Non un’iniziativa legata a un singolo quartiere, ma un esperimento che prova a diventare modello. Parte da Siracusa, dalla Mazzarrona, ma guarda già oltre: Palermo, Altamura e altri territori pronti a raccogliere pratiche, metodi e risultati. È questa l’ambizione di AIM - Abitare i Margini, il progetto di rigenerazione urbana e partecipazione giovanile finanziato dal programma Erasmus+. L’idea nasce da un’intuizione semplice quanto concreta: le periferie non sono vuoti da riempire, ma spazi da attivare. E proprio lì, dove spesso mancano servizi e luoghi di aggregazione, si gioca la partita più importante: “Noi lavoriamo su quelli che chiamiamo margini - racconta a l’Attacco Andrea Pacelli, uno dei coordinatori - che non sono luoghi ‘brutti’, ma territori in cui semplicemente non si investe. E quindi diventano invisibili”. Il riferimento teorico è quello del “terzo paesaggio” del paesaggista Gilles Clément: spazi residuali, apparentemente inutili, che invece custodiscono biodiversità e possibilità. Una metafora che AIM traduce in chiave sociale. “Quelle che chiamiamo erbacce - dice Pacelli - in realtà sono piante che vanno riconosciute. Allo stesso modo i quartieri marginali hanno un potenziale che spesso non viene visto”.
Da qui l’impostazione del progetto: non portare soluzioni dall’alto, ma costruire processi. Laboratori di teatro, scrittura, fotografia, autocostruzione diventano strumenti per attivare le comunità. Non tanto per lasciare un segno materiale, quanto per innescare un meccanismo. “Se una panchina la costruisci tu - spiega - non è più un oggetto estraneo. È un luogo che senti tuo, che puoi curare, che puoi rifare. E soprattutto che continua a vivere anche dopo la fine del laboratorio, perché qualcuno se ne prende cura e la riconosce come parte del proprio contesto”.
Il punto non è quindi la singola opera, ma il processo che la genera. Un approccio che AIM prova a strutturare come modello replicabile. Non a caso il progetto coinvolge partner di diversi territori e prevede fin dall’inizio momenti di scambio. A Siracusa arriveranno operatori da altre città proprio per osservare e adattare le pratiche. “Abbiamo inserito già all’inizio del percorso un momento di trasferimento - racconta Pacelli - perché l’idea è che quello che funziona qui possa essere portato altrove, con le dovute differenze. Non si tratta di copiare un modello in modo rigido, ma di adattarlo ai vari contesti, mantenendo però l’impianto base fatto di partecipazione e presenza nei territori”.
In questa prospettiva, Siracusa diventa un laboratorio più che un punto di arrivo. Il quartiere Mazzarrona, scelto per la prima fase, è un contesto emblematico: pochi spazi sociali, difficoltà nel coinvolgimento giovanile, fragilità diffuse. Una realtà che ospita molte delle criticità tipiche delle periferie urbane, ma anche energie che raramente trovano voce: “Non è margine perché è brutto - chiarisce - ma perché mancano opportunità. Non ci sono luoghi dove stare, dove incontrarsi. E allora anche una panchina può diventare un inizio”.
Il progetto punta proprio a questo: creare condizioni minime di partecipazione. Spazi, strumenti, occasioni, coinvolgimento attivo. Senza imporre percorsi, ma aprendo possibilità: “Noi non insegniamo - sottolinea Pacelli - creiamo contenitori. Poi sono le persone a riempirli, a esprimersi, a trovare una direzione. In questo processo cambia anche il modo in cui si guarda il quartiere: non più solo un luogo da attraversare, ma uno spazio da vivere e trasformare”.
Un passaggio che riguarda soprattutto i più giovani, destinatari principali dell’iniziativa. In contesti segnati da poche prospettive, il rischio è quello di una visione ristretta del futuro. “In alcuni territori - osserva - si cresce con l’idea che le possibilità siano limitate. In realtà non è così. Il problema è che spesso non vengono mostrate alternative e questo incide direttamente sulla percezione del futuro, che in alcuni casi appare già scritto e difficile da modificare”.
È qui che il progetto prova a intervenire, anche sul piano culturale. Non solo rigenerazione urbana cioè, ma costruzione di immaginari: “Vogliamo far capire che esistono altre strade - aggiunge - e che i ragazzi possono essere protagonisti, non spettatori”.
Un lavoro che però non può reggersi solo sull’iniziativa dal basso. Il rapporto con le istituzioni resta un nodo aperto. A Siracusa, ad esempio, non sono mancati problemi organizzativi legati alla disponibilità degli spazi. “Abbiamo lavorato mesi per avere un luogo - racconta Pacelli - e a pochi giorni dall’inizio ci è stato detto che non era utilizzabile. Sono difficoltà che rallentano, ma che fanno parte del contesto e che rendono ancora più evidente quanto sia necessario costruire un dialogo stabile tra chi lavora nei territori e le istituzioni”.
Eppure, proprio in queste criticità si misura la tenuta del modello. La capacità di adattarsi, trovare soluzioni, mantenere il percorso. Anche perché l’obiettivo va oltre il singolo progetto. AIM si inserisce in una traiettoria più ampia, che punta a costruire pratiche condivise tra territori diversi.
“Questo per noi è un modello - conclude Pacelli - non qualcosa che si esaurisce in una settimana di laboratori. Se funziona, può essere ripreso, modificato, portato altrove. E diventare un modo diverso di guardare e vivere le periferie”.
Da Siracusa, quindi, non solo un’esperienza locale, ma un tentativo di tracciare una direzione. Con l’idea che i margini possano smettere di essere tali, non perché cambiano nome, ma perché cambiano funzione. E soprattutto perché qualcuno torna ad abitarli.
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