C’è qualcosa di più di una semplice coincidenza nel filo che unisce due vittorie del Foggia a Crotone, distanti addirittura 64 anni l’una dall’altra. L’8 aprile 1962, al vecchio Scida, fu Francesco “Ciccio” Patino a firmare lo 0-1 del l’allora Foggia & Incedit capolista del girone C di Serie C poi promosso in B. Lunedì sera, sullo stesso terreno, è toccato a Francesco Pio Petito: stesso risultato, stesso numero 11 sulle spalle. Un curioso scherzo del destino che non autorizza, naturalmente, a fare paragoni con la squadra di Oronzo Pugliese, ma che diventa un piacevole auspicio.
Sessantaquattro anni dopo, dunque, il Foggia torna a violare lo Scida e soprattutto inaugura il suo nuovo campionato con tre punti che valgono molto più del semplice dato statistico. Perché questa non è una squadra che ha già certezze consolidate. È un gruppo costruito ex novo, un allenatore arrivato per imprimere una precisa identità e un mercato ancora working in progress. Gaetano Auteri lo aveva detto alla vigilia e lo ha ribadito dopo la gara: il lavoro è appena cominciato. Eppure, proprio per questo, la prestazione di lunedì sera offre indicazioni interessanti.
La prima, forse la più importante, riguarda l’approccio alla gara. Il Foggia non ha impostato un match di puro contenimento e basta. Nei primi minuti ha cercato di giocare, di aggredire gli spazi, di utilizzare le corsie e soprattutto di verticalizzare. La squadra è cresciuta con il passare dei minuti e il vantaggio arrivato al 23’ è stato la naturale conseguenza di questo atteggiamento: Haoudi ha visto il movimento di Petito, lo ha servito in profondità e il numero 11 ha fatto il resto, controllando e battendo Merelli con freddezza. È proprio nella costruzione del vantaggio che si intravede uno dei primi progressi del nuovo Foggia: la ricerca immediata della profondità. Non un possesso sterile, non una manovra lenta e prevedibile, ma la capacità di sfruttare rapidamente la qualità tecnica di Haoudi e la mobilità degli uomini offensivi. Petito, arrivato solo da tre giorni, ha sfruttato come meglio non poteva l’occasione concessagli dal suo allenatore. Un gol da attaccante vero, ma anche il frutto di un meccanismo collettivo.
Il secondo aspetto positivo è la solidità del gruppo . Il Foggia ha segnato e non ha subito, portando a casa uno 0-1 che nella ripresa ha assunto i contorni della battaglia. Il Crotone ha alzato il baricentro, ha spinto con maggiore continuità e ha costretto i rossoneri a difendere più bassi. Ma proprio qui è emersa la capacità di soffrire senza perdere mai la testa. Auteri ha parlato di una vittoria costruita sull’organizzazione difensiva e sul sacrificio. E i fatti gli danno ragione.
In questo senso, Saro è stato un punto di riferimento importante, ma sarebbe riduttivo attribuire soltanto al portiere il merito dello 0-1. Davanti a lui il Foggia ha mantenuto distanze abbastanza corte e, soprattutto, ha accettato di sporcare la partita. Non sempre ha potuto comandarla, ma non ha nemmeno concesso al Crotone di trasformare la pressione in un assedio continuo. È una differenza sostanziale rispetto a una squadra che avrebbe potuto disunirsi dopo aver perso il controllo del gioco.
Naturalmente, non è stato tutto perfetto. Anzi, la ripresa ha evidenziato chiaramente dove questo Foggia deve ancora crescere. Una volta passato in vantaggio, i rossoneri hanno progressivamente rinunciato a una parte della loro iniziativa. Il possesso è diventato più episodico, le ripartenze non sempre sono state sfruttate con lucidità e in alcuni momenti è sembrato mancare il passaggio capace di alleggerire definitivamente la pressione. Il Crotone ha così potuto prendere campo e costringere il Foggia a una lunga fase di sofferenza. Ed è qui che arriva il principale campanello d’allarme: una partita del genere va chiusa prima. Le occasioni avute nel finale da Haoudi, Bigonzoni e Tourè raccontano che il Foggia avrebbe avuto la possibilità di mettere il sigillo sul risultato. In particolare, il pallone capitato a Bigonzoni all’86’ avrebbe potuto evitare otto minuti di recupero vissuti con il fiato sospeso. Quando si costruisce tanto e si ha la possibilità di colpire negli spazi lasciati da un avversario sbilanciato, bisogna essere più cinici.
Ma anche questa, a ben vedere, può essere considerata una forma di progresso: il Foggia ha saputo creare occasioni anche quando la partita sembrava sfuggirgli di mano. Non è rimasto soltanto arroccato davanti alla propria area. Ha avuto le opportunità per raddoppiare, segno che la squadra possiede armi per fare male anche in transizione.
E poi c’è il fattore caratteriale. Un anno fa il Foggia aveva chiuso una stagione tormentata con la retrocessione. Oggi si riparte praticamente da zero, con una rosa rinnovata e un progetto ancora tutto da verificare. Espugnare Crotone alla prima giornata, in una gara nella quale bisogna anche fare i conti con assenze e acciacchi, significa mettere subito dentro il serbatoio una dose importante di autostima.
Dove potrà arrivare questo Foggia? Impossibile dirlo dopo novanta minuti. Sarebbe persino controproducente trasformare una vittoria significativa in una promessa di campionato. Però qualche traccia è già visibile: organizzazione, disponibilità al sacrificio, verticalità, qualità individuale e una discreta capacità di adattarsi alle diverse fasi della gara. Restano da migliorare la continuità del possesso, la gestione dei momenti di pressione, la concretezza sotto porta e, soprattutto, l’amalgama di un gruppo nato in fretta.
Per ora, però, va bene così. Perché il calcio vive anche di simboli e di storie. Nel 1962 Patino, con l’11 sulle spalle, aprì la strada verso una stagione destinata alla promozione. Nel 2026 Petito, ancora con l’11, ha riaperto quella porta dopo 64 anni. Non è un presagio, né una profezia. È soltanto una bella storia da raccontare. Chi ben comincia…
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