Così il Gargano riscopre lo scrittore che parlava ai giovani: "Basta apatia, dovete partecipare"

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Una giornata lunga e fervida, che ha seguito  un filo preciso: riportare Giuseppe Cassieri dentro il dibattito culturale contemporaneo e sottrarlo definitivamente alla polvere delle commemorazioni formali. Nel ricordare il centenario della nascita dello scrittore garganico, l’iniziativa ospitata all’Auditorium del Conservatorio “Umberto Giordano” di Rodi Garganico ha riunito studiosi, amministratori, studenti e appassionati attorno a una figura che continua a interrogare il presente. Non soltanto il narratore, il saggista o il giornalista, ma soprattutto l’intellettuale inquieto, capace di leggere il proprio tempo e di spingersi oltre i confini della tradizione.
La mattinata si è aperta con i saluti istituzionali del sindaco Carmine d’Anelli, che ha insistito sul valore identitario di Cassieri per il Gargano: “Se non fosse così importante oggi non saremmo qui” - ha poi ribadito a l’Attacco - Cassieri non era una persona qualunque, era certamente un personaggio. La mia generazione ha potuto apprezzarne il percorso da giovane fino a Roma, quando lasciò questa terra per inseguire i propri sogni”. Parole che si sono intrecciate con il senso stesso dell’iniziativa, nata anche per colmare quello che in molti, tra i presenti, hanno definito un vuoto culturale degli ultimi anni. Diversi tra i relatori hanno parlato apertamente di una “disattenzione” nei confronti di Cassieri, specie dopo la sospensione del Premio a lui dedicato. Un vuoto che l’amministrazione comunale prova ora a ricucire attraverso il convegno, la targa commemorativa dedicatagli e una promessa di dare continuità al percorso avviato.
“Non finisce qui, perché l’anno prossimo ci ritroveremo con rinnovato interesse e amore per la cultura”, ha assicurato d’Anelli a margine dell’evento. Tra gli interventi più seguiti l’introduzione del professor Rino Caputo dell’Università Tor Vergata, che ha restituito il profilo di un Cassieri sorprendentemente moderno. Non solo uomo di lettere, ma autore capace di intuire in anticipo la centralità dei nuovi linguaggi mediatici. “Bisogna andare dove stanno i giovani, non pretendere che i giovani vengano da noi”, ha detto Caputo. “Cassieri fu tra i primi a capire che radio e televisione erano il luogo dove si produceva nuova cultura. Uno scrittore ancorato alla tradizione, ma capace di riversarla dentro strumenti completamente nuovi”. Caputo ha insistito molto sul rapporto tra continuità culturale e innovazione, tracciando un parallelo che ha attraversato tutta la sua relazione: “È stato capace di coniugare la continuità espressiva con i nuovi mezzi. Veniva dalla letteratura, ma riusciva a esprimersi col radiodramma, con gli sceneggiati, con la televisione. Un antesignano”. Il riferimento ad Andrea Camilleri ha acceso ulteriormente l’attenzione della platea. Ma il passaggio che più ha colpito la sala è arrivato quando i relatori hanno richiamato alcuni scritti giovanili dell’autore garganico, redatti appena diciottenne, nel pieno degli anni della guerra e della propaganda fascista. In un’opera giovanile Cassieri critica i giovani passivi, inerti, e li esorta a svegliarsi, a contribuire all’Italia”, ha spiegato Teresa Maria Rauzino. “Parlava già allora di apatia generazionale e la collegava alla propaganda e alla censura. Diceva che i suoi coetanei erano cresciuti dentro quel clima e ne portavano addosso il peso”.

Una riflessione che, inevitabilmente, ha riportato il discorso all’attualità. “Anche oggi alcune intelligenze fanno fatica ad affermarsi perché devono attraversare una sorta di muro appiccicoso fatto di nuove propagande e false esigenze”, ha aggiunto. “Se si riesce a tagliare quel velo, allora lo spazio per i giovani esiste ancora”. Nel corso della giornata sono intervenuti anche altri studiosi e relatori provenienti dal mondo accademico e culturale, che hanno affrontato vari aspetti della produzione cassieriana: il rapporto con il teatro e la televisione, il legame sentimentale e culturale con il Gargano, l’esperienza giornalistica e il contributo alla narrativa italiana del Novecento. 
Più volte è emersa la definizione di “penna libera”, anche scomoda.  Una formula circolata tra il pubblico e ripresa in diversi interventi. Al convegno è poi seguito il momento forse più simbolico della mattinata: la scopertura della targa commemorativa presso la casa natale dello scrittore. Un gesto semplice, ma fortemente evocativo, che ha riportato Cassieri fisicamente dentro il tessuto urbano e nella memoria collettiva del paese.

Tra i presenti l’impressione condivisa era quella di un autore che il Gargano stia provando finalmente a riprendersi, senza limitarsi alla nostalgia sterile, ma con una volontà di rimetterne in circolo il pensiero. Anche perché molte delle sue riflessioni - sul ruolo dei giovani, sulla responsabilità civile, sul valore della cultura - sembrano parlare ancora con sorprendente lucidità al presente. E forse il senso più profondo della giornata è stato proprio questo: ricordare che Cassieri non appartiene soltanto agli archivi o alle biblioteche, ma continua a essere una voce viva, inquieta, perfino scomoda.  Una di quelle che, a distanza di decenni, riescono ancora a disturbare il sonno delle coscienze.

Non ha parlato da figlio celebrativo e nemmeno  da custode nostalgico della memoria familiare. Alessandro Cassieri, giornalista e inviato internazionale, durante la giornata dedicata al padre Giuseppe Cassieri ha scelto un tono asciutto,  riportando al centro soprattutto il valore etico e civile dello scrittore garganico. “Quello che mi ha lasciato è il senso etico di qualsiasi professione e il senso etico di qualsiasi uomo” -  ha dichiarato poi ai microfoni de l’Attacco -  “I valori di Giuseppe Cassieri erano il rispetto, l’amore per la giustizia, l’odio per le prepotenze”. Parole pronunciate senza retorica, con la lucidità di chi ha conosciuto lo scrittore nella dimensione privata prima ancora che pubblica. Lui, che nel suo lavoro si è occupato spesso di crisi internazionali e “periferie del mondo”, ha ribaltato la prospettiva tradizionale centro-periferia: “Dai territori nasce ancora curiosità, vivacità, voglia di costruire cultura. Nelle metropoli molte iniziative rischiano di diventare festivaliere, troppo organizzate”. Per lui, infatti: “Una memoria senza iniziative diventa soltanto celebrazione”.

E infine il riferimento ai giovani, tornato più volte nel suo intervento, soprattutto quando ha richiamato alcuni scritti giovanili del padre: “Mi ha colpito la scoperta di testi scritti da Giuseppe Cassieri appena diciottenne. Già allora parlava dell’apatia dei suoi coetanei”. Un’apatia che lo scrittore collegava alla propaganda e alla censura degli anni del fascismo. “Diceva che i giovani erano cresciuti dentro quel clima e per questo diventavano passivi”, ha commentato. “Oggi viviamo un’altra fase storica in cui alcune intelligenze fanno fatica ad emergere perché devono attraversare nuove propagande e false esigenze. Il problema non sta nel coltivare i talenti, ma nel motivarli ad emergere”.
Da qui l’appello finale ai ragazzi: “Lo spazio c’è ancora. Bisogna essere costruttivi senza diventare edificanti. Tra le due cose passa tutta l’originalità”. Un messaggio che molti, uscendo dal Conservatorio, hanno letto come il filo rosso dell’intera giornata. Perché Giuseppe Cassieri, al di là del valore letterario, continua a essere percepito come una voce indipendente, una figura capace di tenere insieme cultura, libertà e responsabilità civile. E forse proprio questa sua autonomia resta oggi la parte più viva della sua eredità.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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