“Gargano dimenticato 9 mesi l’anno”, Salatto chiede di essere ascoltato: “Ci sentiamo abbandonati”

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C’è una parte della Puglia che sembra esistere soltanto d’estate. Una terra che per tre mesi viene raccontata come un paradiso turistico, meta di milioni di visitatori, vetrina di bellezze naturali e orgoglio dell’intera regione. Poi arriva ottobre e il sipario cala. Le luci si spengono. Le promesse restano tali. E il Gargano torna a fare i conti con la sua condizione di isolamento, con i suoi servizi insufficienti e con una sanità che troppo spesso costringe cittadini fragili e famiglie a trasformare il diritto alla cura in una corsa ad ostacoli. L’allarme lanciato da Potito Salatto, alla guida del Gruppo Salatto e della RSA di Rodi Garganico, non riguarda soltanto il rischio di cassa integrazione per cento lavoratori nell’anno in corso. Dietro quella che potrebbe apparire come una semplice crisi aziendale si nasconde infatti una questione molto più grande e inquietante: il progressivo abbandono sanitario delle aree interne e costiere del Gargano. Dopo oltre trent’anni di attività, sacrifici e investimenti, una delle realtà assistenziali più radicate del territorio si trova oggi a denunciare un sistema che, anziché valorizzare chi opera in zone difficili, sembra penalizzarlo. Procedure burocratiche farraginose, tariffe ritenute non più adeguate ai costi reali, carenza di personale sanitario, difficoltà logistiche e limiti che finiscono per rendere sempre più complicata la sopravvivenza di strutture chiamate quotidianamente a garantire assistenza a persone anziane, non autosufficienti e pazienti fragili. Ma il punto centrale della denuncia è un altro. È il concetto di territorialità. È la richiesta di riconoscere che il Gargano non può essere trattato come Bari, Foggia o altre aree facilmente raggiungibili. Qui le distanze si misurano in ore di viaggio, i collegamenti sono spesso insufficienti e molte famiglie rinunciano perfino a ricoverare i propri cari perché impossibilitate a raggiungerli con continuità. E mentre la Regione continua a lamentare la mobilità passiva e i milioni di euro che ogni anno seguono i pazienti pugliesi fuori regione, chi prova a mantenere sul territorio servizi sanitari e riabilitativi denuncia di essere lasciato solo. Un paradosso che rischia di avere conseguenze pesantissime non soltanto per i lavoratori coinvolti, ma per migliaia di cittadini che già oggi vivono sulla propria pelle il peso di una sanità sempre più distante. La vicenda della RSA di Rodi Garganico diventa così il simbolo di una domanda che il territorio rivolge da anni alla politica regionale: Il diritto alla salute è davvero uguale per tutti?

C’è un grido d’allarme pronto a trasformarsi in un’ennesima vertenza regionale che nell’arco dell’anno potrebbe vedere almeno 100 maestranze in cassa integrazione. Teatro della delicata vicenda il Gargano, una delle aree più belle d’Italia, celebrata per tre mesi all’anno nelle brochure turistiche ma praticamente dimenticata per i restanti nove secondo quanto denuncia l’imprenditore della sanità privata Potito Salatto, rappresentante del Gruppo Salatto. “Dopo trent’anni di sacrifici siamo arrivati a un punto di non ritorno”, denuncia Salatto. “Se le regole resteranno queste e nessuno comprenderà le difficoltà che viviamo nelle aree interne, sarò costretto a mettere in cassa integrazione i cento dipendenti che oggi lavorano nella struttura di Rodi Garganico”. Parole pesanti come macigni che fotografano una realtà drammatica. Da oltre trent’anni la struttura garganica cerca di garantire assistenza sanitaria in un territorio difficile da raggiungere e scarsamente popolato durante gran parte dell’anno. “A Rodi Garganico per nove mesi l’anno è il deserto”, spiega Salatto.

“Il bacino locale non è sufficiente a garantire la sopravvivenza della struttura. Per anni siamo riusciti ad attrarre pazienti da San Severo e Foggia grazie a un’impostazione fortemente umanitaria. Poi nel frattempo sono nate altre strutture e quei pazienti sono stati assorbiti altrove”. La conseguenza è un sistema che rischia di implodere. Mentre il centro di riabilitazione gestito dallo stesso gruppo a Cerignola continua a lavorare a pieno regime, sul Gargano la situazione appare sempre più complessa. A pesare sono soprattutto procedure burocratiche che sembrano ignorare completamente la geografia e le difficoltà delle aree interne. “Per ricoverare un paziente a Rodi Garganico bisogna passare attraverso autorizzazioni che vengono rilasciate altrove e poi ritornano qui. Un meccanismo infernale per persone non autosufficienti e per le loro fami glie. Si trasformano in autentici viaggi della speranza”.

Ed è proprio qui che emerge il grande paradosso della sanità pugliese. Da anni la Regione lamenta la cosiddetta mobilità passiva, ovvero i milioni di euro che ogni anno prendono la strada di altre regioni perché i pazienti decidono di curarsi fuori dalla Puglia. Si parla di decine di milioni di euro che lasciano il sistema sanitario regionale per finanziare strutture del Nord Italia. Ma come si può combattere la mobilità passiva se si continua a indebolire chi opera nei territori più fragili? Come si può pretendere che i pazienti restino in Puglia quando nel Gargano mancano persino servizi essenziali? “Qui non c’è neanche una ginecologia in grado di garantire nascite in sicurezza”, ricorda Salatto. “La gente si sente abbandonata al proprio destino e poi ci si sorprende se sceglie di andare fuori regione”. La denuncia va oltre la situazione della RSA di Rodi Garganico e investe l’intero sistema sanitario garganico. Rodi, Vieste, Manfredonia. Un’area vastissima che continua a perdere servizi e presidi.

La stessa Fondazione Turati di Vieste ha progressivamente ridotto la propria attività, arrivando alla chiusura di decine di posti letto riabilitativi e trasformando gran parte dell’offerta in servizi ambulatoriali. Nel frattempo si inaugurano nuove strutture che rischiano però di restare scatole vuote. “Ora abbiamo anche una Casa della Salute con attrezzature ma senza medici. Ma a cosa serve se manca una vera integrazione con il resto dell’offerta sanitaria? Dovrebbe funge re da filtro per i ricoveri. Se non ci sono professionisti, quale filtro può fare?”. Il problema è anche economico. Negli ultimi anni sono aumentati giustamente i costi dei contratti collettivi nazionali, che il Gruppo Salatto applica integralmente, distinguendosi tra le poche realtà pugliesi ad averlo fatto. “Nonostante questo non veniamo premiati ma penalizzati. Sopportiamo aumenti continui dei costi senza adeguamenti tariffari. Il costo dei medici sul Gargano è il doppio rispetto ad altre zone. Per convincere infermieri e operatori a venire a lavorare a Rodi siamo costretti perfino a pagare gli alloggi”. Eppure, sottolinea l’imprenditore, il vero nodo resta il mancato riconoscimento delle peculiarità territoriali.

“Non si possono applicare le stesse regole di Bari o delle grandi città a territori come il Gargano. Qui le distanze sono enormi, le strade sono difficili, molti pazienti non possono spostarsi. Per questo chiediamo di poter utilizzare il budget in modo flessibile e trasparente, investendo nell’assistenza domiciliare o nei ricoveri a seconda delle necessità del territorio”. Un’esigenza che emerge chiaramente anche nel caso dei pazienti affetti da Alzheimer. “Riceviamo continue lamentele da parte delle famiglie. Molti non vogliono ricoverare i propri cari perché sanno che poi non riuscirebbero ad andare a trovarli. Per alcune persone lasciare un genitore in struttura significa quasi abbandonarlo, non per mancanza d’affetto ma per l’impossibilità materiale di raggiungerlo con frequenza”. Parole che riportano al centro una questione spesso dimenticata: la territorialità. “Vorrei che a livello regionale si comprendesse finalmente il concetto di disuguaglianza territoriale. Qui vengono calpestati i diritti di persone fragili che hanno semplicemente la sfortuna di vivere nelle aree interne”. Da qui anche l’amarezza verso alcune decisioni amministrative che, secondo Salatto, rischiano di favorire grandi poli sanitari a discapito delle strutture più piccole.

“Inevitabilmente viene il sospetto che qualcuno voglia far chiudere le piccole e medie realtà per concentrare tutto altrove. Noi non chiediamo privilegi. Chiediamo solo di poter lavorare e rispondere ai bisogni del territorio. Durante il Covid siamo stati a disposizione del servizio sanitario regionale senza se e senza ma. Oggi chiediamo soltanto di non essere trattati come un presidio da utilizzare all’occorrenza e poi dimenticare”. Per questo motivo Salatto ha richiesto un incontro urgente con l’assessore regionale alla Sanità Donato Pentassuglia per rappresentare tutte le criticità che stanno mettendo in ginocchio la struttura di Rodi Garganico. Ma la questione ormai va oltre una singola RSA. Riguarda il futuro della sanità nel Gargano. Riguarda migliaia di cittadini che ogni giorno affrontano disagi che altrove sarebbero impensabili. Riguarda lavoratori che rischiano di perdere il posto. Riguarda pazienti fragili costretti a percorrere centinaia di chilometri per ricevere cure. Riguarda una terra che continua a sentirsi cittadina di serie B. A tutto questo, come chiede Potito Salatto, il Dipartimento Salute della Regione Puglia è chiamato a dare una risposta. Non alle strutture private. Ma ai cittadini del Gargano che da troppo tempo aspettano di essere ascoltati.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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