Dopo il servizio andato in onda a “La Vita in Diretta”, col racconto di un intero paese invitato alla festa del matrimonio tra Serena e Gianni, Carlantino torna nuovamente protagonista su Rai Uno. Mercoledì 15 luglio, a partire dalle ore 12:00, sarà la versione estiva di “Camper” a dedicare un ampio spazio al paese, mandando in onda le immagini e le interviste realizzate dalla troupe che si è recata a Carlantino nei giorni scorsi. Il programma condotto da Peppone Calabrese ha una media di circa 2 milioni di telespettatori. Attraverso immagini e interviste, “Camper” racconta agli italiani i luoghi più belli della Penisola, quelli più interessanti da scoprire soprattutto tra le destinazioni emergenti, fuori dai circuiti del turismo di massa e, per questo, ancora più affascinanti. Carlantino sarà al centro di un racconto che mostrerà ai telespettatori il belvedere che affaccia sul lago di Occhito, l’area naturalistica che abbraccia la diga, la Chiesa della Santissima Annunziata, tutti i luoghi più caratteristici del paese. Lo speciale è anche corredato da diverse interviste fatte agli abitanti di Carlantino. Negli ultimi anni, è cresciuta moltissimo l’attenzione dei media nazionali per il paese del lago di Occhito, anche grazie a un costante lavoro di valorizzazione che vede lavorare insieme, sinergicamente, le associazioni carlantinesi e l’amministrazione comunale.

A Melpignano, l’ultima notte d’agosto, succede una cosa difficile da spiegare a chi non c’è mai stato. Un paese di poco più di duemila anime, immerso nel cuore del Salento, si riempie all’improvviso di centinaia di migliaia di persone. Si accendono i tamburelli, le chitarre battenti, i violini; la piazza davanti all’ex convento degli Agostiniani diventa un corpo solo che si muove a tempo di una musica che sembra salire dalla terra. È il Concertone finale della Notte della Taranta, e per una notte questo angolo di Puglia è il centro del mondo. Eppure, fino a una trentina d’anni fa, qui d’estate non veniva nessuno. La pizzica era roba da vecchi, un imbarazzo da nascondere, il suono di una musica contadina che molti volevano dimenticare. Poi qualcuno ha deciso che quella musica era, al contrario, un tesoro. E ha avuto la pazienza di trasformarla in un racconto. Oggi la Notte della Taranta è il più grande festival di musica popolare d’Europa. Soprattutto — ed è questo che interessa a noi — è una macchina che funziona. Gli studi accademici le attribuiscono un indotto complessivo superiore ai venticinque milioni di euro a fronte di un investimento pubblico di circa tre milioni e ottocentomila: sei euro e mezzo per ogni euro speso. E circa due terzi del pubblico del Concertone arriva da fuori regione. Non sono salentini che escono di casa: sono turisti che il Salento, prima, non lo conoscevano. Il segreto non è la pizzica. È la regia. Dietro l’evento c’è una Fondazione, nata nel 2008 e operativa dal 2010, e c’è l’Unione dei Comuni della Grecìa Salentina: un soggetto stabile, una cabina di regia che tiene insieme i paesi invece di metterli in concorrenza. Il festival non è una serata, è un mese: prima delle tappe itineranti che attraversano i borghi uno dopo l’altro, poi il Concertone. La pizzica diventa il filo che cuce insieme tutto il territorio, e ogni paese ne ricava una fetta. È cresciuta così, anno dopo anno, dai cinquemila spettatori delle prime edizioni agli oltre duecentomila di oggi. Non per miracolo. Per ostinazione. Ma forse Melpignano è ancora troppo grande, troppo “festival”, per togliere ogni scusa. Allora andiamo su un molo. A Rimini, solitamente l’ultimo sabato di giugno, i pescherecci del porto canale smettono di pescare e diventano altro. Sui ponti delle barche ormeggiate salgono i dj — ottanta, novanta, su circa una dozzina di scafi trasformati in consolle galleggianti, ognuna con un genere musicale differente — e dal tramonto a notte fonda il porto si trasforma nel più grande locale a cielo aperto d’Italia. Si chiama Molo Street Parade, va avanti dal 2012, e porta oltre duecentomila persone in una sola notte. Il colpo di genio non è la musica. È ciò che accade sulla banchina: mentre i dj suonano, i pescatori cuociono il pesce azzurro fresco, quintali di sardoncini sulla griglia, lo squacquerone, la piadina, il sangiovese. Non è un concerto con un palco calato dall’alto. È l’identità di una città, di un porto — le barche, il pesce, gli uomini che lo pescano — messa in scena e venduta. L’ultima rilevazione parla di circa tredici milioni di giro d’affari, quasi quarantottomila arrivi nel fine settimana, cento settantacinquemila presenze. Ora chiudiamo gli occhi e spostiamoci di quattrocento chilometri più a sud, sempre nel mare Adriatico: a Manfredonia. Il Golfo che già i romani conoscevano, la città che dalla seppia ha preso perfino il nome antico — Siponto — e la cui marineria è stata per generazioni una delle più importanti d’Italia. La pesca delle seppie nel Golfo è l’unica in Italia ad avere una normativa tutta sua, con un rito di “spartizione del mare” tirato a sorte ogni 19 marzo, il giorno di San Giuseppe. C’è tutto: il porto, le barche, il pesce, per fino il cerimoniale antico. La materia prima della Molo Street Parade, qui, esiste già — e da molto più tempo che a Rimini. Mentre a Rimini i pescherecci diventano un palcoscenico che porta duecentomila persone, a Manfredonia i pescherecci semplicemente scompaiono, e con loro un mestiere, un sapere, un’identità che nessuno ha pensato di raccontare prima che fosse troppo tardi. Non è che manchi il mare. Non è che manchino le barche. Manca chi guardi quelle barche e ci veda, oltre alla fatica, una storia da raccontare, da mettere in scena. C’è ancora un’obiezione possibile: che il mare faccia gioco facile. Che con una costa, dei pescherecci, una spiaggia, sia tutto più semplice.

Se si potesse tracciare un filo conduttore per unire idealmente i fichi d’India dipinti dal celebre Renato Guttuso con le erbe spontanee fotografate da Rocco Casaluci, questo attraverserebbe il Mediterraneo - giungendo al Gargano dalla Sicilia (terra d’origine del pittore) - e finirebbe per intrecciarsi con la storia delle antiche torri costiere di Vieste. Forse è proprio da questo collegamento che ha preso vita  uno dei progetti culturali più ambiziosi dell’estate viestana. Due mostre profondamente diverse ma accomunate dalla medesima intuizione: riportare al centro il territorio, osservandolo sotto una luce diversa. Torre San Felice, restituita alla città dopo un importante intervento di recupero, è stata infatti trasformata in sede espositiva per una mostra che porta sul Gargano uno dei grandi maestri del Novecento italiano come Guttuso. Sul lato nord, a Torre Porticello, la fotografia incontra la botanica e invita a guardare con occhi nuovi ciò che spesso passa inosservato. Il cuore dell’operazione resta la mostra dedicata a Renato Guttuso, visitabile dal 7 giugno fino al 20 settembre: ventitré opere originali, tutte archiviate e pubblicate nel catalogo generale dell’artista, selezionate dal curatore Giuseppe Benvenuto per raccontare l’intero universo creativo del maestro siciliano. “Sono rappresentate quasi tutte le grandi tematiche della pittura di Guttuso”, spiega Giuseppe Benvenuto a l’Attacco. “Dalle nature morte ai paesaggi, dai nudi ai temi del lavoro e della dimensione politico-sociale. È un Guttuso completo, sinceramente il più importante che abbia mai proposto”.

Federico II senza la sua Capitanata. È il paradosso del nuovo film del regista e produttore barese Francesco Lopez con la sua casa di produzione indipendente OZ Film, “La Meraviglia del Mondo”, con protagonista e co-produttore l’attore, nato a Trani e vissuto fino all’età di sedici anni ad Andria, Riccardo Scamarcio, con la sua società Lebowski, dedicato alla figura dello Stupor Mundi. Il film intende raccontare Federico II come un uomo del 1200, che ha trovato soluzioni a questioni che oggi sembrerebbero insormontabili. “Quella che doveva essere una semplice prova d’attore si trasforma in un confronto viscerale con il personaggio storico. Ciò porterà Riccardo allo scontro con i produttori e a voler cambiare il finale del film”, è spiegato nella sinossi del film. La scelta di Riccardo Scamarcio nel ruolo dell’Imperatore non è casuale: attore e personaggio viaggiano in parallelo per più di un motivo. “Riccardo, riconoscendosi nel pensiero dell’Imperatore, comincia a confondere la realtà storica con l’interpretazione tanto da andare, durante le riprese, oltre il copione, regalando così a Federico II un’ultima manifestazione del suo spirito: quell’inno all’evoluzione culturale e umana che diventerà un inno alla libertà per l’attore”. Il film è il mockumentary di una messinscena che alterna registri visivi e narrativi per seguire l’attore nella ricerca del suo personaggio e il personaggio nella ricerca del suo ruolo da imperatore nella storia. Una prima parte delle riprese è stata girata a dicembre 2025 in alcuni luoghi federiciani, come Jesi nelle Marche, città dove nacque Federico II, e Napoli, dove ha fondato l’Università degli Studi Federico II nel 1224, ufficialmente considerata la prima università statale e laica del mondo. Le riprese, ricominciate lo scorso 11 maggio, sono in corso in Puglia a Castel del Monte, Bari, Andria, Barletta, Molfetta, Carovigno, in Lucania a Melfi, Lagopesole, Laghi di Monticchio e a Palermo, ultima tappa del set. Il film ha ottenuto il supporto di Apulia Film Commission, Lucana Film Commission, RAI Cinema e Ministero della Cultura. La scelta di escludere la provincia di Foggia dalle riprese del film ha fatto storcere il naso ad Enzo Dota, esperto di marketing territoriale, che a l’Attacco ha ritenuto inaccettabile questa cancellazione storica: “Foggia è Federico II. Ha rimodellato la cucina nostrana e la Capitanata era la sua residenza di caccia”.

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