La nuova fiammata di femminidi registrata negli ultimi giorni in Italia, praticamente a tutte le latitudini del Paese, sta portando ancora una volta al dibattito nazionale che anche numericamente non accenna a diminuire, nell’ambito di un contesto di sopraffazioni che per fortuna non sempre sfociano in tragedie e gesti definitivi. Uno di questi casi recentissimi è sicuramente quello dell’altro giorno a Lucera, dove un uomo di 46 anni è stato arrestato dai carabinieri di Lucera per maltrattamenti in famiglia, lesioni personali aggravate e violenza sessuale aggravata, secondo quanto rilevato dal pubblico ministero della procura di Foggia che ha chiesto e ottenuto dal gip del tribunale la detenzione in carcere, dopo le indagini condotte dai militari della locale Stazione. E proprio da Via San Domenico hanno rinnovato l'invito a riferire situazioni di difficoltà subite personalmente: ormai tutte le forze dell'ordine (e l'Arma in particolare che dispone di strutture e professionalità interne appositamente formate) sono preparate a gestire i casi da “Codice Rosso” che purtroppo si verificano sempre più frequentemente. Negli ultimi due anni, solo nel territorio della Compagnia di Lucera, i provvedimenti eseguiti sarebbero circa una quarantina.
La ricostruzione dell’arresto di giovedì scorso parla addirittura di 25 anni di vessazioni, umiliazioni, insulti e minacce (anche di morte) nei confronti della moglie, con la quale l’uomo era divorziato seppur convivente sotto lo stesso tetto del quartiere Porta Croce, atteggiamenti che spesso sarebebro stati tenuti anche davanti ai due figli, a loro volta vittime di soprusi e angherie ingiustificate.
Sono state documentate violenze sia fisiche che psicologiche, dettate da quella che il giudice ha definito una “gelosia patologica e ossessiva”. Nell’ordinanza di custodia cauterale si parla di percosse anche notturne e improvvise, controlli degli spostamenti dei congiunti, divieti di frequentazione di altre persone, denigrazioni perfino della prole, verifiche maniacali sulle chat degli smartphone, tutto questo durante un lungo periodo in cui sembrava che a un certo punto, intorno al 2014, si fosse trovata una riconciliazione tra i due adulti in realtà rivelatasi vana, perché non sarebbe mai cessato il controllo morboso da parte dell’indagato, atteggiamento partito praticamente fin dall’inizio del matrimonio con la coniuge, peraltro costretta a lavorare come collaboratrice domestica, considerato il di lui stato di disoccupazione, e a consumare rapporti sessuali non graditi dalla donna.
Dopo anni di silenzi reiterati per paura di ulteriori ritorsioni personali e sui figli, vissuti in clima di terrore e accondiscendenza passiva, la svolta sulla vicenda si è avuta poco meno di due mesi fa, quando il marito le ha lanciato addosso del caffè bollente, provocandole ustioni e ferite al termine di un litigio dovuto ancora una volta a pretese sessuali non accolte dalla consorte. A quel punto, la donna ha prima lasciato la casa insieme alla figlia minorenne (il figlio poi diventato maggiorenne lo aveva già fatto in precedenza) e poi si è rivolta al Centro Anti Violenza e ha presentato denuncia in caserma, corredata da referti medici che attestavano le violenze subite e da screenshot di conversazioni Whatsapp (cancellate dall’uomo quando ormai erano state già acquisite), senza contare le dichiarazioni rese dagli stessi figli e da altri familiari che erano evidemente al corrente di quanto accadesse e in effetti hanno confermato a verbale la situazione diventata insostenibile nell’abitazione della coppia, formalmente separata.
Dopo aver appreso di essere stato denunciato, l’uomo (difeso dall’avvocato Giacomo Grasso) ha minacciato direttamente di morte la donna e ha pure effettuato un danneggiamento alla porta di ingresso della casa dei suoceri, dove la vittima si era rifugiata. Due giorni dopo Ferragosto, ha cosparso di colla liquida la serratura, tanto da rendere necessario l’intervento dei vigili del fuoco e della polizia che ha ricostruito la vicenda, attribuendo proprio all’uomo la responsabilità del gesto. Sabato mattina l’indagato si è avvalso della facoltà di non rispondere davanti al giudice che lo ha sottoposto all’interrogatorio di convalida del fermo, in attesa delle successive disposizioni della magistratura che potrebbero portare anche a un giudizio diretto.
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