Il confronto tra il mondo dei balneari e chi, da anni, denuncia storture e privilegi del sistema delle concessioni demaniali è tornato a incendiarsi. A riaccendere la miccia è stato il geologo e divulgatore scientifico Mario Tozzi, che sui suoi canali social ha risposto con toni durissimi alle dichiarazioni di Giuseppe Ricci, presidente di ITB Italia. Una replica che è il riflesso di una frattura culturale che attraversa da anni la gestione delle spiagge italiane.
Ricci aveva difeso la categoria sostenendo che i balneari sarebbero vittime di una narrazione distorta. “Siamo diventati il bersaglio di una campagna mediatica che non racconta la verità”, sosteneva. “Chi parla di appropriazione delle spiagge non conosce il lavoro che facciamo, gli investimenti che sosteniamo, la funzione sociale che svolgiamo. Non siamo il problema: siamo una risorsa per il territorio”.
Un passaggio che mirava a ribaltare l’immagine dei balneari come beneficiari di concessioni ultra‑vantaggiose, sostenendo invece un ruolo di presidio economico e comunitario. “I nostri balneari potrebbero reagire e quando un balneare reagisce fa male”, ha poi aggiunto Ricci.
Tozzi ha risposto senza alcuna mediazione, con un testo che ha immediatamente polarizzato il dibattito: “Si sono appropriati delle spiagge, ci hanno costruito sopra contro la legge, mettono ogni tipo di ostacolo all’ingresso al mare, vietano di portarsi acqua e cibo, pagano canoni irrisori e intascano profitti cospicui. Inoltre, vorrebbero pure che fosse a vita e senza concorrenza. E se protesti ricorrono alle minacce di maniere forti. Non è un po’ troppo? Balneari, se li conosci, li eviti”.
La distanza tra le due posizioni è evidente. Da un lato Ricci rivendica la legittimità di un modello che, a suo dire, garantisce servizi, sicurezza, occupazione, continuità familiare. “Le nostre imprese non sono improvvisate, non sono abusi: sono storie che hanno costruito il turismo italiano”, afferma. “Chi ci attacca non vede che senza di noi molte spiagge sarebbero abbandonate”.
Dall’altro, Tozzi riporta l’attenzione su ciò che considera il nodo irrisolto: l’uso privato di un bene pubblico, spesso accompagnato da comportamenti che limitano l’accesso libero al mare e da concessioni pagate a cifre simboliche rispetto ai ricavi generati. Il divulgatore non è nuovo a posizioni nette su questo fronte: da anni denuncia l’impatto delle strutture fisse sulla dinamica naturale delle coste, la proliferazione di barriere fisiche, la mancanza di trasparenza nella gestione del demanio.
La replica del mondo balneare non si è fatta attendere: c’è chi parla di generalizzazione ingiusta, chi rivendica la propria correttezza, chi accusa Tozzi di alimentare ostilità verso una categoria già sotto pressione. Le spiagge italiane sono un patrimonio comune, ma la loro gestione continua a oscillare tra tradizione, rendita, tutela ambientale e richieste di concorrenza. E il dibattito continuerà, inevitabilmente.
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