Foggia, iniziato processo a 10 poliziotti penitenziari per torture in carcere. Tutti si dichiarano innocenti

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È iniziato giovedì mattina davanti al collegio giudicante del tribunale di Foggia (presidente Antonio Diella), il processo a carico di dieci poliziotti penitenziari accusati a vario titolo di torture, concussione, tentata concussione, falso ideologico, omissioni di atti d’ufficio, calunnia, favoreggiamento, omissione di referto, danneggiamento e soppressione di atti. Assieme a loro figurano come imputati anche i tre medici e la psicologa del carcere del capoluogo, per i quali è stata ravvisata la complicità delle condotte da parte del pubblico ministero Laura Simeone. Ad aprile scorso erano stati rinviati tutti a giudizio dal gup Cecilia Massarelli, al termine dell’udienza preliminare che era durata sette mesi. Si è trattato dell’atto preliminare che avrà già un secondo passaggio il mese prossimo, specie per la definizione delle prove documentali presentate dall’accusa sia ai giudici che al collegio difensivo composto da Michele Cagiano, Rudy Cavallone, Michele Digaetano, Angelo Pio Gaggiano, Nunzio Gagliotti, Pio Gaudiano, Giacomo Grasso, Matteo Perchinunno, Giuseppe Stefano Perrone, Diego Petroni, Alfonso Schiavone, Antonio Santacroce e Maria Urbano. Tutti respingono le accuse più gravi dei rispettivi assistiti che erano finiti ai domiciliari per un periodo di tempo più o meno lungo, poi sono stati rimessi in libertà nelle diverse fasi giudiziarie, e dopo le sospensioni subite sono rientrati in servizio in istituti diversi di Puglia e Basilicata: sono l’ispettore Giovanni Di Pasqua, 58 anni di Foggia, i sovrintendenti Vincenzo Piccirillo, 55 anni di Stornarella, e Vittorio Vitale, di 56 di Lucera dove risiedono anche la vice ispettrice (e all’epoca dei fatti dirigente nazionale del sindacato Sinappe) Annalisa Santacroce di 49 anni, l’agente scelto Flenisio Casiere di 40 anni, gli assistenti capo coordinatore Nicola Calabrese di 52 e Massimo Folliero di 54, l’assistente Raffaele Coccia di 40, gli agenti Pasquale D'Errico di 30 e Giuseppe Toziano di 28. Risultano coinvolti, ma sempre rimasti a piede libero, il medico della casa circondariale Antonio Iuso di 73 anni di Foggia, i colleghi Romolo Cela di 74 anni di Foggia, e Francesco Balzano di 71 di Lucera, e la psicologa della struttura, Stefania Lavacca di 49 di Cerignola. Presenti in aula anche le parti civili, cioè la presunta vittima del pestaggio in cella (di Bitonto), il Garante per i detenuti, la Regione Puglia, l’Associazione Yairaha di Cosenza che si occupa di tutela dei carcerati.

La storia risale ad agosto 2023 quando l’indagine ebbe inizio e poi portò ai clamorosi arresti del 18 marzo nell’anno dopo, eseguito dai carabinieri e dagli stessi colleghi degli agenti coinvolti. Nella sua richiesta, il pm aveva parlato di “diffusissimo clima di omertà e scarsa collaborazione per ostacolare le indagini, con capacità di ottenere l’appoggio di detenuti differenti dalle persone offese, al fine di depistare e intimidire le vittime delle violenze”.

Il vero fulcro della contesa giudiziaria sarà proprio l’eventuale riconoscimento dell’ipotesi di reato più grave, cioè la tortura, peraltro aggravata dalla sua attuazione con più di cinque persone nello stesso momento, e con abuso dei poteri e la contestata violazione dei doveri della loro funzione pubblica.

La procura ha motivato così la sua iniziativa partita da una lettera anonima: “Hanno agito con violenze gravi e crudeltà, sottoponendo il detenuto a un trattamento inumano e degradante. E quando il compagno di cella (di Taranto, ndr) provò a intervenire, ci furono botte anche per lui, con accanimento sul volto di una persona scalza e indifesa che cercava solamente di ripararsi dai colpi”.

Per l’accusa, ci sarebbe stata anche una pianificata operazione di insabbiamento dei fatti e depistaggio sulle conseguenze, condotte che poi avrebbero fatto scattare le ulteriori contestazioni, spesso in concorso.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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