A Foggia centinaia di famiglie aspettano da anni una casa popolare. È ora di parlarne chiaramente”. Inizia così il lungo post pubblicato ieri su Facebook dal consigliere comunale del M5S e presidente della commissione consiliare Ambiente e Territorio Giovanni Quarato. Non uno sfogo isolato, ma un intervento mirato che si inserisce in una vicenda che si trascina da oltre un anno e che ha come punto di origine proprio una casa popolare. È l’alloggio di via Alberto da Zara 9, per anni nella disponibilità dell’assessore al Bilancio del Comune di Foggia e segretario cittadino del Partito Democratico Davide Emanuele e riconsegnato il 27 marzo 2025. Da quel momento quella casa è diventata il centro di una estenuante sequenza amministrativa che si è inceppata, con una disponibilità comunicata, una graduatoria comunque esistente – anche se da aggiornare – ma anche con una lunga serie di passaggi amministrativi e burocratici e decisioni che non arrivano. “Le graduatorie per l’edilizia residenziale pubblica procedono con estrema lentezza e sono ormai obsolete. Famiglie in reale stato di bisogno non riescono ad accedere agli alloggi, mentre una parte del patrimonio edilizio pubblico esistente rimane inutilizzata o fatiscente per mancanza di manutenzione”, scrive Quarato, che aggiunge: “Nel frattempo, il disagio abitativo cresce: affitti insostenibili, sfratti, coabitazioni forzate”. Il consigliere richiama anche il quadro normativo, sottolineando: “La Legge Regionale Puglia n. 10/2014, aggiornata dalla L.R. n. 3/2025, impone ai Comuni l’obbligo di emanare un nuovo bando per il censimento del fabbisogno abitativo e la formazione della graduatoria obbligatoriamente ogni due anni”. E precisa: “Non è discrezionale. È un obbligo di legge, con responsabilità esplicite in capo all’amministrazione”. Il passaggio successivo riguarda i criteri di accesso. “La stessa L.R. 3/2025 ha introdotto l’ISEE come parametro obbligatorio per valutare l’accesso agli alloggi, in sostituzione della semplice autocertificazione dei redditi, operativo dal 1° gennaio 2027”, ricorda Quarato, aggiungendo: “Il Comune deve adeguarsi adesso, non aspettare il 2027”. Da qui la domanda: “Foggia sta rispettando queste scadenze? I criteri di assegnazione rispecchiano davvero le condizioni di vulnerabilità delle famiglie foggiane oggi, oppure continuiamo ad applicare punteggi datati su una realtà socioeconomica profondamente cambiata?”. Il riferimento concreto è proprio alla gestione delle assegnazioni e, in particolare, a ciò che accade dopo la restituzione della casa di via Da Zara. Secondo la procedura, Arca Capitanata comunica al Comune la disponibilità degli alloggi e spetta a Palazzo di Città individuare il nuovo assegnatario. Nel caso di via Da Zara questo avviene, con colpevole ritardo, ma il primo nucleo familiare individuato rifiuta. È esattamente da questo passaggio che prende forma lo scontro tra Quarato e i consiglieri componenti della commissione da una parte e il dirigente alle politiche abitative Pio D’Errico dall’altra. Un rifiuto che non è rimasto un episodio amministrativo, ma che ha portato la commissione a interrogare la Regione sull’applicazione delle deroghe e ha aperto un confronto diretto sull’interpretazione della norma. L’Attacco ha raccolto la versione della famiglia coinvolta – una donna divorziata, paziente oncologica, con due figli – che consente di comprendere perché quel rifiuto sia diventato il punto di rottura.
“Non è vero che pretendiamo case di lusso, come dice Liscio. Io sono una donna divorziata con due figli, paziente oncologica e disabile, vivo con una pensione di invalidità. Nessuno pretende un albergo a quattro stelle”, racconta. “Quella casa l’ho rifiutata perché non potevo affrontare un altro trasferimento. Una settimana prima mi avevano già fatto trasferire in un’altra casa Arca, in via Silvio Pellico. Gli allacci, il trasloco e l’arredo sono a carico nostro. Avevo appena sistemato i miei figli a spese mie e, dopo pochi giorni, mi è stato detto che dovevo spostarmi di nuovo, senza neppure aver visto l’alloggio di via Da Zara”. La decisione, spiega, non è stata una scelta. “L’ho rifiutata sulla carta perché non avevo la possibilità economica di fare un altro trasloco. Non potevo sostenere un secondo trasferimento in così poco tempo”.
È proprio questo tipo di situazione che la commissione consiliare ha portato all’attenzione della Regione Puglia, chiedendo un chiarimento sull’applicazione delle deroghe previste dalla legge regionale 10/2014. Nella richiesta si evidenzia che la norma consente deroghe qualora ricorrano determinate caratteristiche dei nuclei familiari richiedenti e che tali deroghe sono finalizzate alle esigenze dei nuclei familiari caratterizzati da particolari situazioni di gravità, con un riferimento diretto proprio a condizioni come quelle economiche e sanitarie descritte nel caso concreto. La risposta della Regione definisce il perimetro. “La materia dell’edilizia residenziale pubblica è informata al principio concorsuale che prevede, in via prioritaria, l’accesso all’assegnazione in ordine di graduatoria”, si legge nel parere, ma si aggiunge che la deroga alla procedura ordinaria è ammessa unicamente in presenza di eccezionali circostanze che l’amministrazione valuta nell’esercizio di un potere discrezionale, ponderando con grande prudenza gli interessi coinvolti. Un passaggio che chiarisce come la graduatoria resti il riferimento principale, ma non esaurisca tutte le possibilità operative.
Ancora più significativo il passaggio finale del documento regionale, in cui si afferma che, alla luce delle asserite precarie condizioni, sia dal punto di vista economico che sanitario, potrebbe consentirsi un’assegnazione in deroga per fornire tutela alla famiglia in condizione di fragilità e per evitare un pregiudizio sociale e sanitario, indicando quindi una strada concreta per affrontare situazioni come quella emersa. È su questa interpretazione che si consuma lo scontro. Da una parte Quarato e i consiglieri, che leggono il parere come una conferma della possibilità di intervenire nei casi concreti come quello della donna, utilizzando gli strumenti previsti dalla norma. Dall’altra il dirigente D’Errico, che mantiene una linea più rigida sull’applicazione della procedura ordinaria e sull’uso limitato delle deroghe. Una posizione quest’ultima che viene letta, nel caso specifico, come coerente con l’indirizzo della Sindaca Maria Aida Episcopo, alla quale la struttura dirigenziale fa riferimento.
Nel suo post, Quarato torna su questo scarto tra norme e attuazione. “Noi una proposta l’abbiamo fatta”, scrive, indicando l’istituzione di una Agenzia per la Casa e l’Abitare, un modello che dovrebbe coordinare assegnazioni, recupero del patrimonio pubblico inutilizzato, contrasto all’emergenza abitativa e rapporto con i gestori. E aggiunge: “Nell’ultima NADUP e nel bilancio di previsione comunale sono stati previsti fondi per il sostegno al fitto, destinati alle famiglie che non riescono a sostenere il canone di mercato. Esistono. Sono stati stanziati. Ma sono ancora da attivare”, sottolineando un ulteriore scarto tra decisioni assunte e attuazione concreta. Il passaggio più diretto riguarda i tempi e le conseguenze sociali dei ritardi. “Ogni giorno di ritardo è un giorno in più in cui una famiglia foggiana paga un affitto che non può permettersi, senza alcun supporto”, scrive, indicando tra le priorità un nuovo bando ERP nel rispetto della cadenza biennale ora imposta per legge, criteri aggiornati basati sull’ISEE, un censimento pubblico e trasparente degli alloggi comunali sfitti o inagibili con un piano di recupero finanziato, l’istituzione immediata dell’Agenzia per la Casa e l’attivazione senza ulteriori ritardi dei fondi per il sostegno al fitto già stanziati.
La conclusione è netta e richiama direttamente la responsabilità amministrativa: “Il patrimonio pubblico esiste. Le norme ci sono. I fondi sono stati stanziati. Quello che serve è la volontà di agire, nell’interesse delle famiglie più fragili, non di chi conosce le persone giuste”. La casa di via Da Zara resta dunque il punto da cui tutto parte e su cui tutto torna. Non è più una pratica tra le altre, ma il caso che ha fatto emergere un conflitto reale dentro il Comune e che continua a mettere alla prova la capacità dell’amministrazione Episcopo di dare risposte.
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