Il Sole 24 Ore ha pubblicato il 25 maggio la sesta edizione della classifica sulla qualità della vita per generazioni. Sessanta indicatori, tre fasce d’età, 107 province italiane. Foggia compare due volte in questa indagine: una volta quasi in fondo, una volta quasi in cima. Non è un errore. È esattamente il problema. Nella classifica dedicata ai giovani — la fascia 18-35 anni — Foggia si piazza al 103° posto su 107, con 374,7 punti. Nella classifica dedicata agli anziani — gli over 65 — sale al 16° posto, con 466,5 punti. Trentotto posizioni di scarto tra una fascia e l’altra, in direzioni opposte. È il divario generazionale più marcato tra tutte le province pugliesi, e uno dei più evidenti dell’intero Mezzogiorno. In molte famiglie foggiane convivono oggi due storie parallele. Il nonno è assistito bene — c’è l’infermiere di territorio, c’è il medico di base, c’è la rete sanitaria che funziona. Il nipote è partito — per studiare a Bologna, per lavorare a Milano, per cercare altrove quello che qui non ha trovato. Non è un’eccezione. È la fotografia media di una provincia che ha imparato ad assistere chi rimane e ha smesso di trattenere chi potrebbe restare.
Prima in Italia per infermieri, ultima per laureati
Il dato che salta agli occhi nella classifica degli anziani è uno solo: Foggia è prima in Italia per infermieri non pediatrici, con 139,2 ogni 10.000 abitanti over 15. Distacca Cagliari di quasi undici punti e Nuoro di quasi tredici. È un primato netto, non di misura. Significa che la provincia ha costruito nel tempo una dotazione sanitaria di territorio che funziona, almeno per chi è già anziano e ne ha bisogno. Nella classifica dei giovani, il dato che racconta l’altra faccia è altrettanto netto: Foggia è 106ª su 107 per laureati nella fascia 25-39 anni, con il 15,8% del totale. Solo Siracusa fa peggio. Il dato non riguarda i giovani che non vogliono studiare — riguarda quelli che studiano altrove e non tornano. L’Università di Foggia conta circa 18.000 iscritti, di cui 11.000 vengono dalla provincia. Ma quanti foggiani vanno a laurearsi fuori e non rientrano? Il saldo migratorio dice che ogni mille giovani laureati foggiani, cinquantatré l’anno lasciano la provincia per non tornare, è il dato peggiore dell’intera regione.Il saldo demografico che non mente
La fuga non riguarda solo chi ha la laurea in tasca. Il saldo migratorio interno complessivo della provincia di Foggia è il più negativo dell’intera Puglia: -3.603 secondo il Censimento 2023. È una tendenza che si consolida da decenni e che le classifiche generazionali del Sole 24 Ore traducono in numeri di posizione: 103ª su 107 per i giovani, 85ª su 107 per i bambini. Il tasso di occupazione giovanile nella fascia 15-29 anni è al 27,1%, contro una media nazionale già bassa. Il tasso di mancata partecipazione giovanile è al 41,1%. Non è la stessa cosa della disoccupazione in senso stretto, ma dice qualcosa di più pesante: quasi uno su due tra i giovani foggiani è fuori dal mercato del lavoro, chi per scelta forzata, chi per rassegnazione. Questo spiega la classifica. Non serve un algoritmo per capire che una provincia con questi numeri sul lavoro e sull’istruzione finisca al 103° posto nella qualità della vita dei giovani. Bastano le cause.La trappola del lavoro informale
Il 41,1% di mancata partecipazione giovanile non è solo un numero. È la somma di storie diverse che finiscono nello stesso posto. C’è chi ha cercato lavoro per mesi e ha smesso. C’è chi lavora in nero nell’agricoltura stagionale della Capitanata, non risulta in nessuna statistica ufficiale, e non costruisce nulla — né contributi, né esperienza spendibile altrove. C’è chi aspetta un concorso pubblico che non arriva o arriva troppo tardi. Il dato dei Neet — i giovani che non studiano e non lavorano — a Foggia supera il 30%, un valore che colloca la provincia stabilmente tra le peggiori d’Italia. Ma il Neet foggiano ha una caratteristica specifica: spesso non è semplicemente inattivo, è intrappolato in un mercato del lavoro sommerso che non lascia tracce e non offre futuro. L’agricoltura della Capitanata assorbe ogni anno migliaia di lavoratori stagionali, molti dei quali giovani e molti in condizioni irregolari. È lavoro che esiste, ma che non compare nei contratti, non alimenta la previdenza, non costruisce un curriculum. Chi lo fa per un anno, poi per due, poi per tre, nel frattempo non cerca altro e non si forma. Quando cerca di uscire, non ha niente in mano. Questo meccanismo ha un effetto diretto sulla classifica del Sole 24 Ore: la quota di contratti a tempo indeterminato trasformati da determinato è tra le più basse, e la soddisfazione per il proprio lavoro si ferma a valori minimi. Non perché i foggiani siano meno ambiziosi degli altri. Perché il mercato del lavoro locale non offre le condizioni per essere soddisfatti di qualcosa che non c’è o che vale poco.Il confronto pugliese
Foggia non è l’unica provincia pugliese in difficoltà sulla fascia giovani. Bari è 89ª, Lecce 88ª, Brindisi 97ª, la BAT 105ª. Taranto è ultima in Italia, al 107° posto. Nessuna provincia pugliese è nella prima metà della classifica. Il Sud paga un debito strutturale che questa indagine misura con una certa spietatezza: 18 delle ultime 20 posizioni nella classifica giovani appartengono a province meridionali. Il caso di Foggia ha qualcosa in più rispetto alle altre province pugliesi, e sta nel rovescio della medaglia. Nella classifica degli anziani, Foggia è 16ª, seconda in Puglia solo a Bari, che è 14ª. Le altre: BAT 31ª, Lecce 36ª, Taranto 45ª, Brindisi 61ª. Il distacco tra il posizionamento sui giovani e quello sugli anziani è, tra tutte le province pugliesi, il più marcato proprio a Foggia. Non è un caso. È la forma che ha assunto il territorio nel tempo.Una provincia che si specializza nell’assistenza
Il primato sugli infermieri non è caduto dal cielo. Dietro quel dato c’è una scelta — consapevole o no — che il territorio ha fatto negli anni: investire nella sanità di territorio, nella presenza capillare di personale infermieristico, in una rete assistenziale che funziona per chi è già anziano e già malato. Il problema non è aver costruito una buona rete assistenziale. È non aver costruito con la stessa forza un ecosistema economico capace di trattenere le nuove generazioni. Una provincia con 139 infermieri ogni 10.000 abitanti ha investito su qualcosa. Quegli investimenti hanno seguito la direzione della domanda esistente — una popolazione che invecchia — invece di anticipare quella futura: giovani che potrebbero restare se trovassero le condizioni per farlo. Foggia non sta semplicemente invecchiando. Sta riorganizzando sé stessa attorno all’invecchiamento. Foggia si sta trasformando in una città a misura di anziano. È una trasformazione silenziosa, non dichiarata, che emerge dai numeri prima ancora che dalle politiche. E che rende la classifica del Sole 24 Ore qualcosa di più di una graduatoria: uno specchio. Il mercato del lavoro è fragile, l’istruzione terziaria non si traduce in occupazione locale, il costo dell’autonomia — trovare casa, costruirsi un reddito, metter su famiglia — è insostenibile per chi non ha già una rete familiare solida alle spalle. Il risultato è una provincia che assiste bene chi è rimasto e perde sistematicamente chi potrebbe restare. Non è un equilibrio. È una deriva.Quello che i numeri non dicono, ma mostrano
C’è un passaggio nelle previsioni demografiche Istat citate nell’indagine del Sole 24 Ore che vale la pena leggere con attenzione. Tra il 2024 e il 2034, la popolazione tra i 15 e i 35 anni crescerà — sia pure di poco — al Centro-Nord, mentre al Sud calerà del 10%. Gli anziani, in tutto il Paese, aumenteranno del 19%. Se questo scenario si applicasse alla provincia di Foggia così com’è oggi, il risultato sarebbe una provincia sempre più vecchia, sempre meno capace di generare reddito proprio, sempre più dipendente da trasferimenti esterni e da una sanità di territorio che già adesso pesa sul bilancio pubblico. Il primato sugli infermieri, in quel contesto, non è una buona notizia fine a sé stessa. È il segnale di un territorio che è attrezzato per gestire la propria crisi demografica, non per uscirne.Cosa hanno fatto le province che ce l’hanno fatta
Vale la pena guardare dall’altra parte della classifica, non per mortificarsi ma per capire cosa distingue chi ha invertito la tendenza. Bolzano è prima per i giovani con 634 punti — quasi il doppio di Foggia. Trento è seconda. Ravenna, Cuneo, Parma occupano le posizioni di vertice. Cosa hanno in comune queste province? Hanno affrontato il tema su tre fronti contemporaneamente: istruzione che si traduce in lavoro, lavoro che paga abbastanza da permettere l’autonomia, servizi che rendono vivibile il territorio per chi ha meno di quarant’anni. A Bolzano il tasso di disoccupazione giovanile è al 2,5% — venti volte meno di Taranto, dodici volte meno di Agrigento. Non è magia del territorio alpino: è il risultato di un sistema formativo che aggancia il mercato del lavoro locale e di imprese che assumono con contratti stabili perché hanno bisogno di trattenere le persone, non di rimpiazzarle ogni stagione. A Ravenna — sesta nella classifica giovani — il saldo migratorio è positivo: i giovani arrivano, non fuggono. Il porto, la chimica, il turismo adriatico, l’università: pezzi di un sistema che si tengono insieme. Non è un modello esportabile a Foggia. Il principio si: i giovani restano dove trovano lavoro stabile, dove possono permettersi un affitto senza azzerare lo stipendio, dove i servizi funzionano. Non restano per la bellezza del paesaggio o per l’attaccamento alla terra, ma restano perché conviene economicamente farlo. Foggia ha il Gargano, ha i monti Dauni, ha una posizione geografica che non è poi così periferica. Quello che non ha è ancora la capacità di trasformare queste risorse in opportunità concrete per chi ha vent’anni e deve decidere dove costruire la propria vita.Cosa manca
Manca una politica universitaria che trasformi la presenza dell’Università di Foggia in un volano per l’occupazione locale. Manca un mercato del lavoro capace di offrire ai laureati che tornano — o che potrebbero tornare — contratti stabili e retribuzioni dignitose: la retribuzione media annua dei dipendenti foggiani è 15.560 euro lordi, tra le più basse in Italia. Mancano le condizioni abitative e di servizio che rendano credibile l’idea di costruirsi una vita qui, a trent’anni, senza dipendere dalla famiglia di origine.Non mancano gli infermieri. Mancano i motivi per restare
Foggia è prima in Italia per infermieri ogni 10.000 abitanti. È 106ª su 107 per laureati nella fascia attiva. È 16ª per la qualità della vita degli anziani. È 103ª per quella dei giovani. Questi numeri non si contraddicono. Si spiegano a vicenda. E finché la risposta della politica locale continuerà a essere quella di gestire l’esistente piuttosto che invertire la tendenza, la classifica del prossimo anno sarà uguale a questa. O peggio. (prima puntata)
(Luca De Marco - l’Attacco)
Capitanata spaccata in due per generazioni: primato assoluto maggior numero infermieri ogni 10mila abitanti
Carattere
- Più Piccolo Piccolo Medio Grande Più Grande
- Predefinito Helvetica Segoe Georgia Times
- Modalità Lettura
How to resolve AdBlock issue?


(condividi) in basso allo schermo,
(Aggiungi alla schermata Home).