Minacce, proiettili e ombre malavitose nella gestione dei rifiuti. L’ex vertice ASE Rossi teste contro Fatone

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E’ tornato in Capitanata dopo anni di assenza Raphael Rossi, l’ex amministratore unico di ASE spa, la società in house del Comune di Manfredonia per il servizio di igiene urbana. Un ritorno dovuto alla testimonianza che ha reso lunedì scorso presso il Tribunale di Foggia, nel processo nato dall’inchiesta di Procura e Guardia di Finanza chiamata Giù le mani. Rossi guidò la spa durante la gestione commissariale di Palazzo San Domenico per infiltrazioni mafiose, chiamato dal prefetto Vincenzo Piscitelli che presiedeva l’organismo. Era assente dal Golfo dal 2023, quando, terminato il commissariamento e con l’ente tornato a gestione ordinaria, l’allora sindaco Gianni Rotice gli chiese di andare via. Oggi nel processo il manager esperto di società pubbliche di rifiuti ha il ruolo di testimone mentre Rotice quello di imputato, al pari di Michele Fatone, l’ex dipendente che spadroneggiava in ASE e che rappresenta il motivo per cui Rossi è stato convocato. Quel Fatone che lui aveva denunciato per minacce e violenze. Era il 2020 quando il commissario straordinario Piscitelli chiamò Raphael Rossi ad amministrare l’ASE, l'impresa dei rifiuti che appariva a rischio di infiltrazione e condizionamento. Il manager trovò persone appassionate e competenti, ma caotiche, senza organizzazione chiara e troppo spesso demotivate. Come raccontato in aula e ancor prima nella denuncia, il primo scontro con Fatone scoppiò nell’ufficio dell’amministratore unico. 

Rossi chiese ai tecnici di spiegare l'organizzazione della raccolta rifiuti. Un uomo imponente, Fatone - due mani come badili, rappresentante Uil con un mucchio di tessere sindacali - interruppe il più anziano, alzando la voce in una lite furiosa. Rossi lo redarguì, minacciando provvedimenti disciplinari. Pochi giorni dopo, il responsabile del personale segnalò denunce per violenze: spinte, insulti, minacce. I dipendenti, spaventati, ridimensionarono l’accaduto in “discriminazioni” quando Rossi provò a verbalizzare l’accaduto per contestare disciplinarmente Fatone. Rossi aprì un procedimento disciplinare. Fatone negò ogni cosa, ma il suo sindacalista provinciale chiese clemenza per la “prima volta”. Rossi optò a quel punto per un richiamo verbale dicendo “basta violenze, neanche verbali”.

Il vertice della spa credeva che il problema fosse risolto e disegnò un nuovo organigramma con tre coordinatori, incluso Fatone. Ma quest’ultimo rifiutò, pretendendo il controllo totale dei turni e delle ferie del personale. Rossi lo spostò in un altro ruolo, che Fatone riteneva minore: coordinatore dell'ecocentro. Fatone reagì con furia, irrompendo nell'ufficio e sbraitando “Rossi, te la farò pagare”. Non era la prima minaccia nella carriera di Rossi (a Reggio Calabria e altrove), così presentò esposto in Tribunale. Intanto, Rossi lanciò il primo concorso pubblico trasparente, rompendo con le pratiche opache delle agenzie interinali. Fatone, con due figli interinali, insorse negli incontri sindacali: “Il posto solo per chi ha già lavorato qui”. Rossi spiegò che la legge non lo permetteva, aggiungendo che gli ex avrebbero avuto un punteggio al concorso.

L'ex sindaco Angelo Riccardi, colpito da incandidabilità dopo lo scioglimento del consiglio comunale per mafia, disse a Rossi “ti fidi delle persone sbagliate”, alludendo a Fatone. Pochissimi giorni dopo, arrivò una busta con due proiettili sul tavolo dell’amministratore unico. Il concorso andò avanti: uno dei figli di Fatone, Raffaele Fatone, vinse il posto. Rossi lo interrogò sui precedenti penali e poi lo assunse.

Poi il dramma: Domenico Manzella, uno dei due coordinatori nominati da Rossi, fu massacrato di botte alle ore 05.30, prima di prendere servizio. Dall'ospedale accusò padre e figlio Fatone, dicendo che gli avevano teso un agguato e pestato selvaggiamente. Rossi ha dettagliato anche gli sviluppi sul fronte politico, spiegando che, una volta eletto sindaco, l’edile e ingegnere Rotice dapprima rifiutò le sue dimissioni facendogli dire che bisognava fare pace con Fatone. Poi, quando Rossi gli presentò un piano industriale per guardare al medio periodo, inspiegabilmente gli chiese di dimettersi. Al suo posto arrivò un cda di cinque persone, che dilapidò compensi eccessivi e che fu poi revocato dal prefetto con richiesta di restituzione dei compensi.

Lunedì scorso Rossi ha raccontato tutto questo in Tribunale, in un interrogatorio durato quasi quattro ore. Gli è stato chiesto, cinque anni dopo, di conversazioni telefoniche che non ricordava e ha rivisto in aula, detenuto, Michele Fatone. Quando gli è stato chiesto se provasse risentimento e perché non si fosse presentato come parte civile, Rossi ha risposto di non aver nulla contro Fatone, che la costituzione di ASE spa e del Comune di Manfredonia gli fossero parse sufficienti per tutelare l’interesse pubblico. Infine il ritorno all’attuale incarico, quello di amministratore unico dell’impresa di gestione rifiuti di Aprilia, nel Lazio, dopo aver appena concluso un mandato come amministratore unico dell’analoga impresa di Livorno, in Toscana.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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