L’accoglienza dei migranti appare spesso come un fenomeno frammentato, fatto di strutture, cooperative, bandi, emergenze improvvise. Ma dietro ogni apertura di un centro e un trasferimento di persone da una città all’altra – come è accaduto recentemente con i richiedenti asilo spostati dal CARA di Borgo Mezzanone alla Casa della Carità di Manfredonia -, c’è un attore istituzionale che raramente compare nel dibattito pubblico: la Prefettura. È, in particolare, nella sua Area IV – Diritti civili, cittadinanza e immigrazione che si decide la geografia dell’accoglienza: chi va dove. Si firmano i contratti, si verificano le strutture e si controllano i servizi. È un potere silenzioso, ma decisivo. In provincia di Foggia, questo ruolo assume un peso particolare.
La Capitanata è una delle aree italiane più esposte ai flussi migratori: un territorio vasto e complesso che è zona di lavoro agricolo, crocevia di movimenti stagionali. L’accoglienza non è un tema astratto, ma piuttosto una realtà quotidiana che coinvolge decine di Comuni e centinaia di operatori. La Prefettura, attraverso l’Area IV, è il centro di comando di questo sistema.
Il primo compito è la gestione dei CAS, i Centri di Accoglienza Straordinaria. Sono strutture attivate tramite bandi pubblici - affidate a cooperative o enti privati - e rappresentano la spina dorsale dell’accoglienza provinciale. In Capitanata i CAS sono numerosi, distribuiti in modo irregolare sul territorio: Manfredonia, San Giovanni Rotondo, Foggia città, Cerignola, San Severo, Lucera, Apricena, Monte Sant’Angelo, e altri comuni minori che ospitano strutture più piccole. La mappa completa non è sempre pubblica, ma le stime parlano di decine di centri attivi. È la Prefettura a decidere dove aprire, dove chiudere, dove spostare le persone, quali cooperative ammettere alle gare e quali escludere.
La distribuzione territoriale dei migranti è un altro nodo cruciale. Non c’è un automatismo: ogni trasferimento è valutato dall’Area IV, che tiene conto della disponibilità dei posti, condizioni delle strutture, esigenze dei Comuni e emergenze nazionali. Quando un centro chiude - o una struttura diventa inagibile -, è la Prefettura a ridisegnare la geografia dell’accoglienza, come è successo più volte negli ultimi anni.
Ha anche il compito di controllare i servizi. In teoria, le verifiche dovrebbero essere frequenti: controlli antincendio, igienico-sanitari, verifiche del personale, monitoraggio dei protocolli d’integrazione, valutazione dei piani organizzativi. In pratica, non è chiaro quanto questo sistema di vigilanza sia realmente attivo. I verbali ispettivi non sono sempre pubblici, le verifiche spesso avvengono solo in fase di apertura o segnalazioni. È certamente uno dei punti critici del sistema d’accoglienza: senza controlli costanti, l’accoglienza rischia di diventare un sistema autoreferenziale, dove la qualità dipende più dalla buona volontà dei gestori che dalla vigilanza dello Stato.
Un altro strumento fondamentale è il Consiglio Territoriale per l’Immigrazione: dovrebbe riunire enti locali, sindacati, associazioni, forze dell’ordine, scuole, ASL, terzo settore, per analizzare i fenomeni migratori e proporre soluzioni condivise. In Capitanata non ci sono informazioni pubbliche aggiornate sulle sue attività. È un silenzio che non fa bene a nessuno, perché proprio qui il fenomeno migratorio è più complesso che altrove.
La Prefettura, inoltre, è il punto di raccordo tra il sistema dei CAS e quello del SAI, il Sistema di Accoglienza e Integrazione gestito dai Comuni. Anche qui il ruolo dell’Area IV è decisivo: autorizza i trasferimenti, coordina le emergenze, dialoga con i Sindaci, monitora i progetti. In una provincia come Foggia - dove il SAI è presente ma non capillare - la Prefettura può trovarsi costretta a compensare le carenze del sistema comunale con un uso massiccio dei CAS. È una scelta che diventa obbligata, per quanto rischia di creare un’accoglienza più emergenziale che strutturale.
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