esposizione dei due nuovi proprietari del club fra acquisizione delle quote e impegni assunti nella onerosa campagna di trasferimenti di gennaio, ndr), per via di una strategia che avrebbe dovuto recidere da subito i ponti col più recente passato. Nessun giro di vite iniziale che probabilmente avrebbe inaugurato un cambio di rotta netto, i due viceversa hanno inciso (e pesantemente) sul piano squisitamente tecnico con tre cambi in panchina rivelatisi deleteri, in quanto hanno di fatto prodotto quelle 10 pesantissime sconfitte di fila dalle quali il Foggia non è stato poi più capace di risollevarsi. Prima Cangelosi, col quale la rottura è stata insanabile dopo solo due gare (ed altrettante sconfitte), quindi Pazienza hanno acuito una crisi che forse, chissà, rinnovando la fiducia a Barilari si sarebbe potuta tamponare senza giungere a conseguenze estreme. E invece ci si è arroccati su posizioni che alla distanza hanno prodotto effetti negativi anche all’interno di uno spogliatoio fragile e privo di leader capaci con il loro carisma di trascinare i compagni.

Il Foggia così si è inabissato preda delle proprie ansie, senza le penalizzazioni di Trapani e Siracusa, sarebbe stato agonizzante sul fondo della classifica ed il de profundis sarebbe stato intonato con largo anticipo: 27 punti sono lo specchio di una squadra che sul campo si è rivelata per distacco la peggiore del lotto.
 
E qui finiscono i demeriti del nuovo corso, e cominciano quelli di chi questa retrocessione l’ha indirizzata a tavolino a monte. L’estate scorsa, quando probabilmente spinta dall’amministrazione giudiziaria appena insediatasi, non ha potuto sottrarsi ai propri impegni, iscrivendo (obtorto collo) il Foggia al campionato. Destinando al contempo risorse irrisorie ad un progetto che avrebbe avuto in Delio Rossi il suo unico ed imprescindibile garante.

Una sorta di specchietto delle allodole che sarebbe durato il breve volgere di un mattino, perché il tecnico riminese (che nel frattempo aveva ceduto alle lusinghe del patron che lo tampinava da tempo ed al quale aveva risposto sempre picche dal momento in cui aveva deciso di mollare dopo la mancata promozione), ci avrebbe messo poco a capire che si stava per infilare in un tunnel senza via di uscita. E che le promesse da marinaio di Nicola Canonico avrebbero solo allungato l’agonia.  E’ accaduto così che in agosto il Foggia nel catino ribollente di Trinitapoli fosse ancora un cantiere aperto nel quale si avvicendavano calciatori in prova (proposti quasi sempre dallo stesso fidato agente Fifa), e che nella maggior parte dei casi per quanto improponibili per la serie C sono finiti ugualmente sotto contratto. Un tourbillon utile solo a mischiare le carte e a rendere oltremodo  lastricato l’operato di Rossi, ritrovatosi alla vigilia di campionato con un gruppo eterogeneo e largamente incompleto. Il 6-0 del debutto a Catania sarebbe stato premonitore dell’annata dei tormenti che si stava per intraprendere: senza l’avallo da parte del signor Rossi, amatissimo dall’ambiente, chissà mai se quell’aborto di progetto tecnico avrebbe preso le mosse. E quì vengono a galla le precise responsabilità del tecnico romagnolo, che anzichè assecondare i propositi di chi restava in sella per onore di firma, avrebbe fatto meglio a fare un passo indietro e a smascherare quelle che erano le reali intenzioni dell’imprenditore barese.
Invece di soprassedere e di attendere settembre, quando si sarebbero registrate le prime avvisaglie di una crisi che covava già da tempo sotto la cenere. E che sarebbe poi deflagrata con l’uscita di scena di Delio Rossi, che tre stagioni prima era andato a centimetri dal ritorno in B. Il prosieguo è storia recente, ed è la saga degli errori a ripetizione ai quali più nessuno è riuscito a sottrarsi. E che hanno decretato il tracollo finale di una morte annunciata. Fin dalla scorsa estate, in tempi non sospetti.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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