Vico del Gargano, 92° Congresso Italiano di Esperanto: oltre 120 persone provenienti da 14 Paesi

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Dal 22 al 29 agosto Vico del Gargano diventerà, per una settimana, un piccolo crocevia internazionale. Oltre 120 persone provenienti da 14 Paesi si ritroveranno per il 92° Congresso Italiano di Esperanto, organizzato dalla Federazione Esperantista Italiana.

 A prima vista potrebbe sembrare un appuntamento di nicchia, riservato agli appassionati di una lingua nata alla fine dell’Ottocento. In realtà, il tema scelto — “Esperanto: lingua di pace e di difesa delle identità” — porta con sé una domanda tutt’altro che marginale: è ancora possibile immaginare una lingua capace di mettere sullo stesso piano persone, culture e popoli diversi?

L’esperanto nacque dall’idea di Ludwik Zamenhof di costruire uno strumento di comunicazione internazionale che non fosse proprietà di una nazione e che, proprio per questo, potesse sottrarre la lingua alle gerarchie di potere. Un progetto ambizioso, forse utopistico, che oggi può apparire quasi anacronistico in un mondo nel quale l’inglese svolge, di fatto, il ruolo di lingua globale. Eppure è proprio questa apparente inattualità a rendere interessante il congresso di Vico del Gargano.

Perché il problema delle barriere linguistiche non è affatto scomparso. Al contrario, in un'epoca di comunicazione istantanea continuiamo a dividerci per appartenenze, identità e incomprensioni. La tecnologia ci permette di tradurre una frase in pochi secondi, ma non necessariamente di comprendere chi abbiamo davanti. Conoscere le parole dell’altro non significa automaticamente comprenderne la cultura, la memoria, le paure.

È qui che l’esperanto può essere letto non tanto come la risposta definitiva al problema della comunicazione mondiale, quanto come una provocazione culturale. Ci ricorda che una lingua può essere anche un progetto politico e civile: un modo per stabilire che nessuna cultura debba essere considerata naturalmente superiore alle altre.

Non è un caso, allora, che il congresso affianchi alla formazione linguistica conferenze sulle minoranze, incontri culturali, presentazioni di libri, laboratori, concerti e iniziative dedicate alla storia del territorio. Il 25 agosto dalle 17.30 alle 18.30, presso Auditorium Comunale Raffaele Lanzetta, un interessante focus su Michelangelo Manicone. Introdurrà il prof. Giuseppe D’Avolio, interverranno i proff. Nello Biscotti e Michele Morsilli con la partecipazione del prof. Carlo Minnaja, traduttore della “Fisica Daunica” di Manicone in esperanto.

La “lingua di pace” evocata dal congresso acquista significato proprio quando esce dai manuali di grammatica e si confronta con la storia, con le guerre e con le identità che ancora oggi vengono usate per separare.

C'è poi un altro aspetto che merita attenzione: il congresso non vuole chiudersi dentro la comunità esperantista. I corsi gratuiti, gli appuntamenti culturali e i concerti aperti alla cittadinanza trasformano Vico del Gargano da semplice sede dell’evento in parte integrante del suo racconto. È una scelta importante, perché una lingua internazionale avrebbe poco senso se servisse soltanto a far comunicare chi la conosce già.

In fondo, la vera scommessa dell’esperanto non è mai stata soltanto grammaticale. È stata l’idea, radicale e oggi forse persino controcorrente, che per comunicare tra esseri umani sia necessario partire da una condizione di reciprocità.

Naturalmente non bisogna trasformare questa settimana garganica in ciò che non è. L’esperanto non è diventato la lingua universale immaginata dai suoi fondatori e non sembra destinato a sostituire le grandi lingue internazionali. Ma misurare il valore di un’idea soltanto dal numero di persone che l’hanno adottata rischia di essere riduttivo. Ci sono utopie che non vincono e tuttavia continuano a essere utili. Servono a ricordarci che le cose potrebbero essere diverse.

Per otto giorni Vico del Gargano ospiterà dunque non soltanto un congresso linguistico, ma una piccola comunità internazionale che proverà a dimostrare, attraverso la pratica, che parlare lingue diverse non deve necessariamente significare vivere in mondi diversi. In un tempo segnato da muri, conflitti e identità contrapposte, anche una lingua nata da un sogno ottocentesco può tornare a porre una domanda sorprendentemente contemporanea: prima di chiederci quale lingua debba prevalere, siamo ancora capaci di cercare una lingua che appartenga a tutti?

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testatina dillo al direttore WEB

 

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