Tutto (ri)comincia quando una cittadina originaria della borgata - oggi residente altrove - ha inviato a Michele Cifaldi lo screenshot di un’immagine pubblicata sui social dell’organizzazione umanitaria Intersos. C’è una baracca dell’ex pista, accompagnata dalla dicitura “Borgo Mezzanone esiste anche se tu non lo vedi”. Una frase che, per chi conosce la storia del territorio, suona come una cancellazione. Perché, a dirla tutta, quella baracca non è Borgo Mezzanone. E quella frase - così evocativa - finisce per sovrapporre due realtà che non sono mai state la stessa cosa. Cifaldi presiede la Pro Loco e quando racconta quest’ultima vicenda a l’Attacco non lo fa con rabbia. Non ha il tono di chi vuole polemizzare. Piuttosto è quello di chi - da anni - si trova costretto a difendere un’identità che rischia continuamente di essere riscritta da altri. Ha scritto una PEC, Intersos ha risposto e rimosso il post spiegando che non c’era alcuna intenzione di ferire la comunità. Nessuno ne dubita, vista la meritoria opera che svolgono quotidianamente “per cui siamo tutti grati”. Ma non è un episodio isolato perché resta – e prolifera - una costellazione di immagini, articoli, servizi televisivi che, ogni volta che pronunciano il nome della borgata, mostrano invece il ghetto nell’ex pista: baracche, fango, cavi volanti, povertà estrema. Un mondo che esiste, certo, e che nessuno vuole negare. Però non coincide con la borgata, le sue case, le famiglie, la vita quotidiana di chi lì è nato e cresciuto. È questa sovrapposizione continua, quasi automatica, a ferire di più. Perché non è solo un luogo comune, ma piuttosto è un meccanismo che produce effetti concreti. Cifaldi lo ricorda con un esempio che sembra piccolo, ma che in realtà è enorme. Durante un esame universitario, una giovane professoressa lo ha guardato con un’aria strana, come se volesse chiedere qualcosa ma non osasse. Alla fine, la domanda è arrivata: “Ma lei ha l’acqua a casa sua?”. È la dimostrazione di quanto la narrazione dominante abbia scavato in profondità, arrivando a plasmare l’immaginario collettivo. Per molti, Borgo Mezzanone è un luogo senza acqua, servizi e legalità. Coincide con l’ex pista. Tuttavia quel luogo non è la borgata. Il presidente della Pro Loco lo ripete più volte: “Noi esistiamo da molto più tempo”. La borgata ha una storia che precede di decenni l’insediamento informale sorto accanto al CARA. E c’è una comunità che non ha nulla a che fare con il ghetto. Ha famiglie che vivono in case regolari, pagano le tasse, mandano i figli a scuola, lavorano nei campi o nelle aziende della zona. Eppure, ogni volta che il nome di Borgo Mezzanone appare sui giornali, è quasi sempre per raccontare altro: il degrado, i roghi, i blitz, i cani randagi, le baracche. Persino quando il TG3 ha parlato dell’intervento dell’ASL Foggia per i cani randagi, ha usato il nome della borgata pur riferendosi all’ex pista. “Da noi cani pieni di zecche non ce ne sono”, commenta Cifaldi. E non lo dice per negare i problemi dell’insediamento informale, ma per difendere la verità del suo territorio.