L'allegato normativo alla legge di stabilità: uno strumento di consenso travestito da politica regionale. Con il BURP n. 13 straordinario del 31 dicembre 2024 è stata pubblicata la legge regionale n. 42/2024, recante le disposizioni per la formazione del bilancio di previsione 2025 della Regione Puglia. Si tratta dell'ultimo atto politico in senso pieno del Consiglio regionale uscente: il bilancio 2026, per via delle elezioni regionali, ha avuto natura esclusivamente tecnica, priva di quella capacità di indirizzo che solo una maggioranza nel pieno dei suoi poteri può esercitare.
È dunque nella legge di stabilità 2025 che si trova la fotografia più nitida del metodo di governo della legislatura Emiliano. E tra le sue pieghe, quasi nascosto dalla mole del provvedimento, si trova l'allegato normativo: 98 articoli che distribuiscono complessivamente 8.603.000 euro di contributi straordinari a beneficiari individuati nominativamente, senza alcun bando pubblico, senza selezione, senza graduatoria. Il meccanismo è noto agli addetti ai lavori ma del tutto opaco per i cittadini.
Ogni consigliere regionale di maggioranza, ogni componente della Giunta, presenta le proprie proposte di articolo da inserire nell'allegato. L'assessore al Bilancio esprime parere su ciascuna, con una discrezionalità che nella pratica si traduce in potere di accettare o affossare ogni singola richiesta. Il risultato finale è una mappa del consenso politico: associazioni, enti locali, fondazioni, pro loco, parrocchie, musei civici, sagre paesane — tutti remunerati secondo una logica che risponde assai più alla geografia elettorale di chi li propone che a una programmazione organica delle politiche regionali.
I numeri parlano da soli. Quarantasette articoli per cultura, eventi, feste e tradizioni: 3.063.000 euro. Tredici articoli per ambiente e territorio: 1.750.000 euro. Dieci per infrastrutture e opere pubbliche: 1.100.000 euro. Nove per sanità e sociale: 1.145.000 euro. Dodici per patrimonio, restauro e archeologia: 725.000 euro. I restanti articoli si spartiscono le briciole tra sicurezza, ricerca e sport. Si tratta di materie nobilissime. Ma il punto non è la destinazione dei fondi: è il metodo con cui vengono assegnati. Uno stile, questo, del tutto sconosciuto fino alla Giunta Vendola, che preferiva — con tutti i suoi limiti — lo strumento del bando come forma ordinaria di allocazione delle risorse pubbliche. Da allora, progressivamente, l'allegato normativo è diventato il luogo in cui la maggioranza si compatta, si fidelizza e si riproduce. Chi ottiene un contributo per il proprio collegio può tornare al paese a rivendicarlo come risultato personale.
Chi lo ha promosso acquisisce un credito. Chi lo ha autorizzato — l'assessore al Bilancio — detiene le chiavi di un sistema che vale, ogni anno, milioni di euro di relazioni politiche. Non si tratta di corruzione, sia chiaro. Si tratta di qualcosa di più sottile e forse più pervasivo: la normalizzazione di una prassi che svuota il principio di imparzialità dell'azione amministrativa. L'articolo 97 della Costituzione non è un'astrazione: impone che le risorse pubbliche siano distribuite secondo criteri oggettivi, verificabili, accessibili a tutti. Un contributo assegnato con articolo di legge a un singolo soggetto nominativamente indicato è per definizione sottratto a qualsiasi forma di concorrenza e trasparenza. Chi non è amico di nessuno non partecipa.
Chi non ha un referente politico non esiste. Non a caso, questo sistema ha consentito a Raffaele Piemontese, assessore al Bilancio della Giunta Emiliano, di consolidarsi come figura di primo piano sia nel partito sia in Consiglio regionale. Gestire 8 milioni di euro di contributi discrezionali, anno dopo anno, significa intrattenere relazioni stabili con centinaia di soggetti del territorio, significa accumulare capitale politico in ogni provincia, significa poter premiare o penalizzare secondo logiche che con il merito hanno ben poco a che fare. Un potere silenzioso, esercitato attraverso la tecnica apparentemente neutra del parere favorevole o contrario, che ha trasformato la delega al Bilancio in uno dei centri di gravità dell'intera coalizione. La nuova amministrazione regionale ha ora la possibilità — e forse il dovere — di interrompere questa catena.
Non si chiede l'abolizione dell'allegato normativo: esistono situazioni di urgenza, realtà che non rientrano nei circuiti ordinari dei bandi, fabbisogni genuini e documentati che possono giustificare un intervento diretto del legislatore regionale. Ma è inaccettabile che questo strumento eccezionale si sia trasformato in una norma, in un meccanismo strutturale di redistribuzione del consenso. Ciò che si chiede è semplice: che i contributi diretti siano limitati a casi realmente eccezionali, motivati e pubblicamente rendicontabili; che per tutto il resto si torni al bando, alla selezione, alla graduatoria.
Che l'assessore al Bilancio non sia il custode di un sistema di relazioni politiche ma il garante dell'equilibrio dei conti regionali. Che i cittadini pugliesi — quelli che non conoscono nessuno in Regione — abbiano le stesse possibilità di accedere alle risorse pubbliche di chi ha la fortuna di essere rappresentato nel posto giusto. 8.603.000 euro. Non sono pochi. Sono il prezzo annuale di un sistema che tiene insieme la maggioranza, soddisfa i collegi elettorali e consolida le carriere politiche. È tempo di chiedersi se una regione moderna possa permettersi di continuare a funzionare così.
(di Josef K.)
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