Ci sono immagini che diventano insostenibili. Non perché prima dicessero qualcosa di diverso. Semplicemente perché la realtà, quando arriva, le trasforma. Le carica di un peso che non avevano, o che forse non eravamo ancora capaci di sentire. Sulla pagina Facebook di Stefania Rago c’era una foto con tante scarpe rosse. Scarpe vuote, lasciate a terra. Il simbolo internazionale della lotta contro la violenza sulle donne e il femminicidio. Un’immagine di memoria, di denuncia, di consapevolezza. Oggi quella foto colpisce in modo insopportabile. Sarebbe sbagliato trasformarla in un presagio. Sarebbe ingiusto cercare nel passato di una vittima il senso della sua morte. Non dobbiamo leggere quella foto come se contenesse già la risposta a ciò che è accaduto dopo. Dobbiamo trasformarla in una domanda rivolta a noi, adesso. Che cosa facciamo, prima, perché le scarpe rosse non debbano tornare a rappresentare un’assenza? Stefania Rago è stata uccisa a Foggia. Una donna, una casa, una famiglia diventata il luogo della fine. Saranno gli inquirenti e i giudici ad accertare responsabilità, dinamica e movente. Davanti a una donna uccisa dal marito, una comunità non può limitarsi ad aspettare le carte giudiziarie per interrogarsi. La domanda più difficile arriva sempre dopo. Dopo la notizia. Dopo il dolore. Dopo i messaggi di cordoglio. Dopo i minuti di silenzio. Dopo le scarpe rosse esposte nelle piazze. E invece bisognerebbe imparare a chiederselo prima. Prima c’è spesso un linguaggio. Un modo di pensare l’amore. Un modo di nominare il controllo. Un modo di confondere la gelosia con la cura, il possesso con la presenza, la dipendenza con il sentimento, l’ossessione con l’amore. Le parole non sono mai neutre: preparano il modo in cui una società capisce, o non capisce, la violenza. Ogni volta che arriva una notizia come questa, il racconto pubblico inciampa nelle stesse parole: “raptus”, “lite familiare”, “tragedia della coppia”, “troppo amore”, “gelosia”. Sono formule che addomesticano la violenza, la rendono più accettabile, la spostano fuori dal campo del controllo e della responsabilità. Se chiamiamo “lite” una violenza, la riduciamo a conflitto. Se chiamiamo “gelosia” il controllo, lo rendiamo quasi romantico. Se parliamo di “troppo amore”, offendiamo l’amore. Se diciamo “raptus”, facciamo sembrare improvviso ciò che spesso nasce dentro percorsi più lunghi di possesso, controllo, isolamento, paura. L’amore non uccide. Uccide il possesso. Uccide l’idea che l’altra persona non sia libera di scegliere. Uccide l’incapacità di accettare un no, una distanza, una separazione. Uccide una cultura che per anni ha insegnato a molti uomini a trattenere più di quanto abbia insegnato loro a perdere.

"Maria Maddalena è una donna disperata. Disorientata, si reca di buon mattino al cimitero: lì è il suo posto, vicino alla tomba del suo Signore e amico. Gesù è l’unico uomo che non l’ha mai giudicata, le ha ridato dignità, l’ha guarita, protetta, salvata dagli sguardi malevoli della gente, dal giudizio cattivo degli uomini", si legge nell'omelia di mons. Giorgio Ferretti per i funerali di Stefania Rago.

Foggia torna a fare i conti con la violenza armata. Due giorni fa, un uomo di 33 anni, Stefano Bruno, è morto dopo essere stato colpito al petto nel corso di una sparatoria avvenuta intorno a mezzogiorno nella zona di Quadrone delle Vigne, alla periferia cittadina lungo via Cerignola. Il giovane, che avrebbe compiuto 33 anni a giugno, è deceduto poco dopo l’arrivo agli Ospedali Riuniti. Gravemente ferito il fratello Saverio Bruno, 30 anni, raggiunto da colpi al torace e ricoverato in condizioni critiche nello stesso ospedale. Ferito anche il padre, Pasquale Bruno, meccanico, colpito a una spalla e trasferito a San Giovanni Rotondo. Un quarto uomo, Giuseppe Robustella, 43 anni, di Manfredonia, è stato trovato poco dopo l’allarme al 112 con due ferite al braccio sinistro mentre si trovava a bordo di una Lancia Musa ferma a poche centinaia di metri dal luogo della sparatoria. Non è ancora chiaro il suo coinvolgimento diretto nei fatti. Sul posto sono intervenute le pattuglie della Questura e diverse ambulanze. L’area è stata a lungo isolata per consentire alla Scientifica di eseguire i rilievi. Repertati bossoli e proiettili, mentre poco distante dal veicolo è stata rinvenuta una pistola calibro 9, ora al vaglio degli accertamenti balistici. Secondo una prima ricostruzione, ancora in fase di verifica, una sola persona si sarebbe presentata nel complesso di abitazioni dove risiede la famiglia Bruno. Resta da chiarire se vi sia stato un litigio prima dell’esplosione dei colpi o se l’aggressione sia avvenuta senza alcun preavviso. Nelle prime ore si era ipotizzata una matrice mafiosa, anche in relazione ai legami familiari con Gianfranco Bruno, detto “il Primitivo”, figura di rilievo del clan Moretti-Pellegrino Lanza, attualmente detenuto. Tuttavia, con il progredire delle indagini, questa pista ha perso consistenza, pur restando sullo sfondo del contesto investigativo. La Procura e la Squadra Mobile stanno lavorando attraverso l’ascolto dei feriti, dei testimoni e l’analisi delle immagini delle telecamere di sorveglianza per ricostruire con precisione la dinamica. L’episodio segna il quinto omicidio in Capitanata dall’inizio dell’anno, il quarto in città e il terzo nel giro di tre settimane, dopo l’uccisione del personal trainer Dino Carta e il femminicidio di Stefania Rago.

Lo scorso 28 luglio, sulle strade di Capitanata si consumò l’ennesima tragedia stradale. Intorno alle 14:30, infatti, un’auto e un furgone impattarono in località Capaccio, sulla strada provinciale 109, e precisamente all’incrocio che collega Bovino, Deliceto e Castelluccio dei Sauri. Di un morto e di due feriti gravi fu il terribile bilancio. A perdere la vita fu la signora Elvira Di Ponte, che insieme alla famiglia stava andando a festeggiare il suo 80esimo compleanno.

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