Quando Lorenzo Diomede risponde al telefono, la prima cosa che si sente è il rumore della campagna: un trattore in lontananza e un cane che abbaia. Poi arriva lui, diretto e senza filtri, come chi non ha bisogno di costruirsi un personaggio. “Sa dove mi trovo adesso? Sto in campagna, e devo controllare pure quello che fanno i trattoristi”, dice ridendo. Una risata che lascia intendere piuttosto chiaramente il suo modo di stare al mondo e la distanza siderale da certi imprenditori che vivono chiusi negli uffici e parlano solo attraverso comunicati. “Sono un lavoratore, sono uno che è nato dalla terra e ha avuto solo la fortuna di avere un padre che ci ha lasciato alcune proprietà e noi le abbiamo ulteriormente sviluppate – spiega a l’Attacco -. Ma il lavoro non me lo posso dimenticare. Io se non lavoro sto male”. È in questo modo che si presenta l’uomo che - insieme alla sua famiglia composta da Grazia Antonelli, Martino Diomede e Oronzo Diomede, imprenditori di Rutigliano del marchio Palumbo’s - ha deciso di investire nell’ex Dopla di Manfredonia, oggi Coopla Green. La Dopla Manfredonia nacque grazie ai fondi del Contratto d’Area, con l’investimento della famiglia veneta Levada, che aveva promesso sviluppo, occupazione, futuro. Per anni i lavoratori hanno creduto in quella promessa, fino a quando, finiti i soldi pubblici, la proprietà ha scelto di tenere lo stabilimento di Trezzano sul Naviglio e abbandonare quello di Manfredonia. Una storia già vista: le aziende aprono con finanziamenti pubblici e poi, quando i contributi finiscono, resta solo il silenzio insieme ai capannoni industriali inattivi. La Coopla Green è nata in questo vuoto, su impulso di Legacoop del presidente Carmelo Rollo. Una cooperativa di 25 ex dipendenti - sui 67 che vi hanno lavorato fino alla chiusura all’inizio del 2023 - che hanno deciso di restare insieme e non arrendersi. L’Attacco li ha seguiti fin dai primi giorni, quando presidiavano l’ingresso dello stabilimento con un casotto improvvisato e le visite istituzionali si alternavano alle attese infinite. La paura di perdere tutto conviveva con una dignità che non li ha mai abbandonati. Ma serviva qualcuno disposto a credere in loro, come sta facendo Lorenzo Diomede. In un tempo in cui molte aziende del Nord hanno abbandonato il Sud, Palumbo’s – questo il nome del marchio commerciale che riunisce alcune aziende agricole di Rutigliano – ha invece scelto di restare nel territorio regionale pugliese. C’entra parecchio l’impegno che Angelo Riccardi ha profuso - come conferma lo stesso Diomede - a mò di facilitatore. L’ex primo cittadino l’aveva informato di quello che stava succedendo a Manfredonia, dove c’era uno stabilimento all’asta. E i suoi lavoratori rimasti senza lavoro.
Diomede non si nasconde dietro parole altisonanti, piuttosto chiarisce che “è stata una scelta dovuta al proposito di diversificare i nostri investimenti. Noi siamo specialisti nella produzione e commercializzazione di uva da tavola. Abbiamo avuto due anni di boom, ci siamo ripresi, poi i rutiglianesi hanno di nuovo investito in massa in agricoltura e già dalla scorsa annata abbiamo visto il declino. La sovrapproduzione ti porta alla svendita del prodotto”.
È un ragionamento di natura economica, pragmatico, ma c’è un ulteriore elemento che pesa: la manodopera. “Nel Sud-Est barese manca la manodopera. Noi siamo spesso alla ricerca di manovalanza, qualificata o meno. E allora abbiamo pensato di diversificare”.
Successivamente all’aggiudicazione dell’immobile dell’ex Dopla per la cifra di 2.160.000 euro, non sapeva ancora che c’erano lavoratori pronti a tentare un workers buyout. “Quando partecipammo all’asta, non ci avevano detto che c’erano dei lavoratori intenzionati a rilevarla. Però, col senno di poi, dico che è stato meglio così. In questa maniera hanno potuto non accollarsi ulteriori impegni finanziari. Al di là delle risorse che avrebbero avuto a disposizione, sarebbe servito comunque restituirle con gli interessi. Non è uno scherzo”.
Quando incontra per la prima volta un drappello di quegli operai, ammette che qualcosa cambia. “Ho avuto una sensazione positiva. Mi sono detto che sì, voglio provare con loro. Perché ho visto nei loro occhi la voglia di lavorare”. La fiducia, infatti, nasce da un dettaglio che per lui vale tanto: lo sguardo. “Li ho guardati negli occhi, tutti. E tutti mi sono apparsi come lavoratori sinceri. Non quei soggetti raccomandati che prendono il posto di lavoro e poi si disinteressano dei loro compiti. È stata questa forte sensazione che mi ha dato ancora più coraggio”. Lorenzo non si lè imitato a un sostegno formale, piuttosto ha concesso ai lavoratori un anno di uso gratuito dello stabilimento.
La sua visione è fatta di macchinari e linee produttive e ricorda che “ho visitato lo stabilimento quattro o cinque volte in un anno. E lunedì scorso l’ho visto come una bella signorina dell’industria”. Un pensiero che restituisce il senso di ciò che è accaduto: una fabbrica abbandonata che riprende a respirare e una comunità che ritrova un pezzo di sé.
“Pensavo che una zona del genere fosse già tutta urbanizzata – ammette -. Invece manca l’acqua, e mancano servizi primari. Il Sindaco Domenico la Marca mi ha assicurato che stanno procedendo per mettere finalmente a gara la progettazione”. Eppure, nonostante tutto, Lorenzo Diomede guarda avanti e parla di investimenti futuri, di fotovoltaico, e anche di packaging per l’ortofrutta. “La cosa che mi preme particolarmente, oltre a piatti e bicchieri, è tutto il packaging per l’ortofrutta perché in quel settore ci sono numeri da capogiro”. In fin dei conti, lo conosce bene come le sue tasche, perché è il settore da cui proviene ed in cui ha costruito la sua storia imprenditoriale.
Adesso è una questione di visione industriale e capacità di leggere le norme europee, anticipando i cambiamenti. “La normativa sulle confezioni in plastica cambierà ancora dal 2028: spariranno quelle da mezzo chilo e saranno tutte da un chilo e mezzo per evitare lo spreco”. Perciò, sta già lavorando “per rifare un packaging da mezzo chilo, però biodegradabile”.
Anche in un’area industriale dimenticata e senza servizi del Mezzogiorno, si può provare a costruire futuro.
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