Ci vorrebbe Tonino Guerra: come un territorio sceglie di raccontarsi attraverso un immaginario

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A Melpignano, l’ultima notte d’agosto, succede una cosa difficile da spiegare a chi non c’è mai stato. Un paese di poco più di duemila anime, immerso nel cuore del Salento, si riempie all’improvviso di centinaia di migliaia di persone. Si accendono i tamburelli, le chitarre battenti, i violini; la piazza davanti all’ex convento degli Agostiniani diventa un corpo solo che si muove a tempo di una musica che sembra salire dalla terra. È il Concertone finale della Notte della Taranta, e per una notte questo angolo di Puglia è il centro del mondo. Eppure, fino a una trentina d’anni fa, qui d’estate non veniva nessuno. La pizzica era roba da vecchi, un imbarazzo da nascondere, il suono di una musica contadina che molti volevano dimenticare. Poi qualcuno ha deciso che quella musica era, al contrario, un tesoro. E ha avuto la pazienza di trasformarla in un racconto. Oggi la Notte della Taranta è il più grande festival di musica popolare d’Europa. Soprattutto — ed è questo che interessa a noi — è una macchina che funziona. Gli studi accademici le attribuiscono un indotto complessivo superiore ai venticinque milioni di euro a fronte di un investimento pubblico di circa tre milioni e ottocentomila: sei euro e mezzo per ogni euro speso. E circa due terzi del pubblico del Concertone arriva da fuori regione. Non sono salentini che escono di casa: sono turisti che il Salento, prima, non lo conoscevano. Il segreto non è la pizzica. È la regia. Dietro l’evento c’è una Fondazione, nata nel 2008 e operativa dal 2010, e c’è l’Unione dei Comuni della Grecìa Salentina: un soggetto stabile, una cabina di regia che tiene insieme i paesi invece di metterli in concorrenza. Il festival non è una serata, è un mese: prima delle tappe itineranti che attraversano i borghi uno dopo l’altro, poi il Concertone. La pizzica diventa il filo che cuce insieme tutto il territorio, e ogni paese ne ricava una fetta. È cresciuta così, anno dopo anno, dai cinquemila spettatori delle prime edizioni agli oltre duecentomila di oggi. Non per miracolo. Per ostinazione. Ma forse Melpignano è ancora troppo grande, troppo “festival”, per togliere ogni scusa. Allora andiamo su un molo. A Rimini, solitamente l’ultimo sabato di giugno, i pescherecci del porto canale smettono di pescare e diventano altro. Sui ponti delle barche ormeggiate salgono i dj — ottanta, novanta, su circa una dozzina di scafi trasformati in consolle galleggianti, ognuna con un genere musicale differente — e dal tramonto a notte fonda il porto si trasforma nel più grande locale a cielo aperto d’Italia. Si chiama Molo Street Parade, va avanti dal 2012, e porta oltre duecentomila persone in una sola notte. Il colpo di genio non è la musica. È ciò che accade sulla banchina: mentre i dj suonano, i pescatori cuociono il pesce azzurro fresco, quintali di sardoncini sulla griglia, lo squacquerone, la piadina, il sangiovese. Non è un concerto con un palco calato dall’alto. È l’identità di una città, di un porto — le barche, il pesce, gli uomini che lo pescano — messa in scena e venduta. L’ultima rilevazione parla di circa tredici milioni di giro d’affari, quasi quarantottomila arrivi nel fine settimana, cento settantacinquemila presenze. Ora chiudiamo gli occhi e spostiamoci di quattrocento chilometri più a sud, sempre nel mare Adriatico: a Manfredonia. Il Golfo che già i romani conoscevano, la città che dalla seppia ha preso perfino il nome antico — Siponto — e la cui marineria è stata per generazioni una delle più importanti d’Italia. La pesca delle seppie nel Golfo è l’unica in Italia ad avere una normativa tutta sua, con un rito di “spartizione del mare” tirato a sorte ogni 19 marzo, il giorno di San Giuseppe. C’è tutto: il porto, le barche, il pesce, per fino il cerimoniale antico. La materia prima della Molo Street Parade, qui, esiste già — e da molto più tempo che a Rimini. Mentre a Rimini i pescherecci diventano un palcoscenico che porta duecentomila persone, a Manfredonia i pescherecci semplicemente scompaiono, e con loro un mestiere, un sapere, un’identità che nessuno ha pensato di raccontare prima che fosse troppo tardi. Non è che manchi il mare. Non è che manchino le barche. Manca chi guardi quelle barche e ci veda, oltre alla fatica, una storia da raccontare, da mettere in scena. C’è ancora un’obiezione possibile: che il mare faccia gioco facile. Che con una costa, dei pescherecci, una spiaggia, sia tutto più semplice.

E i Monti Dauni, allora? L’entroterra appenninico, i borghi che si spopolano, dove il mare non c’è e d’inverno fa freddo? Anche lì, dicono, non si può fare niente. Anche questa scusa ha già una risposta, e arriva da un altro entroterra appenninico, ancora una volta riminese. Pennabilli è un borgo di poche migliaia di abitanti, arroccato in alta Valmarecchia, in provincia di Rimini, ben lontano dal mare. Per quattro giorni di giugno, ogni anno, diventa la capitale europea del teatro di strada: è Artisti in Piazza, festival internazionale di arti performative giunto alla trentesima edizione, con oltre cinquanta compagnie che arrivano da tutto il mondo, trecento repliche tra vicoli, piazze e cortili, e diciottomila biglietti venduti in un paese che di abitanti ne conta duemilasettecentocinque. Acrobati appesi alle facciate, musica negli orti, teatro di figura nei chiostri.

Un borgo che per il resto dell’anno rischierebbe il silenzio diventa, per quei giorni, un crocevia di lingue e di pubblico venuto da tutta Europa. Il punto vero è come tutto questo è cominciato. Pennabilli è il paese dove scelse di vivere Tonino Guerra, il poeta e sceneggiatore di Fellini, l’uomo che coniò la frase “l’ottimismo è il profumo della vita” e che riempì dei suoi “Luoghi dell’Anima”: l’Orto dei Frutti Dimenticati, la Strada delle Meridiane, il Santuario dei Pensieri. Disegnò un immaginario, prima ancora che un evento. Il festival è cresciuto su quel racconto. È questa la sequenza esatta: prima l’immaginario, poi l’evento, infine la destinazione. Oggi Pennabilli è un posto dove si va tutto l’anno. In primavera per le fioriture, d’estate per i festival, d’autunno per i mercatini, d’inverno per i presepi, grazie a un poeta che ebbe la testardaggine di credere che un paese di montagna potesse essere poesia spendibile, e non solo spopolamento.

I Monti Dauni hanno tutto ciò che serve per creare la stessa alchimia. Borghi tra i più belli d’Italia — Bovino, Sant’Agata di Puglia, Alberona, Orsara — castelli, boschi, una cucina di montagna che altrove farebbe la fortuna di un territorio, una tradizione orale e musicale ancora viva. In realtà la Capitanata non parte nemmeno da zero. Esistono già eventi e patrimoni capaci di attrarre pubblico e generare identità: il Carnevale di Manfredonia, i Fucacoste di Orsara, Monte Sant’Angelo con il suo patrimonio religioso riconosciuto dall'UNESCO, San Giovanni Rotondo con il turismo religioso legato a Padre Pio, le tradizioni marinare del Golfo di Manfredonia.

Il problema non è l’assenza di iniziative o di eccellenze. È che troppo spesso ognuna continua a raccontare sé stessa, mentre manca una narrazione comune capace di trasformarle in un unico racconto territoriale. Quello che manca non è la materia e nemmeno le tradizioni, ricordiamo su tutti Orsara con i suoi “Fucacoste” concentrati in poche ore. A mancare è un Tonino Guerra: qualcuno che decida di guardare quei sassi e quei boschi e di vederci un racconto. E la regia che lo tenga in piedi per trent’anni, invece di un’estate sola o addirittura una sera soltanto. Tre territori, tre scale diverse. Un grande festival nel cuore del Salento, una notte di pescherecci su un molo di Romagna, un borgo di montagna appeso a una collina. Nessuno dei tre aveva, in partenza, qualcosa che la provincia di Foggia non abbia: anzi, la Capitanata ha più mare del Salento, una marineria più antica di quella riminese, borghi non meno belli di Pennabilli.

La differenza non sta nelle risorse. Sta nella decisione di trasformarle in racconto, e nella pazienza di costruire una regia che quel racconto lo tenga insieme, anno dopo anno, comune con comune, senza che ognuno tiri dalla sua parte. È la cosa più difficile, perché non dà frutti subito e non porta il nome di nessuno. Ma è anche l’unica che funziona. La Notte della Taranta non l’ha inventata un assessore in cerca di una foto: l’hanno costruita persone che hanno accettato di lavorare per un risultato che avrebbero visto, forse, solo dieci anni dopo. Bisogna avere il coraggio di scegliere come raccontarsi. Il mare non è un alibi. La montagna non è un alibi. Tre territori diversi hanno fatto la stessa scelta: guardare ciò che avevano — una musica della tradizione, un porto di pescatori, un borgo di collina che si svuotava — e decidere che valeva la pena raccontarlo. Alla Capitanata non manca niente di tutto questo. Le manca solo la decisione di cominciare.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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