Provare a vendere meglio Foggia (magari con più capitale privato): dubbi sull’utilità di una “controllata”

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Palazzo Dogana, giovedì 9 luglio. Nel momento di massimo afflusso la sala conta un centinaio di presenti: operatori del turismo e della cultura, presidenti di associazioni, professionisti, amministratori e una folta schiera di giovani. Non è una conferenza calata dall’alto: è una manifestazione d’interesse voluta da due realtà civiche della città, ForFoggia e il Festival del Nerd, per raccogliere idee dal basso, da chi il territorio lo vive ogni giorno, con l’intento di rivedersi poi con gli intervenuti per scegliere la strada da intraprendere: una società o una fondazione. L’idea nasce per superare un difetto storico: a Foggia la cultura riparte da zero a ogni cambio di giunta, e gli eventi costruiti negli anni si fermano. Santangelo ricorda come una rassegna affermata, Libando, sia sparita dal calendario. La proposta — un’Agenzia per la Cultura, gli Eventi e il Marketing Territoriale, cioè una società partecipata interamente pubblica del Comune — punta sulla continuità. Il cuore della proposta è questo: parte dei fondi comunali per cultura ed eventi — quantificati dai promotori in circa due milioni l’anno sulla base dei bilanci — va affidata all’Agenzia perché li gestisca con pianificazione e obiettivi. È proprio su quella parola — continuità — che la sala ha acceso il confronto. Davanti al pubblico, i quattro promotori — Stefano Fierro, Stefano Santangelo, Alessandro Guida e Carlo Baldassini — hanno illustrato numeri, forma giuridica e governance dell’ipotesi. Dalla platea, però, sono arrivate obiezioni tecniche rilevanti, e non da una voce isolata: un fronte trasversale, dal mondo cooperativo all’opposizione consiliare, ha contestato proprio la promessa di continuità. Il punto più netto è arrivato dal consigliere di Fratelli d’Italia Claudio Amorese, che ha definito lo strumento “anacronistico”. Santangelo, a fine serata, ha aperto a un modello diverso: la fondazione. Un dietrofront? No: “Un percorso”, dice a l’Attacco Santangelo. Il punto di partenza, nelle slide proiettate a Palazzo Dogana, è una diagnosi netta: “Foggia ha la cultura, non ha il sistema”. Gli eventi nascono scollegati, si riparte da zero a ogni stagione, e nessuno misura cosa quella spesa restituisce alla città. La risposta proposta da ForFoggia è un’unica regia: una società partecipata del Comune che pianifica, coordina il calendario, attrae fondi, promuove il territorio e produce eventi. Secondo i promotori, dall’analisi dei bilanci comunali emergono circa due milioni di euro l’anno già destinati dal Comune a cultura ed eventi: risorse che la proposta chiede di affidare almeno parzialmente all’Agenzia perché le gestisca “con metodo e continuità”, integrandole con bandi, sponsor e biglietti. L’impegno dichiarato è generare almeno la metà di quanto affidato con risorse proprie, per arrivare — è l’obiettivo — a tre milioni al secondo anno. Sullo sfondo, il moltiplicatore citato da Symbola-Unioncamere: ogni euro investito in cultura ne attiverebbe 1,8 negli altri settori. La forma giuridica è il cuore tecnico della proposta ed è anche ciò su cui si è acceso il dibattito. Nella presentazione è definita una società partecipata del Comune, “un unico soggetto pubblico che tiene insieme eventi, fondi e promozione”; nel dettaglio, una S.r.l. in-house, interamente pubblica, con il controllo al 100% del Comune (all’occorrenza anche la Regione): una società a cui il Comune può affidare i lavori direttamente, “niente gare, niente privatizzazione della cultura”. Il consiglio di amministrazione sarebbe di quattro membri — un presidente nominato dal Sindaco e tre consiglieri, di cui uno espresso dagli enti del territorio e uno scelto da una Consulta degli operatori, aperta ad associazioni e imprese con requisiti uguali per tutti. L’istituzione spetterebbe al Consiglio comunale ex art. 42 del TUEL.

La sala ribalta la prospettiva

È qui che la sala ha ribaltato la prospettiva. Il primo affondo è arrivato da Gerardo Fascia, presidente di Confcooperative Cultura, Turismo e Sport Puglia: “La partecipata è il contrario della continuità”, perché il CdA lo nomina la politica e “quando ci sono commissari, quando ci sono passaggi, si blocca tutto”. Un rilievo che colpisce esattamente la promessa centrale del progetto. La sua controproposta — sviluppata nel box qui a fianco — guarda a una fondazione di partecipazione a trazione privata, sul modello delle DMO. Dalla sala si è aggiunta la voce di chi il turismo lo pratica sul campo. Francesco, guida abilitata, ha riportato tutti a terra: “Per il turismo a Foggia siamo a livello preistorico”. Inutile discutere di card e società, ha sostenuto, quando mancano le basi — nessun infopoint pubblico, nessuna carta turistica, nessuna cartellonistica, monumenti non valorizzati, dalla facciata della Cattedrale all’Arco di Federico II al buio. Gaetano Spagnolo — RunFor — ha rivendicato il turismo sportivo come attrattore ignorato: la sua manifestazione porta a Foggia gente da tutta Italia, che dopo il tour del territorio ripete lo stesso commento, “non conoscevamo Foggia”. Un dottorando in geografia economica dell’Università di Foggia ha chiesto di ragionare per “sistema turistico” e non per singoli eventi, legando il turismo alle risorse del territorio.

La cesura di Amorese

A tirare le somme del fronte critico è stato Claudio Amorese. Il tono, però, è stato costruttivo: “Nessuna critica, l’idea è ottima”, ha premesso. Poi la stroncatura giuridica: una partecipata in-house impone vincoli stringenti — l’obbligo di produrre almeno l’80% per il Comune, il controllo analogo, il piano economico-finanziario, i controlli della Corte dei conti — “e con la cultura non è facilmente fattibile”. Di qui il giudizio: “Siamo lontanissimi, è anacronistico”. La strada indicata è un’altra: una fondazione pubblico-mista, con Comune, Università e Camera di Commercio a finanziarla, purché — ha avvertito — ci siano strategia e finanziatori reali. Amorese ha inoltre ricordato di aver depositato la settimana scorsa una mozione in Consiglio per mappare i beni culturali della città. A introdurre un tema che nessun altro aveva toccato è stata Ester Fracasso, già organizzatrice di Libando, che ha parlato da operatrice: “Una come me campa di questo, le bollette me le pago io”. Il suo avvertimento riguarda la trasparenza: società e associazioni non vanno mescolate, perché “la società vive di utili, le associazioni no”, e vestire da associazione attività di fatto societarie, per aggirare la concorrenza sui bandi pubblici, rischia di trasformarle in “uno strumento politico”. Di qui la richiesta di uno strumento “paritario ed equivalente per tutti”. Sulla stessa linea pro-mercato, Paola Antonazzo — presidente dell’APS Officina Civica — ha invitato a “sganciarsi dai soldi pubblici”.

La politica in sala, ma in silenzio

Sul piano istituzionale, la sala ha registrato una presenza politica trasversale ma silenziosa. C’erano i consiglieri di maggioranza del M5S Francesco Salemme, Mario Dalmaso e Francesco Strippoli, il consigliere Antonio Di Paola e l’assessora alla Cultura Alice Amatore. A intervenire sono stati solo in due: Amorese, dall’opposizione, e Salemme, dalla maggioranza — una fotografia che dice molto, con l’opposizione che entra nel merito e la maggioranza che governa la città possibilista senza sbilanciarsi. “Ci credo un tantino nel sogno della partecipata”, ha ammesso Salemme, “ma le nuove normative sul libero mercato la rendono difficile”; l’invito è a portare le idee in Commissione Cultura. L’assessora Amatore ha assistito senza prendere la parola. Non che l’iniziativa sia stata respinta: quasi tutti gli intervenuti ne hanno riconosciuto il valore e il metodo. Il nodo è stato semmai lo strumento, non l’obiettivo. Resta il punto di caduta della serata, che il proponente stesso ha colto: la proposta nasceva puntando tutto sulla continuità, e proprio lì è stata sfidata. La convergenza verso l’ipotesi-fondazione è il vero esito politico dell’incontro. Un esito che Santangelo, nell’intervista a l’Attacco, non ha respinto: ha promesso di studiarlo. La serata, del resto, non si è chiusa con l’ultimo intervento. Il confronto è proseguito nella corte di Palazzo Dogana, dove i partecipanti hanno continuato a discutere in modo conviviale attorno al buffet offerto dai partner dell’evento — Rebeers, Itanami e Tenute Di Donna. Un finale informale che dava ragione a chi, in sala, aveva insistito su una cosa: prima ancora della forma societaria, a Foggia serve un tavolo dove chi si occupa di eventi e cultura si parli.

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