La Turati si svuota a due a due e con un paradosso: al Don Uva prima i pazienti meno gravi, poi gli altri

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I trasferimenti sono cominciati, ma proprio dal gruppo che, secondo la Fondazione Turati, avrebbe potuto continuare a essere seguito a Vieste. Restano invece ancora nella struttura i cinque pazienti indicati da tempo come i casi più complessi sotto il profilo psichiatrico, quelli per i quali la Fondazione aveva chiesto con maggiore insistenza una diversa collocazione perché ritenuti poco compatibili con un reparto di riabilitazione. È il nuovo paradosso della vicenda Turati: dei diciassette utenti interessati dalla decisione (uno di loro era andato incontro a una dimissione decisa dalla famiglia), oggi ne rimangono undici e i trasferimenti verso il Don Uva di Foggia stanno procedendo a piccoli gruppi, generalmente di due persone per volta. A fare il punto con l’Attacco è ancora il Direttore Generale Maurizio De Scalzi, che nei mesi scorsi aveva già contestato le modalità con cui era stata gestita l’intera operazione. La richiesta della Fondazione era stata duplice: da una parte evitare di lasciare a Vieste proprio gli utenti con problematiche maggiormente riconducibili alla salute mentale; dall’altra organizzare il trasferimento in maniera il più possibile organica, così da consentire alla struttura di rimodulare anche il servizio e il personale. “Invece li stanno portando via due per volta, con molta calma e, per il momento, non abbiamo alcun segnale che intendano farsi carico di quelli per i quali avevamo chiesto da tempo un intervento”. Una situazione che De Scalzi definisce sostanzialmente rovesciata rispetto alle richieste formulate dalla Fondazione: “Quelli che secondo noi potevano tranquillamente rimanere vengono portati via; quelli che avevamo segnalato come non appropriati per una struttura riabilitativa restano con noi”.

La riduzione progressiva degli utenti non consente, almeno nell’immediato,di ridimensionare proporzionalmente l’organizzazione: “La normativa pugliese - fa notare il DG - prevede l’assistenza per posto letto e non in base al numero effettivo dei degenti”. In altri termini: mentre gli ospiti diminuiscono, una parte importante dei costi continua a rimanere in piedi, finché rimarrà anche un solo paziente in reparto. È utile ricordare che la vicenda dei trasferimenti s’interseca con il problema più ampio della permanenza della Turati a Vieste.

De Scalzi non nasconde una stanchezza ormai sedimentata: “A Vieste siamo scoraggiati da tempo, abbiamo resistito perché il fondatore era di Vieste e teneva che questa struttura sopravvivesse, ma la sensazione è che la Regione si sia impegnata fortemente per farci passare la voglia”. Parole, le sue, che testimoniano un rapporto con le istituzioni regionali giudicato ormai quasi inesistente.

Eppure la Turati, dopo gli inviti ricevuti a mostrarsi più flessibile, sostiene di essersi mossa formalmente in quella direzione: lettere alla Regione, alla Asl e agli uffici competenti, fino alla disponibilità a rivedere le precedenti intese e persino a strutturare un reparto con caratteristiche più vicine a quello del Don Uva. “Abbiamo scritto a tutti - racconta ancora De Scalzi - manifestando persino la disponibilità a rivedere l’organizzazione. Non è arrivata alcuna risposta”. Ed è proprio l’assenza di interlocuzione, più ancora di un eventuale diniego, a essere contestata: “Siamo abituati a lavorare anche in Lazio e in Toscana... lì possono dirci di no, ma c’è una risposta, e un diniego viene motivato. Qui il problema è che non ci rispondono nemmeno”.

Il Direttore rivendica anche la natura della Fondazione: un ente del Terzo settore senza finalità di lucro, nel quale gli eventuali utili devono essere reinvestiti nell’attività assistenziale. “Non siamo un privato che viene a chiedere qualcosa perché vuole guadagnare, le nostre finalità sono assistere persone fragili e creare posti di lavoro”.

Quanto all’ipotesi, già emersa nei mesi passati, di una possibile cessione o trasformazione dell’assetto proprietario della struttura, non si registrano sviluppi formali: “Ad agosto il mondo si ferma e tutto riparte a settembre, vedremo”. Una coincidenza temporale, tuttavia, non passa inosservata: proprio quando il futuro della Turati è così incerto, Fabrizia Telesforo, figlia dell’imprenditore della sanità Paolo Telesforo, alla guida del gruppo cui fa capo anche il Don Uva di Foggia, è stata più volte a Vieste nel corso di agosto, trascorrendovi lunghi periodi di vacanza. Un elemento che, allo stato attuale, non consente di stabilire alcun collegamento ufficiale con le vicende societarie della Turati, ma è a dir poco suggestivo in una vicenda tutt’altro che chiusa.

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