Fuga dalle città, Foggia ultima tra 106 capoluoghi italiani: primato negativo e il numero che nessuno ha letto

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Foggia è il capoluogo italiano che perde più residenti verso altri Comuni. Lo dice l’elaborazione firmata da Michela Finizio sul Sole 24 Ore del 24 agosto: nel triennio 2023-2025 la città registra un saldo migratorio interno di 19,48 residenti in meno ogni mille abitanti, pari a 2.844 persone, ultima su 106 capoluoghi. Il numero che conta non è il primo posto: è il distacco. Alle sue spalle ci sono Nuoro a 16,63, Crotone a 16,58, Reggio Calabria a 16,53, Milano a 16,27 e Napoli a 15,5. Tra il primo e il secondo posto corrono 2,85 punti, tra il secondo e il sesto ne corrono 1,13. Foggia non guida un gruppo di città con punteggi simili: è prima, staccando il plotone appaiato. È un fenomeno che in tre anni ha portato Foggia a perdere 2.844 residenti soltanto nei trasferimenti verso altri Comuni italiani. È una differenza che sposta la spiegazione dalle condizioni generali del Mezzogiorno a qualcosa che riguarda precisamente questa città. L’elaborazione considera i dati Istat sui trasferimenti di residenza pubblicati il 3 agosto e calcola la differenza tra iscrizioni e cancellazioni anagrafiche, distinguendo gli spostamenti verso Comuni della stessa provincia, della stessa regione e di altre regioni. Nascite e decessi sono esclusi. Dire che Foggia ha perso 2.844 abitanti non equivale quindi a dire che ha 2.844 residenti in meno: è un saldo netto tra chi è andato via e chi è arrivato da altri Comuni italiani, e non contiene il bilancio naturale, negativo da anni. C’è poi un dettaglio interessante: al quinto posto della stessa graduatoria compare Milano, con 22.099 residenti persi. La città considerata più attrattiva d’Italia è tra le prime cinque per emorragia interna. Il paradosso si scioglie guardando la composizione dei flussi. Milano perde 28.262 residenti verso i Comuni della sua area metropolitana e 12.661 verso il resto della Lombardia, ma ne guadagna 18.824 dalle altre regioni e 45.662 dall’estero: il saldo complessivo è positivo per 23.563 persone. Napoli perde 3.543 residenti verso l’hinterland e 1.935 verso il resto della Campania, ma soprattutto 8.751 verso le altre regioni; l’estero ne riporta 9.692 e il risultato resta negativo per 4.537 unità, il peggiore fra tutti i capoluoghi. Due modi opposti di perdere residenti, dietro posizioni vicine: nel primo caso si esce dalla città restando nella stessa area, nel secondo si esce dalla regione. A quale dei due modelli appartenga Foggia la pagina non lo dice. La scomposizione per destinazione è pubblicata soltanto per Milano, Roma, Torino, Napoli e Bologna, mentre per il capoluogo dauno compare solo il dato aggregato. È proprio qui che si colloca la replica dell’assessore alle Attività Economiche Luigi Iorio: chi si trasferisce a San Severo, Cerignola o Manfredonia cambia indirizzo senza abbandonare il proprio centro di vita e di lavoro, e migliaia di studenti fuori sede vivono in città senza risultare all’anagrafe.

L’obiezione non è pretestuosa: su scala nazionale la componente dominante è quella di brevissimo raggio, residenti che i capoluoghi perdono in favore di altri Comuni vicini. Però, non è dimostrata, perché il documento che tutti citano non contiene queste informazioni. Napoli, al contrario, mostra che un capoluogo meridionale può perdere residenti soprattutto verso le altre regioni.

C’è un punto che capovolge l’argomento: se l’anagrafe non coincide con la popolazione reale, il principio vale in entrambe le direzioni. Migliaia di foggiani vivono e lavorano fuori mantenendo qui la residenza, e chi si è trasferito senza formalizzare nulla non compare tra le cancellazioni: i 2.844 descrivono soltanto la parte registrata anagraficamente di un fenomeno che potrebbe essere più ampio.

Dove vadano davvero i foggiani è una domanda a cui il report non risponde direttamente, ma un altro numero offre un indizio. Al 1° gennaio 2025 la città contava 4.750 iscritti all’AIRE, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero, su 145.447 residenti: il 3,3 per cento, terzultima fra i comuni italiani sopra i centomila abitanti. La provincia stava al 12 per cento, la quota più alta della Puglia. Il divario non significa che i foggiani non emigrino: indica che, rispetto al resto della provincia, una quota molto minore della mobilità del capoluogo si traduce in iscrizioni all’AIRE. Il dato è coerente con l’ipotesi di una mobilità prevalentemente interna, quella che l’elaborazione del Sole 24 Ore intercetta proprio perché misura i trasferimenti tra Comuni italiani. L’AIRE, da solo, non permette di stabilire dove si trasferiscano i foggiani: registra soltanto chi lascia l’Italia, non chi si sposta da un Comune italiano all’altro, che si tratti di San Severo o di Milano.

Il report indica che 53 città su 106 chiudono il triennio con un saldo interno negativo; in 38 casi l’estero ribalta il risultato, mentre 15 restano in rosso anche contando i flussi internazionali. Sono Napoli, Palermo, Catanzaro, Catania, Reggio Calabria, Brindisi, Nuoro, Trapani, Crotone, Carbonia, Caltanissetta, Enna, Taranto, Vibo Valentia e Benevento, tutte meridionali. Foggia non è in quell’elenco: significa che, secondo la classificazione del report, il saldo internazionale basta a ribaltare il risultato negativo del saldo interno, cosa che non riesce a Napoli, Reggio Calabria o Crotone. Il report non quantifica quell’apporto, ma il fatto stesso che Foggia non compaia tra i 15 casi irrecuperabili è un dato che in questi giorni è passato quasi inosservato: il capoluogo con la peggiore emorragia interna d’Italia non è fra le città che l’immigrazione internazionale non riesce a salvare. È coerente con quanto un’indagine sui bilanci demografici della Capitanata aveva già mostrato: nel 2024 la provincia ha chiuso con un saldo migratorio totale di appena -307, perché un saldo con l’estero di +2.975 aveva quasi compensato per intero un deficit di oltre tremila residenti negli scambi con altri Comuni italiani, secondo i dati Istat sul bilancio demografico.

Sul chi parte il quadro è più severo di quanto la classifica lasci intendere. Nell’analisi che Francesca Licari firma sulla stessa pagina, il saldo dei laureati tra i 25 e i 34 anni è positivo a Milano per quindicimila unità, a Torino per novemila e a Bologna per quattromilasettecento, negativo a Napoli. È la fotografia dell’arrivo. Quella della partenza la fornisce SVIMEZ nel rapporto “Un Paese, due emigrazioni”: tra il 2002 e il 2024 quasi 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno verso il Centro-Nord, con una perdita netta di 270mila unità, e la quota di laureati fra i migranti meridionali di 25-34 anni è salita dal 20 per cento a circa il 60. Due misurazioni indipendenti dello stesso flusso. 

Licari aggiunge un dettaglio che aiuta a leggere anche il caso di Foggia: tra i cittadini italiani il saldo complessivo dei giovani resta positivo, perché la forte perdita verso l’estero è più che compensata dalla mobilità interna, mentre tra i giovani stranieri il guadagno registrato nello stesso periodo è sostenuto quasi interamente dai flussi internazionali. Sono due popolazioni che si muovono con logiche diverse, e tenerle separate aiuta a capire perché un capoluogo possa perdere italiani e allo stesso tempo restare in equilibrio grazie a chi arriva da fuori Italia. Dove porti, per la Capitanata, lo dice la scolarizzazione: la provincia è tra le ultime in Italia per laureati under 40, fermi al 15,8 per cento.

Perché non si resta è la domanda che il report non pone e a cui rispondono le condizioni del territorio. La provincia di Foggia è ultima in Italia per reddito disponibile pro capite, con 14.952 euro annui contro una media nazionale intorno ai 22.300, su dati del Ministero dell’Economia per l’anno d’imposta 2024. Nel solo capoluogo, su 88.044 contribuenti, il 50,8 per cento dichiara meno di 15.000 euro lordi. Sono condizioni che rendono più comprensibile, anche se non meno grave, la scelta di chi lascia la città per cercare altrove un lavoro stabile o un reddito adeguato. 

Il tasso di occupazione provinciale è del 47,4 per cento, con un divario di genere di 21,7 punti. I posti negli asili nido erano 16,9 ogni cento bambini tra zero e due anni nella rilevazione Openpolis su dati Istat del 2020, contro una media nazionale di 27,2. Su questo fronte, quello che dipende dalle scelte locali, poco risulta fatto per invertire la rotta. Nella sua stessa difesa, l’assessore Iorio elenca solo dossier industriali e infrastrutturali: i circa 40 milioni per la piattaforma logistica dell’Incoronata, l’accordo del 6 agosto sulla videosorveglianza dell’area ASI. Sono materie che Iorio stesso definisce di competenza altrui più che comunale. Sulle leve che un Comune può azionare direttamente, e che incidono sulla scelta di una famiglia giovane di restare o partire, nidi, tempo pieno, politiche abitative, la sua replica non spende una parola. Non è una colpa da attribuire a chi amministra oggi più che a chi ha amministrato prima: è un vuoto che attraversa gli anni.

La cosa più istruttiva di questi giorni, però, non è soltanto quello che i numeri dicono, ma anche come sono stati letti da chi ha chiesto con più forza una soluzione. Confindustria Foggia, nel comunicato più duro tra le reazioni al report, ha scritto che “il saldo positivo degli arrivi dall’estero non basta a compensare questa emorragia”, nel tentativo di sollecitare un intervento capace di trattenere residenti e attrarne di nuovi. 

È l’unico passaggio, in giorni di dichiarazioni, dedicato al fattore che tiene in equilibrio il bilancio demografico della città. Il report, però, colloca Foggia fuori dall’elenco delle 15 città meridionali dove quell’apporto davvero non basta: qui, a differenza che altrove, il saldo internazionale ribalta il risultato negativo di quello interno. Un dettaglio che non toglie urgenza alla richiesta di Confindustria, ma che aiuta a mettere a fuoco meglio da dove ripartire.
(Luca De Marco - l’Attacco)

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