Il 17 luglio 2026 la Corte di Cassazione, sezione Lavoro, ha pubblicato la sentenza n. 23436/2026 che riconosce ai navigator, i collaboratori assunti nel 2019 da Anpal Servizi per il Reddito di Cittadinanza, lo stesso trattamento economico dei dipendenti pubblici. La Corte ha accolto cinque dei sedici motivi di ricorso presentati da tredici ex collaboratori, cassando la sentenza della Corte d’Appello di Torino e rinviando la causa alla stessa Corte, in diversa composizione. La sentenza non riqualifica il rapporto come lavoro subordinato: i navigator restano collaboratori autonomi. Ma la Cassazione riconosce che, per come si è svolta in concreto, la collaborazione rientra fra quelle etero-organizzate previste dall’articolo 2 del decreto legislativo 81 del 2015, con diritto alle stesse tutele economiche dei dipendenti: differenze retributive, tredicesima e quattordicesima, ferie, TFR, contributi pieni. Il decreto legge che istituì i navigator nacque nel gennaio del 2019 sotto il governo gialloverde di Movimento 5 Stelle e Lega, con Luigi Di Maio ministro del Lavoro. In provincia di Foggia i posti banditi furono 41, su 248 in Puglia e circa 3.000 in tutta Italia. Secondo il Sole 24 Ore, la platea potenzialmente interessata oggi è di circa 2.800 persone.
I navigator affiancavano gli operatori dei Centri per l’Impiego nel percorso dei beneficiari del Reddito di Cittadinanza: convocazioni mensili, redazione del patto personalizzato per il lavoro, incontri di verifica almeno ogni quindici giorni, contatti con le imprese del territorio per individuare opportunità coerenti con il profilo del beneficiario.
Lo studio legale Fontana & Associati, già difensore dei tredici ricorrenti, invita gli ex navigator non ancora aderenti a farsi avanti prima che scattino i termini di prescrizione quinquennale, e ha avviato incontri online per gruppi di regioni per raccogliere nuove adesioni. Sommando le richieste, l’esposizione per Sviluppo Lavoro Italia potrebbe superare gli 80 milioni di euro, oltre ai costi legali. Ora la parola torna alla Corte d’Appello di Torino, che dovrà applicare i principi enunciati dalla Cassazione.
di Luca De Marco
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