Ambiente svenduto, il processo Ilva finisce con la prescrizione. Vendola: “13 anni di calvario per calunnia”

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L’ex governatore della Puglia, Nichi Vendola, esce dal procedimento giudiziario “Ambiente svenduto” relativo al presunto disastro ambientale causato dall’ex Ilva di Taranto. Nel 2021 era stato condannato in primo grado dal Tribunale di Taranto a tre anni e sei mesi di reclusione con l’accusa di concussione ai danni di Giorgio Assennato, ex direttore generale di Arpa Puglia. Successivamente la Corte d’Appello di Lecce aveva annullato quella sentenza, disponendo il trasferimento degli atti alla Procura di Potenza. Il collegio della Corte d’Assise del Tribunale di Potenza, presieduto da Marcello Rotondi, durante la terza udienza del processo in corso nel capoluogo lucano, ha stabilito per Vendola e altre 14 persone il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione.

“Finisce qui una storia che sarebbe buffa se non fosse una tragedia”, commenta l’ex governatore. “L’unica classe dirigente che sfidò a viso aperto il colosso europeo della siderurgia venne colpita da un’accusa tanto infamante quanto grottesca. Non i politici o i giornalisti che avevano soldi e favori da Ilva, ma noi che fummo gli unici in Italia a imporre limiti rigorosi alle emissioni nocive, noi che mai fummo sul libro paga del padrone, noi venimmo trascinati in un processo che ebbe i tratti di un processo di piazza. 13 anni di calvario, 8 anni di processo, e una città ingannata dai suoi eroi di cartapesta. Ai finti riformatori della giustizia voglio porre una questione: è possibile che un processo si svolga per anni e anni, pur sapendo dei profili di incompatibilità della Corte, e che il processo dopo 10 anni debba ricominciare da zero?".

"La mia colpa - prosegue Vendola - è non aver fatto finta di nulla. Se non avessi trasformato una scatola vuota come l’Arpa in un luogo dotato di risorse e strumentazione, se non avessi spinto per quei monitoraggi dei 200 camini che non erano mai stati fatti, se non avessi per primo sollevato la questione delle diossine e poi del benzopirene, se non avessi provato a coniugare (come era mio dovere fare) diritto alla salute e diritto al lavoro, non sarei stato chiamato in giudizio. E questa è la considerazione più amara. Si può morire di crepacuore per una calunnia: e a me non è mancato l’infarto, che mi ha quasi stroncato ma a cui sono sopravvissuto. Ho visto falsi documentali trasformarsi in atti d’accusa, ho assistito al teatro di una inquisizione surreale, sono stato rinviato a giudizio da chi avrebbe dovuto astenersi per ragioni di opportunità, ho subìto uno sfregio annullato in appello ma non annullato nel mio animo”. 

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testatina dillo al direttore WEB

 



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