È finita in un appartamento di Corso del Mezzogiorno, nel complesso residenziale dell’ex palazzone Onpi di Foggia, la lunga latitanza di Carmine Marolda, 64 anni, soprannominato “Ninett”, ricercato da gennaio dello scorso anno in esecuzione di un provvedimento restrittivo emesso dal gip del Tribunale di Bari per reati legati agli stupefacenti. L’uomo, considerato dagli investigatori un soggetto di elevata pericolosità e ritenuto capace di reazioni violente e tentativi di fuga, è stato arrestato nelle prime ore della mattinata di ieri al termine di una complessa operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Potenza. Marolda, con precedenti tra Basilicata e Puglia e già condannato all’ergastolo per l’omicidio del maresciallo dei carabinieri Antonio Di Resta, era nascosto all’interno di un appartamento al primo piano dello stabile. Con lui c’era la donna che, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, gli avrebbe garantito rifugio e copertura durante la latitanza. Nei suoi confronti è stato eseguito un decreto di perquisizione emesso dalla Dda di Potenza. La donna è ora indagata per favoreggiamento. L’operazione è stata condotta dal Nucleo investigativo del Comando provinciale dei carabinieri di Potenza, con il supporto del Gis di Livorno e dei militari del Comando provinciale di Foggia. I carabinieri hanno circondato il perimetro della palazzina durante la notte, facendo irruzione nell’abitazione dove il latitante si nascondeva. Secondo quanto riferito dagli investigatori, l’intervento è stato pianificato nei dettagli dopo una preventiva analisi dei possibili scenari operativi, anche in considerazione dei precedenti delittuosi attribuiti a Marolda e del contesto urbano densamente abitato nel quale si trovava il covo. La scelta di impiegare personale altamente specializzato sarebbe stata dettata proprio dalla necessità di evitare rischi per la popolazione e garantire la sicurezza durante tutte le fasi dell’operazione. Il nome di Carmine Marolda è legato a uno degli episodi più gravi della cronaca criminale degli anni Novanta. Nel settembre del 1996, dopo una rapina a mano armata in una gioielleria, il latitante e i suoi complici uccisero a Pescara il maresciallo dei carabinieri Antonio Di Resta. Per quel delitto Marolda è stato condannato all’ergastolo. Gli investigatori lo descrivono come un uomo con un lungo curriculum criminale, inserito in ambienti delinquenziali attivi tra Puglia e Basilicata. Il rintraccio del sessantaquattrenne rappresenta, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Potenza, il risultato di un’articolata attività investigativa sviluppata nell’ambito del contrasto alla criminalità organizzata nell’area del Vulture-Melfese. Le indagini sarebbero partite dagli elementi emersi nel corso di precedenti operazioni contro i vertici delle piazze di spaccio locali.
Un ruolo importante nell’inchiesta lo avrebbe avuto il monitoraggio dei rapporti e dei contatti riconducibili a soggetti già arrestati. Gli investigatori spiegano che un passaggio decisivo sarebbe stato rappresentato dall’arresto del latitante Massimo Sileno, fermato a Napoli nel maggio del 2025 dai carabinieri di Potenza. Da quell’attività sarebbero emersi elementi utili per individuare la rete di relazioni attorno a Marolda e ricostruirne gli spostamenti. Attraverso una lunga attività di osservazione, pedinamento e analisi tecnica, i militari sono riusciti a stringere progressivamente il cerchio attorno al ricercato fino a localizzare il nascondiglio nel capoluogo dauno. Gli investigatori avrebbero individuato la donna che lo ospitava e monitorato i suoi movimenti all’interno del complesso edilizio di Corso del Mezzogiorno. Quando il quadro investigativo è stato ritenuto completo, la Direzione distrettuale antimafia di Potenza ha disposto l’intervento operativo. I militari hanno quindi cinturato l’area e fatto accesso all’interno dello stabile sorprendendo Marolda nell’appartamento. L’arresto è avvenuto senza conseguenze per residenti e passanti.
L’operazione, spiegano ancora gli investigatori, è stata organizzata nelle ore notturne proprio per ridurre al minimo i rischi legati alla presenza di numerose famiglie nella zona. Decisivo sarebbe stato il contributo del Gis, il Gruppo di intervento speciale dei carabinieri, impiegato nei contesti ad alto rischio operativo. Per gli inquirenti il blitz di ieri rappresenta un risultato di rilievo nella lotta alla criminalità organizzata attiva tra Basilicata e Puglia. La Direzione distrettuale antimafia di Potenza sottolinea come il lavoro investigativo abbia consentito di riportare sotto il controllo dell’autorità giudiziaria un profilo criminale ritenuto di primo piano. L’arresto di Marolda chiude una latitanza durata oltre un anno e riporta al centro dell’attenzione una figura che per decenni ha attraversato alcune delle più pesanti vicende criminali del territorio. Ora il sessantaquattrenne dovrà rispondere davanti all’autorità giudiziaria anche del provvedimento restrittivo emesso dal gip del Tribunale di Bari nell’ambito dell’inchiesta sui reati in materia di stupefacenti. Nelle prossime ore saranno completati gli adempimenti di rito e gli ulteriori accertamenti investigativi finalizzati a ricostruire la rete di sostegno che avrebbe consentito al latitante di sottrarsi alla cattura per mesi. Gli inquirenti stanno valutando eventuali responsabilità di altre persone che potrebbero aver favorito la permanenza di Marolda nel nascondiglio foggiano.
L’operazione eseguita ieri a Foggia si inserisce nel più ampio quadro delle attività di contrasto alle organizzazioni criminali e ai traffici di droga sviluppate negli ultimi mesi tra Puglia e Basilicata. Un’attività investigativa che, secondo gli investigatori, continua a concentrarsi sia sui gruppi attivi nelle piazze di spaccio sia sulle reti di protezione e supporto ai latitanti collegati agli ambienti della criminalità organizzata. Resta però ancora una volta il dato che gli investigatori conoscono bene da anni. Il complesso di Corso del Mezzogiorno continua a rappresentare uno dei punti più difficili da controllare dell’intero capoluogo dauno, un enorme agglomerato di case popolari dove criminalità, degrado e marginalità convivono da tempo. Non è la prima volta che l’ex palazzone Onpi finisce al centro di operazioni di polizia e arresti eccellenti. Per le forze dell’ordine quell’edificio resta un vero e proprio buco nero investigativo, un luogo nel quale trovare rifugi, coperture e protezione continua a essere possibile anche per soggetti di alto profilo criminale. Un’area che, nonostante anni di interventi e controlli, continua a mostrare tutte le difficoltà dello Stato nel ristabilire una presenza stabile e capillare.
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