Per capire davvero che cosa siano gli agrumi del Gargano bisogna entrare nei terreni e camminare tra i muri a secco gli e alberi che in alcuni casi hanno attraversato due secoli, mentre il paesaggio si stringe e sembra proteggere quel lembo di territorio dall’esterno. Nel pomeriggio di mercoledì 26 agosto il festival Gargano Vivo, promosso dal Parco Nazionale del Gargano, ha dedicato l’incontro conclusivo del percorso “Cammino Blu” proprio a questo nell’Oasi Agrumaria di Rodi Garganico. Si è trattato di una vera immersione nel territorio, sotto la guida esperta dell’etnobotanico e agronomo Nello Biscotti, affiancato nelle spiegazioni da Giovanni Laidò, presidente del Consorzio di tutela Arancia del Gargano IGP e Limone del Gargano IGP, e dal professor Michele Morsilli, del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Ferrara. Presenti il Commissario straordinario del Parco Raffaele Di Mauro e i vertici dell’Aeronautica militare di Jacotenente, insieme a una nutrita presenza di astanti e della stampa. In serata si è aggiunta anche la consigliera regionale Rosa Barone, che ha voluto prendere parte all’evento, abilmente coordinato dalla project manager del festival Ester Fracasso. Il percorso nell’agrumeto è diventato presto una lezione a cielo aperto, in cui Biscotti ha ricostruito la storia economica e sociale di questa coltura, ricordando un tempo in cui un’annata particolarmente favorevole poteva consentire a una famiglia di acquistare una casa o ripagare il valore del terreno. Un’economia vera, che rende il contrasto con il presente ancora è più drastico: quegli stessi alberi, alcuni dei quali secolari, sopravvivono dentro un sistema agricolo che ha perso redditività e soprattutto manodopera. Nel racconto si è fatto cenno alle gelate che in passato potevano compromettere interi raccolti, alle tecniche messe a punto per proteggere gli agrumeti, al rapporto strettissimo con l’acqua e il microclima, ma anche San Valentino, patrono di Vico del Gargano e tradizionalmente legato proprio agli agrumi. Un patrimonio nel quale natura e lavoro umano si sono sovrapposti per generazioni fino a diventare inscindibili. “Parliamo tanto di biodiversità, ma poi questa biodiversità bisogna salvarla”, ha commentato Biscotti. “C’è una biodiversità naturale, fatta di specie spontanee, botaniche e faunistiche, e ce n’è una che ha creato l’uomo. Questa è una biodiversità che abbiamo costruito noi”. Il problema, oggi, è che entrambe rischiano di arretrare: “A un certo punto la curva ha cominciato a scendere, perché non abbiamo più aggiunto biodiversità e abbiamo iniziato a perdere sia quella naturale sia quella costruita dall’uomo”.
L’abbandono, secondo Biscotti, ha una causa anzitutto economica. Gli agrumi garganici devono confrontarsi con una produzione mondiale dominata da Paesi come Brasile e Spagna, mentre le piccole aziende locali fanno sempre più fatica a reggere la concorrenza. Eppure il prodotto continua ad avere una forza enorme, tanto che la spremuta d’arancia resta tra le bevande più diffuse al mondo. Il punto, quindi, non è che gli agrumi abbiano perso valore in sé, ma che sia diventato sempre più difficile produrli qui e soprattutto trovare qualcuno disposto a farlo. A completare il quadro scientifico è stato Morsilli, che ha spiegato come l’Oasi Agrumaria sia il prodotto di una combinazione molto particolare tra geologia, disponibilità d’acqua, clima e intervento umano: “La tutela di questa biodiversità è fondamentale. Qui c’è un territorio molto ristretto, legato a condizioni climatiche particolari ma soprattutto alla presenza di acqua, e la presenza di acqua è legata alla geologia dell’area”. In altre parole, è il territorio stesso ad averla resa possibile.
Per Laidò iniziative di questo tipo servono anzitutto a far conoscere l’Oasi e a trasmettere ai visitatori la passione di chi continua a lavorarla. “Sono manifestazioni importantissime perché valorizzano l’intera filiera e l’intero territorio”, ha sottolineato il presidente del Consorzio di tutela, ricordando l’unicità di un patrimonio agrumicolo che lungo l’Adriatico rappresenta una vera eccezione. Considerazioni, le sue, che rispecchiano il senso che il Parco vuole dare a Gargano Vivo: “L’obiettivo è far conoscere ancora meglio ai garganici il proprio territorio e mostrarlo anche nei suoi posti più segreti a chi viene qui per la prima volta”, ha dichiarato Di Mauro. Gli agrumi, in questa prospettiva, diventano una delle porte tramite le quali parlare di un Gargano diverso da quello estivo, che rivive nei paesaggi agricoli e nelle produzioni storiche.
La seconda parte della serata ha portato questo racconto dalla terra alla tavola. Alcuni produttori locali hanno presentato le proprie lavorazioni, accompagnate da degustazioni di prodotti tipici, trasformando ciò che era stato spiegato nell’agrumeto in un’esperienza di sapori e profumi. È qui che Rosa Barone ha riproposto il tema della rete e della responsabilità collettiva: “Ben vengano eventi che ci facciano conoscere e amare questa terra, rendendoci più consapevoli della sua grandezza”, ha detto, invitando istituzioni e territori a lavorare insieme e riconoscendo nel Parco un soggetto chiamato a riprendere pienamente la propria funzione di valorizzazione. Il festival ha acceso così i riflettori, creando consapevolezza e portando i visitatori in un paesaggio quasi nascosto, ma sta ai garganici fare i modo che secoli di fatica testimoniati da quei luoghi non diventino solo qualcosa da ricordare.
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