Per Enzo De Vito il Foggia deve sembrare una sorta di dejavù: quando nel 2000 il neo ds rossonero faceva gavetta nel settore giovanile dell’Avellino, Pasquale Casillo e Peppino Pavone in B col club irpino provavano a rimanere a galla. Nulla a che vedere con Zemanlandia, ma comunque avere a portata di mano due monumenti del calcio degli anni ‘90 deve essere stato uno stimolo non indifferente in un percorso di crescita che era appena alle battute iniziali.
Nato a Capriglia Irpina nel ‘74, De Vito si è formato nel settore giovanile dell’Avellino. E’ lì che è stato svezzato, prima di maturare esperienze formative al nord e di riaffacciarsi un decennio dopo nei panni di direttore sportivo dal 2011 al 2018, e nuovamente nella parentesi ‘22-23. Ma il suo bagaglio tecnico l’avvocato campano lo ha affinato nei panni di capo scouting di Parma e Genoa. Prima di essere dt e dg dell’Arezzo. Ultima parentesi professionale nel ‘24 a Potenza, esperienza conclusa a novembre di un anno dopo. Tutti sono stati anni formativi, nel corso dei quali la filosofia calcistica di Enzo De Vito è stata sempre quella di costruire squadre sostenibili economicamente.
Nel ‘14 spiegava che gli acquisti dovevano essere “mirati” e senza sprechi economici. Nel ‘22 ribadiva di aver lavorato sulla sostenibilità finanziaria del club e non soltanto sul valore tecnico dei giocatori. Sintesi del concetto: no a spese fuori controllo, e rosa costruita in funzione del budget. Con l’obiettivo rivolto alla valorizzazione dei giocatori per creare plusvalenze. Partendo da una programmazione pluriennale. Questa impostazione è stata una delle caratteristiche dell’Avellino della gestione Taccone-De Vito, che riuscì a restare stabilmente in Serie B per cinque stagioni pur senza budget rilevanti.
Una delle poche dichiarazioni realmente programmatiche di De Vito è stata quella pronunciata nel giorno del suo ritorno ad Avellino: “Punterò ad un mix tra giovani e calciatori esperti”. Sintesi che riassume bene la sua visione. Tradotto: giovani con margini di crescita e rivendibilità al fianco di veterani in grado di guidare il gruppo. Uguale a: rosa equilibrata dal punto di vista anagrafico.
De Vito è diventato noto soprattutto per la capacità di individuare calciatori poco conosciuti destinati a categorie superiori. Ed in questo, dunque, dovrebbe avere più di una affinità con il dt Pavone. Diversi osservatori e addetti ai lavori gli riconoscono la capacità di anticipare il mercato e di individuare profili sottovalutati.
Reminiscenze della filosofia di scouting che si porta dietro dai tempi di Parma e Genoa: cercare cioè giocatori prima che esplodano, analizzare personalità e margini di crescita. Fare scouting capillare. La centralità del gruppo resta però forse il tema più presente nelle sue dichiarazioni pubbliche. Nel ‘13, durante la stagione della promozione dell’Avellino, dichiarò: “Siamo riusciti a creare un gruppo di valore”. Nel ‘22 parlò di una squadra “forte” soprattutto dal punto di vista mentale e collettivo. Sono i principi del suo credo che emergono: lo spogliatoio conta quanto la tecnica, e le qualità umane sono fondamentali.
L’identità di squadra viene prima dei singoli: non a caso l’ex attaccante biancoverde Luigi Castaldo lo definì “un uomo spogliatoio”. E poi l’umiltà e lavoro quotidiano, un’altra costante della sua visione molto pragmatica e poco ideologica del calcio. De Vito, ovviamente, ha una naturale propensione per il settore giovanile. Già nel 2005 sosteneva che i risultati di una società dovessero partire dalle fondamenta e dalla crescita dei giovani calciatori attraverso la creazione di patrimonio tecnico interno.
Sintetizzando il pensiero calcistico di Enzo De Vito, si potrebbe dire: “Costruire squadre sostenibili economicamente, con un forte spirito di gruppo, un equilibrio tra giovani ed esperti e una costante ricerca di talenti da valorizzare”.
La sua filosofia è soprattutto manageriale e di costruzione della rosa: scouting, sostenibilità, valorizzazione del patrimonio tecnico e centralità dello spogliatoio.
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