Le immagini delle telecamere pubbliche avevano immortalato ogni fase dell’agguato: l’inseguimento, lo speronamento del Fiat Doblò bianco, la raffica di colpi e il colpo di grazia inferto alle vittime ormai a terra. A quasi nove anni dal duplice omicidio di Nicola Ferrelli e Antonio Petrella, assassinati ad Apricena il 20 giugno 2017, l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Bari registra una nuova svolta con altri due arresti eseguiti nell’ambito della maxi operazione antimafia scattata tra Foggia e il Gargano. In carcere sono finiti Matteo Lombardi, conosciuto con il soprannome “a carpnese”, e Luigi Ferro, detto “Gino di Brancia”. Secondo gli investigatori avrebbero fatto parte del commando che quel pomeriggio entrò in azione nel centro dell’Alto Tavoliere. Lombardi, già detenuto al 41 bis, è ritenuto uno degli esecutori materiali del duplice delitto insieme a Francesco Scirpoli e Pietro La Torre, arrestati il 25 settembre 2025 nel primo sviluppo dell’inchiesta. Ferro, originario di San Marco in Lamis, avrebbe invece avuto il ruolo di autista del gruppo armato. I provvedimenti cautelari sono stati eseguiti dalla Polizia di Stato, con attività coordinate dalla Dda di Bari attraverso la Sisco e la Squadra Mobile di Foggia. Agli indagati vengono contestati, a vario titolo, i reati di duplice omicidio volontario aggravato dal metodo mafioso, detenzione e porto di armi da guerra e comuni da sparo. Per gli inquirenti il delitto rientra pienamente nelle strategie di espansione del clan Lombardi-La Torre-Ricucci, organizzazione mafiosa garganica che puntava a consolidare il controllo criminale tra Apricena e San Marco in Lamis anche grazie all’alleanza con una batteria della Società foggiana. Determinanti, nella ricostruzione investigativa, sarebbero state le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, ritenute convergenti e coerenti nonostante provenienti da ambienti criminali differenti, sia garganici che foggiani. Proprio attraverso quei racconti gli investigatori avrebbero individuato in Luigi Ferro il conducente della vettura utilizzata dal commando e in Matteo Lombardi uno dei componenti del gruppo di fuoco. Secondo quanto emerso dalle indagini, il duplice omicidio sarebbe maturato all’interno della guerra mafiosa per il controllo delle piazze di spaccio e dei traffici illeciti nell’area dell’Alto Tavoliere. L’obiettivo del gruppo rivale sarebbe stato quello di colpire esponenti vicini al clan Di Summa-Ferrelli per affermare il predominio del sodalizio Lombardi-Romito-Ricucci sul territorio. La dinamica dell’agguato resta una delle più cruente della recente storia criminale foggiana.
Ferrelli e Petrella viaggiavano a bordo di un Fiat Doblò bianco quando furono inseguiti da una Bmw Touring serie 5 blu con a bordo quattro uomini armati e incappucciati. Dopo lo speronamento, il furgone terminò la corsa contro uno spartitraffico e un palo dell’illuminazione pubblica. A quel punto tre componenti del commando sarebbero scesi dall’auto aprendo il fuoco con kalashnikov, fucile calibro 12 e pistola. Oltre cinquanta colpi raggiunsero le vittime. Gli investigatori parlano di un’esecuzione compiuta con modalità “di inaudita ferocia”, culminata nel colpo di grazia sparato a entrambe le vittime prima della fuga lungo la provinciale 28 verso San Marco in Lamis. L’auto utilizzata dal gruppo armato non è mai stata ritrovata.
Nel corso della conferenza stampa il procuratore aggiunto della Dda di Bari Giuseppe Gatti ha indicato proprio quel dettaglio finale dell’esecuzione come uno degli elementi più rappresentativi della mafia garganica. “Il colpo di grazia rappresenta il brand operativo della mafia locale”, ha spiegato, parlando di una violenza esercitata “con ferocia inaudita e spregiudicata”. Secondo Gatti, però, accanto agli aspetti tradizionali delle mafie foggiane starebbe emergendo una trasformazione ancora più preoccupante. “Le batterie continuano a fare squadra e a lavorare insieme se ne hanno bisogno”, ha detto il magistrato, evidenziando la crescita di una dimensione sempre più “consortile” e federata delle organizzazioni criminali del territorio.
Un processo che, secondo la Dda, non riguarderebbe più soltanto il Gargano ma anche l’intero asse foggiano e l’Alto Tavoliere. Gli investigatori ritengono che proprio il duplice omicidio di Apricena abbia rappresentato un passaggio decisivo in quella strategia di consolidamento mafioso, funzionale all’espansione criminale e al controllo del traffico di stupefacenti nella zona. Un delitto maturato, secondo la ricostruzione accusatoria, nell’ambito dell’alleanza tra il clan garganico e la batteria riconducibile a Rocco Moretti, all’interno della lunga guerra di mafia che per anni ha insanguinato il territorio tra Gargano e provincia di Foggia.
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