Nel giugno del 2011, sulle alture di Mattinata, si consumò uno degli omicidi più brutali della faida garganica. La vittima era Francesco Li Bergolis, soprannominato “Faccia di Pecora”, un pastore che – secondo i collaboratori – non aveva alcun ruolo nella criminalità organizzata. Eppure il suo cognome, pesante come una condanna, bastò a trasformarlo in un bersaglio.
L’ordinanza del Gip di Bari ricostruisce un delitto che non fu solo un omicidio: fu un messaggio di dominio, un atto di terrore pianificato per riaffermare il controllo del territorio da parte del gruppo Romito‑Lombardi‑Ricucci.
La decisione di uccidere Li Bergolis maturò settimane prima. I collaboratori raccontano che il gruppo aveva già tentato di catturarlo: “Il giorno prima erano venuti Pasquale Ricucci, Matteo Lombardi e Francesco Pio Gentile, ma quel giorno non è sceso al paese”. Il piano prevedeva un sequestro in pieno giorno, con l’uso di una Fiat Grande Punto rubata, divise della Guardia di Finanza, manette e un lampeggiante: una finta operazione di polizia per bloccare la vittima senza destare sospetti.
Il 24 giugno 2011 il commando entra in azione. Andrea Quitadamo e Michele Silvestri segnalano il passaggio della vittima. Mario Luciano Romito, Francesco Scirpoli e Giuseppe Lorusso lo fermano simulando un controllo, lo caricano in auto e lo portano in località Vergon del Lupo, dove gli altri sodali li attendono. Qui Li Bergolis viene torturato e interrogato: “Io vi saluto… io vi saluto”, sono le ultime parole che Notarangelo dice di aver sentito.
La crudeltà dell’azione è documentata: la vittima viene picchiata, legata con una cintura, avvolta in una tuta mimetica. Il cadavere viene poi trascinato fino a una buca scavata giorni prima: “L’abbiamo messo inginocchiato… poi l’abbiamo steso e con il peso delle pietre si è abbassato”. La fossa viene ricoperta con pietre e terra per evitare che gli animali possano riportare alla luce il corpo.
Il delitto è un esempio perfetto del metodo mafioso: plateale, organizzato, finalizzato a intimidire. L’ordinanza sottolinea come l’azione fosse “volta a provocare allarme sociale, attribuendo pubblica evidenza all’azione delittuosa”. Il messaggio era chiaro: nessuno è al sicuro, nemmeno chi non ha colpe, se porta un cognome scomodo.
Il controllo del territorio passa anche dalla capacità di far sparire i corpi. Nel 2016, Antonio Quitadamo avrebbe raccontato di aver riesumato e fatto a pezzi il cadavere: “Li ho fatti con la mazzetta”, avrebbe detto. Un dettaglio che, vero o meno, conferma la logica del terrore che permea l’intera vicenda.
L’omicidio di Li Bergolis è il paradigma della “quarta mafia”: violenza cieca, dominio del territorio, manipolazione dei sodali, capacità di trasformare un pastore in un nemico da eliminare. Un delitto che ancora oggi racconta la ferocia della faida garganica.
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