Incendio di Peschici, Nicola Costante: l’uomo che salva con motobarche in mare quando il Gargano brucia

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Prima di trasformarsi in cenere, il bosco si trasforma in fumo. È quello il primo segnale che qualcosa si sta spezzando: una colonna grigia che si alza all’orizzonte, il vento che cambia direzione, l’odore acre che arriva fino al mare. Sul Gargano, purtroppo, quella scena non appartiene soltanto ai ricordi. È una ferita che, a distanza di quasi vent’anni, continua a riaprirsi. Il 26 luglio scorso un incendio di origine presumibilmente dolosa/colposa ha nuovamente minacciato il territorio di Peschici. Alimentato dalle alte temperature e dal vento, il fronte di fuoco ha raggiunto rapidamente l’area di Baia di Manaccora, dove migliaia di turisti stavano trascorrendo le proprie vacanze. In pochi minuti la spiaggia si è trasformata nell’unico rifugio possibile per centinaia di persone, circondate dalle fiamme e senza alcuna via di fuga via terra. Ancora una volta, la salvezza è arrivata dal mare. Tra le prime imbarcazioni a lasciare il porto c’erano quelle della famiglia Costante. Nicola Costante, comandante e armatore del Tour delle grotte di Peschici, insieme al fratello Antonio, alla figlia Anna Nicole e al nipote Raffaele, ha immediatamente interrotto l’attività turistica per mettere le proprie motobarche al servizio dell’emergenza. Imbarcazioni progettate per accompagnare ogni giorno centinaia di visitatori lungo la costa del Gargano si sono trasformate, nel giro di pochi istanti, in mezzi di soccorso. Per Nicola quella scelta non è stata il frutto di un ragionamento, ma di un riflesso quasi naturale. Il mare è la sua casa da quando aveva appena una manciata di anni. Nato nel 1968, è cresciuto a bordo delle imbarcazioni di famiglia, imparando a conoscere ogni insenatura, ogni corrente e ogni tratto di costa del promontorio. Un patrimonio di esperienza costruito in decenni di lavoro che, nei momenti di emergenza, diventa qualcosa di molto più prezioso di una semplice competenza professionale. Coordinate dalla Guardia Costiera e dalla Guardia di Finanza, le motobarche di Peschici e anche di Vieste hanno raggiunto rapidamente Baia di Manaccora, dove centinaia di persone attendevano di essere evacuate. Nonostante il rischio concreto che il fuoco potesse raggiungere anche le imbarcazioni e nonostante le condizioni estremamente difficili, gli armatori hanno iniziato a trasportare famiglie, bambini e anziani lontano dalla spiaggia, collaborando con una macchina dei soccorsi che ha visto impegnati anche Vigili del Fuoco, Protezione Civile e forze dell’ordine. “Complessivamente sono state messe in salvo oltre cinquecento persone” ci dice Nicola, fino a quando l’intervento dei Canadair è riuscito a contenere l’avanzata delle fiamme, consentendo di interrompere le operazioni di soccorso”. 

Per molti è stata una giornata di grande paura. Per Nicola Costante, invece, è stato soprattutto un ritorno improvviso al passato. La memoria è corsa inevitabilmente al 24 luglio 2007, quando un altro devastante incendio colpì Peschici, provocando tre vittime e costringendo migliaia di persone a cercare scampo sulle spiagge. Anche allora la via di fuga fu il mare. Coordinate dalle autorità marittime, le motobarche di Nicola insieme ad altri armatori e cittadini di Peschici riuscirono a evacuare oltre quattromila persone, improvvisando una gigantesca operazione di salvataggio in condizioni estremamente complesse, tra il fumo che riduceva la visibilità, il mare agitato, il caldo soffocante e il panico collettivo. 

Tra i drammatici ricordi che Nicola custodisce da quel giorno ce n’è uno che il tempo non ha mai cancellato. Durante le operazioni di evacuazione un bambino di appena tre anni finì in mare, proprio sotto la “Nuova Peschici”, la sua motobarca. Nel caos di quei momenti sarebbe bastato un istante perché la tragedia si compisse anche e soprattutto a causa delle due grandi eliche posizionate a poppa. Nicola si tuffò senza esitazione e riuscì ad afferrarlo sott’acqua prima che scomparisse sotto lo scafo. 

Non ha mai saputo chi fosse quella famiglia. Non conosce il nome di quel bambino e non sa quale strada abbia preso la sua vita. Sa soltanto che oggi quel piccolo ha circa ventidue anni. E conserva ancora il desiderio di incontrarlo, almeno una volta, per sapere che quella vita continua.

È forse questo il dettaglio che meglio racconta il significato di ciò che è accaduto pochi giorni fa. Perché il soccorso non nasce soltanto dal coraggio, ma dall’esperienza. Nel 2007 nessuno aveva un copione da seguire. Si agì d’istinto, mettendo a disposizione uomini, mezzi e conoscenza del territorio. Nel 2026 quella stessa esperienza è tornata a fare la differenza, consentendo di intervenire con rapidità ed efficacia in un contesto nuovamente drammatico. È giusto ringraziare chi, in quelle ore, ha messo a rischio la propria attività, le proprie imbarcazioni e la propria incolumità per salvare degli sconosciuti. 

Ma forse il modo migliore per farlo è un altro: trasformare queste tragedie in occasioni di apprendimento. Gli incendi si possono prevenire attraverso controlli e politiche di tutela del territorio, ma è altrettanto necessario prepararsi a gestire le emergenze quando si verificano. Da qui nasce una riflessione che merita attenzione. Accanto alle istituzioni e agli organismi di soccorso esistono professionalità che vivono quotidianamente il mare e conoscono profondamente la morfologia della costa garganica. 

Comandanti, armatori e operatori marittimi rappresentano un patrimonio di competenze costruito sul campo, spesso decisivo proprio nei momenti più critici. Viene naturale chiedersi se non sia il momento di coinvolgere stabilmente anche queste realtà nella pianificazione delle emergenze, attraverso tavoli di confronto, esercitazioni congiunte e protocolli condivisi. Non per sostituire chi è chiamato istituzionalmente a intervenire, ma per valorizzare un’esperienza che, due volte in meno di vent’anni, ha dimostrato di poter contribuire concretamente a salvare vite umane.

Perché la memoria, da sola, non basta. Serve a ricordare ciò che è accaduto. La responsabilità collettiva, invece, serve a fare in modo che ciò che è stato imparato non vada perduto. E forse è proprio questa la lezione più importante che il Gargano dovrebbe custodire dopo aver visto, ancora una volta, il fumo alzarsi sopra le sue foreste e il mare trasformarsi nell’ultima speranza di salvezza. 
(Federico Taddio - l’Attacco)

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