Il Tavoliere delle Puglie ha il primato nazionale di produzione e qualità ma il prezzo del grano è troppo basso

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Si continua a discutere, come ogni anno, sul prezzo del grano che, quest’anno, ha raggiunto quotazioni molto basse, intorno ai 24 Euro al quintale. Sono valori che, per molte aziende agricole, non permettono di coprire dignitosamente i costi di produzione. Il Tavoliere delle Puglie, il Granaio d’Italia, se l’andamento dovesse restare questo, tenendo l’agricoltore ai margini della filiera - malgrado la sua terra e il suo lavoro, siano il punto di partenza di tutto – si corre il rischio che quelle terre restino solo un luogo su cui far nascere parchi fotovoltaici e mai più spighe di grano. Un allarme che dev’essere recepito dall’agricoltore, dall’imprenditore, dalle organizzazioni di categoria, ma anche dal consumatore. A l’Attacco, torna sulla questione, Raffaele Piano, dell’omonima azienda agricola di Apricena: “Dietro i 24 Euro al quintale del prezzo del grano, c’è un problema enorme: aziende che rischiano di ridurre le superfici coltivate, abbandonare alcune colture o, nei casi più gravi, vendere i propri terreni, visto che stanno aumentando anche i latifondisti. E poi vedremo sorgere, sempre più, parchi fotovoltaici”. Ed ancora: “Quando un agricoltore è costretto a vendere la terra perché non riesce più a vivere del proprio lavoro, il problema non riguarda solo lui: riguarda tutto il territorio. Si perde presidio agricolo, si perde competenza, si perde cura dei campi, si perde continuità generazionale. E si favorisce un processo di concentrazione della terra in poche mani, una sorta di ritorno moderno al latifondismo, dove tanti piccoli e medi agricoltori vengono progressivamente spinti fuori dal mercato. La Capitanata è una delle aree cerealicole più importanti d’Italia. Il grano, da noi, non è una coltura qualsiasi: è economia, paesaggio, identità, cultura agricola. Eppure, oggi, viene spesso trattato come una semplice merce, una commodity il cui valore viene deciso da dinamiche lontane dai campi, dalla qualità, dalla fatica e dal lavoro reale degli agricoltori”. Le domande da porsi sono poco e tutti, ed ognuno, possono invertire un trend economico, ad esempio, grazie alla semplice legge di mercato della domanda e dell’offerta.

“Di fronte a questa situazione, è normale chiedersi cosa debbano fare il governo, le istituzioni, la politica – ha ripreso Raffaele Piano -. Credo che sarebbe un errore aspettare soltanto che qualcuno intervenga dall’alto. Si può cambiare anche attraverso le scelte che ognuno fa ogni giorno. Come cittadini, possiamo scegliere prodotti fatti con grano italiano e con grano del nostro territorio. Come consumatori, possiamo chiederci da dove arriva la farina che compriamo, la pasta che mangiamo, il pane che portiamo a tavola. Come professionisti, quindi come pizzaioli, panificatori, ristoratori, pasticceri e operatori del food, possiamo decidere di lavorare farine e semole che non siano anonime, ma che abbiano alle spalle una filiera chiara, locale e più giusta. Ogni scelta d’acquisto è una scelta economica, culturale e sociale. Quando scegliamo solo in base al prezzo più basso, spesso senza rendercene conto, alimentiamo un sistema che schiaccia chi produce. Quando invece scegliamo un prodotto fatto con grano italiano, da una filiera trasparente, sosteniamo agricoltori, territorio e futuro”.

Per il consumatore, resta fondamentale saper leggere bene l’etichetta su un pacco di pasta e, soprattutto, badando alla qualità (è diverso dire: fatto in Italia, verificando da dove arriva il grano, quasi sempre dall’estero; rispetto alla dizione: grano 100% italiano): “Come imprenditore agricolo, da oltre otto anni, sto cercando di dimostrare che un modello diverso è possibile - ha concluso Piano a l’Attacco -. Con le nostre farine e le nostre semole, lavoriamo grani coltivati in questo territorio: grani antichi e grani moderni, grani duri e grani teneri. Accanto alla nostra produzione, acquistiamo grano anche da altre aziende agricole locali, creando una piccola rete territoriale fondata su qualità, fiducia e responsabilità reciproca. Il punto centrale è questo: noi paghiamo sempre il grano agli agricoltori locali 5 Euro in più al quintale rispetto alla Borsa Merci, naturalmente a condizione che il grano rispetti i requisiti qualitativi necessari. Questa scelta non nasce dal desiderio di regalare soldi, né da una logica assistenziale. Nasce da una convinzione precisa: un territorio non si salva con i singoli. Un territorio si salva se tutti gli attori della filiera riescono a vincere insieme, compreso il consumatore finale. Se il trend non s’inverte, vedremo ancora tanti giovani andare via e tanta terra lasciata al silicio delle celle fotovoltaiche”.

Non a caso, venerdì nella Camera di Commercio di Foggia, su iniziativa della senatrice Gisella Naturale, verrà trattato il tema: “Grano duro: chi decide il prezzo del nostro futuro?”.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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