Sabato sera Giuseppe Lorusso, detto “Musslin” (Mussolini), passeggiava tranquillamente per Corso Manfredi nella sua Manfredonia come tanti altri. Non immaginava che dopo pochi giorni, il lunedì seguente, sarebbe stato arrestato nell’ambito dell’operazione coordinata dalla DDA di Bari contro la mafia garganica, che grazie alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia (zero fino alla strage del 9 agosto 2017, oggi 25 oltre a 4 testimoni di giustizia) e agli elementi probatori di riscontro individuati dagli inquirenti ha fatto luce sugli omicidi, rimasti a lungo irrisolti, di Francesco Libergolis, Francesco Armiento e Ivan Rosa. Tre delitti avvenuti tra il 2011 e il 2016 caratterizzati da una estrema ferocia ed efferatezza, tratto distintivo dei clan del Gargano. L’indagine – le cui misure hanno colpito anche tre collaboratori di giustizia mattinatesi (i fratelli Antonio e Andrea Quitadamo, alias “Baffino”, e Francesco Notarangelo, detto “Natale”), il mattinatese Francesco Scirpoli, Michele Silvestri, Matteo Lombardi, Pietro La Torre e un altro fratello Quitadamo, Renato – permette oggi anche di capire meglio alcune delle vicende che portarono nel 2015 al primo caso di consiglio comunale sciolto per mafia in Capitanata, quello di Monte Sant’Angelo. La commissione di accesso fu inviata da Prefettura e Viminale nel settembre 2014, l’anno in cui avvenne a marzo avvennero due episodi che nessuno ha scordato nella città dell’Arcangelo: il 1° marzo furono esplose trenta cartucce con fucile automatico AK47 Kalashnikov contro la saracinesca del garage del dirigente dell’Ufficio tecnico comunale Giampiero Bisceglia; il 19 marzo fu ucciso in un agguato il 37enne Ivan Rosa, mentre si recava nella sua masseria, in località Bosco Quarto.

Il 27 giugno 2016, nelle campagne di Mattinata, scompare Francesco Armiento. Il suo corpo non verrà mai ritrovato: è un’altra “lupara bianca”, un altro tassello della strategia del terrore che la mafia garganica ha usato per decenni per controllare il territorio. L’ordinanza del Gip di Bari ricostruisce un delitto che porta la firma del gruppo Romito‑Lombardi‑Ricucci, e che si inserisce nella lunga scia di sangue della faida con i Li Bergolis.

Il 19 marzo 2014, lungo la strada che porta alla masseria di Ivan Rosa, si consuma un agguato che porta la firma inconfondibile della mafia garganica. Rosa, figura controversa e ritenuta vicina al clan Li Bergolis, viene assassinato con decine di colpi di fucile calibro 12. L’ordinanza del Gip di Bari ricostruisce un delitto che non è solo vendetta ma rappresenta un atto di disciplina interna, un’esecuzione mafiosa pensata per ristabilire gerarchie e punire chi “alzava la cresta”.

Nel giugno del 2011, sulle alture di Mattinata, si consumò uno degli omicidi più brutali della faida garganica. La vittima era Francesco Li Bergolis, soprannominato “Faccia di Pecora”, un pastore che – secondo i collaboratori – non aveva alcun ruolo nella criminalità organizzata. Eppure il suo cognome, pesante come una condanna, bastò a trasformarlo in un bersaglio.

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