Tommaso Rinaldi ha deciso di proporre l’intitolazione di una pinetina – un piccolo spazio verde urbano, vivo, radicato – a Nicola Lovecchio. La sua proposta arriva mentre Manfredonia si avvicina a una ricorrenza che continua a pesare come un macigno: il cinquantesimo anniversario dello scoppio della colonna d’arsenico dell’impianto ANIC/Enichem - avvenuto il 26 settembre 1976 -, che è una delle tragedie industriali più gravi della storia italiana. “Cinquant’anni dalla più grave tragedia vissuta da Manfredonia, dopo il sacco dei Turchi del 1620. Eppure, dopo mezzo secolo, di quella tragedia nella toponomastica cittadina resta che uno slargo chiamato ‘Piazzetta 26 settembre 1976’. Ma quanti manfredoniani sanno realmente dove si trovi? Quanti giovani conoscono quella data?”, le domande che si è posto Rinaldi. La piazzetta esiste dal 2016 – voluta dall’Amministrazione di Angelo Riccardi -, ma è come se non avesse mai trovato un ruolo nella narrazione pubblica della città perché non restituisce la portata di ciò che accadde. E questo silenzio, secondo Rinaldi, è una forma di rimozione collettiva che Manfredonia non può più permettersi. Tornando a quel 26 settembre 1976, alle 9.50 del mattino, nello stabilimento ANIC – poi Enichem – esplose la colonna di lavaggio dell’impianto di sintesi dell’ammoniaca. La nube tossica investì il quartiere Monticchio e le zone circostanti, disperdendo decine di tonnellate di arsenico. Le ricerche internazionali parlano di 39 tonnellate di arsenico rilasciate nell’atmosfera, con effetti immediati e devastanti: animali morti, persone ricoverate con sintomi di avvelenamento, un’area di circa 15 chilometri quadrati contaminata, una nube tossica che si abbatté sulla città di 50.000 abitanti. Fu chiamata “la Seveso del Sud”. L’azienda negò tutto per quattro giorni, sostenendo che si trattasse di semplice vapore acqueo. Solo quando gli animali cominciarono a morire e i cittadini a presentarsi in ospedale, la verità iniziò a emergere. Nel 1997 l’OMS rilevò un eccesso di mortalità per tumori allo stomaco, alla prostata, alla vescica, alla laringe, alla pleura e un aumento generale di leucemie e patologie dell’apparato genito-urinario, compatibili con l’esposizione all’arsenico. Un nuovo studio pubblicato nel 2024 ha confermato che 116 persone furono ricoverate con sintomi di avvelenamento e che gli operai furono costretti a lavorare nella decontaminazione senza dispositivi di protezione per giorni. Solo sei giorni dopo lo scoppio furono distribuite le prime maschere.
In questo scenario, la figura di Nicola Lovecchio si staglia come una delle più coraggiose della storia civile italiana. Capoturno dell’impianto, cercò di capire, studiare e ricostruire ciò che vedeva. “Con la sua opera, si è messo contro quella che era la verità ufficiale – ricorda Rinaldi -. Non è una cosa di poco conto contestare i dati contro un colosso industriale e chimico nazionale come ANIC”.
Lovecchio ricostruì le cartelle cliniche dei dipendenti, raccolse le loro testimonianze e studiò i processi produttivi. Quando si ammalò di un tumore correlato all’arsenico, decise di denunciare. Il suo esposto del 1996 portò all’apertura di un procedimento penale contro 10 dirigenti e 2 medici dell’azienda. Tutti prosciolti, ma il processo rappresentò un’occasione unica per ricostruire lo stato di salute dei lavoratori e la verità sugli impianti.
“È stato uno dei pochi, forse l’unico, a non essere risarcito dall’Enichem. Non l’ha accettato. Ci ha rimesso anche parecchio dal punto di vista economico-finanziario, perché se avesse fatto come tutti gli altri suoi colleghi avrebbe avuto qualcosina. Il coraggio è anche questo: aver rinunciato a belle prebende di fine lavoro”.
Lovecchio morì nel 1997. Da allora, nessuno ha mai intitolato nulla alla sua memoria. Rinaldi lo definisce “aberrante”. E insiste su un punto: “da noi, è come se non fossero mai stati fatti definitivamente i conti con il nostro passato. La vicenda dell’Enichem ha lasciato in sospeso tantissime situazioni”.
Il ricatto occupazionale degli anni Settanta – “se vuoi lavorare devi accettare questo tipo di industria” – ha generato una frattura profonda. Molti operai, spaventati dalla possibilità di perdere la sicurezza economica del posto, non vollero esporsi. “Gli strascichi che questa vicenda ha lasciato negli operai e nelle loro famiglie sono evidenti. È rimasto un po’ di astio nei confronti del resto della città, come se fosse stata la città a costringerli ad andare via”. Per questo Rinaldi propone di coinvolgere anche le famiglie degli operai in un confronto pubblico. “Quella pagina non è stata indagata da tutti i punti di vista. Bisognerebbe capire anche le loro ragioni”.
La sua proposta nasce da un’idea semplice: piantare alberi. “Immaginiamolo vivo, con una 20ina di pini, 4 o 5 panchine, un luogo nel quale fermarsi, nel quale i bambini possano giocare, gli anziani riposare, i giovani incontrarsi. Ma soprattutto un luogo che abbia un nome: Pinetina Nicola Lovecchio”.
Rinaldi immagina che ogni pino possa essere adottato da un cittadino, da un’associazione, da una classe scolastica: “Ragazzi che imparerebbero che prendersi cura di un albero significa prendersi cura della propria città”. E immagina un bambino, tra cinquant’anni, che passeggia con il padre e chiede: “Chi era Nicola Lovecchio?”. Vorrei che gli fosse risposto che era un uomo coraggioso che si è battuto per la verità”.
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