Festa del governo o celebrazione di Fratelli d'Italia? FI, Lega e Noi Moderati defilati: C’erano anche loro?

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Una festa per celebrare il Governo, un palco per raccontare Giorgia Meloni. Alla fine, spente le luminarie, chiusi gli stand e cominciato il non semplicissimo deflusso delle migliaia di persone arrivate al porto di Bari, la fotografia politica della serata è rimasta questa. Doveva essere il compleanno di un esecutivo diventato il più longevo della storia repubblicana, è diventata inevitabilmente anche la rappresentazione plastica dei rapporti di forza dentro il centrodestra. Una festa di coalizione nella definizione, molto più meloniana nella sostanza. E forse per capire fino in fondo quello che è accaduto venerdì sera bisogna fare un’operazione apparentemente scolastica ma politicamente utile: scomporre la frase, fare l’analisi logica del Governo Meloni. Perché Bari ha messo insieme quasi tutti gli elementi necessari: soggetto, predicato, verbi servili, complementi oggetto, subordinate e perfino un’avversativa. Ma soprattutto ha mostrato chi occupa realmente ogni posto nella frase. Il soggetto è Giorgia Meloni. Non soltanto perché era lei la festeggiata politica, ma perché intorno a lei è ruotato praticamente tutto. L’attesa, gli applausi, i telefoni alzati per riprenderla, i cori, il palco, il racconto dei risultati e quello del futuro. La stampa del giorno dopo fotografa una mobilitazione arrivata da tutta Italia e perfino dal Texas, tra luminarie e una partecipazione che ha sfidato anche l’afa barese. Il predicato verbale è naturalmente governare. Ma a Bari il verbo più importante è diventato un altro: durare. Perché i giorni trascorsi a Palazzo Chigi non sono più soltanto una misura cronologica. Meloni li ha trasformati in un argomento politico. Il record serve per dire che l’Italia, dopo la lunga stagione dei governi che nascevano e cadevano dentro la stessa legislatura, avrebbe ritrovato una continuità. Non a caso la stabilità è stata elevata dalla premier a “prima grande riforma”, accompagnata dalla promessa di mettere il Paese al riparo dai ribaltoni. Ed è questa forse la parte più interessante del racconto meloniano: non celebrare il tempo trascorso, ma trasformarlo in un risultato. Durare significa, nella narrazione proposta dal palco, essere affidabili. Significa programmare, assumere impegni internazionali, presentarsi in Europa senza l’incognita di un esecutivo destinato a cadere dopo pochi mesi. Anche Raffaele Fitto ha legato il tema italiano alla dimensione europea, sostenendo che la stabilità del Paese faccia bene all’Europa. 

Poi ci sono i verbi servili. E qui la grammatica comincia a trasformarsi definitivamente in politica. Volere, potere, dovere. Meloni vuole arrivare alla fine della legislatura e guarda già oltre. Bari, più che una festa di metà percorso, ha avuto in diversi passaggi il sapore di un primo appuntamento della lunga campagna verso il 2027. La stampa pugliese lo coglie apertamente, parlando di un discorso con “vista voto” e di una sfida che riparte proprio dal Mezzogiorno. Meloni può rivendicare una maggioranza che non ha conosciuto finora le crisi che hanno accompagnato tanti governi precedenti. Ma soprattutto Meloni deve dimostrare che alla quantità del tempo corrisponda la qualità dei risultati. Ed è questo il verbo servile più scomodo, perché più aumenta la durata di un Governo più si restringe lo spazio per attribuire ciò che non funziona all’eredità ricevuta. Da qui si passa ai complementi oggetto.

Sono tanti e a Bari sono stati utilizzati quasi come altrettanti strumenti per sostenere la frase principale: Sud, lavoro, donne, sicurezza, energia, Zes, conti pubblici, famiglia.Il Sud soprattutto. Non è casuale che la ripartenza politica verso il 2027 avvenga dalla Puglia. Meloni respinge l’idea di un Mezzogiorno utilizzato come semplice serbatoio elettorale e rivendica di averlo “protetto”. La Zes diventa uno degli strumenti indicati per costruire sviluppo e investimenti, mentre il Mezzogiorno viene presentato non come problema da assistere ma come territorio sul quale scommettere. Accanto al Sud c’è la sicurezza, definita una delle stelle polari dell’azione di Governo. Ci sono il lavoro e l’occupazione, la condizione femminile, l’energia e la necessità di interventi mirati. Ma prima ancora delle parole c’è stata la scenografia: il porto di Bari.
Una scelta spettacolare. Probabilmente una delle location più suggestive che il capoluogo potesse offrire per un evento del genere. Il mare alle spalle, il terminal crociere, le luminarie, gli stand, i food truck, i simboli del partito, il palco e quel colpo d’occhio che nelle immagini televisive restituisce immediatamente l’idea di una grande manifestazione popolare. Il porto, però, non è una piazza. E questa differenza si è sentita. Gli accessi sono inevitabilmente più complessi, gli spostamenti devono seguire percorsi precisi, i controlli incidono sui flussi e soprattutto bisogna riuscire a governare contemporaneamente l’arrivo e la partenza di migliaia di persone. Le cronache raccontano centinaia di autobus arrivati da tutta Italia, stand griffati e food truck, con militanti che hanno affrontato ore di viaggio e file pur di essere presenti.  C’è l’assassina, il piatto barese diventato quasi inevitabilmente parte del folklore della serata, andato a ruba tra gli stand. Le stime sulla partecipazione non sono uniformi: l’obiettivo organizzativo era quello di una presenza nell’ordine delle diecimila persone, mentre una proiezione affidata all’intelligenza artificiale in base alle foto scattate con un drone ridimensionerebbe il numero a non oltre 5 mila. Ma al di là dei numeri, il colpo d’occhio lasciava davvero senza fiato.

Sul palco, prima del momento più atteso, si sono alternati gli esponenti del partito e del Governo: Marcello Gemmato, Ignazio La Russa, che ha riportato per un momento la serata alle radici della destra pugliese attraverso il ricordo di Pinuccio Tatarella e di quella storia politica che proprio da Bari contribuì a costruire una parte importante della destra italiana contemporanea. C’è Arianna Meloni, c’è la classe dirigente di Fratelli d’Italia, ci sono i big. E soprattutto c’è un partito che utilizza il record del Governo anche per rinsaldare il proprio racconto identitario: dall’opposizione a Palazzo Chigi, dalla marginalità politica alla guida del Paese. Poi arrivano gli attori non protagonisti. Matteo Salvini e Antonio Tajani sono i due vicepremier e dunque, grammaticalmente, dovrebbero essere elementi fondamentali della proposizione principale. A Bari, però, intervengono in collegamento. Il loro messaggio insiste sul “grande lavoro di squadra”. Ed è proprio qui che la fotografia della serata diventa più interessante. Perché la squadra viene evocata, ma sul campo domina Fratelli d’Italia. Era FdI l’organizzatore ufficiale dell’appuntamento e dunque una sua predominanza era naturale. Ma simboli, militanti, gestione dell’evento e presenza politica hanno finito per restituire l’immagine di una manifestazione del Governo fortemente identificata con il partito della premier. 

Non sono mancate indiscrezioni  sul mancato invito a diversi rappresentanti pugliesi di Forza Italia e Lega. Un dettaglio che, se letto insieme alla fortissima impronta di FdI, alimenta inevitabilmente una domanda: si festeggiava il Governo oppure il Governo attraverso il partito di Giorgia Meloni? È un interrogativo, non necessariamente una frattura. Ma in politica anche le fotografie, gli inviti e le assenze producono messaggi. Come produce un messaggio l’assenza di un passaggio istituzionale nei confronti del sindaco di Bari Vito Leccese e del presidente della Regione Antonio Decaro. Politicamente sono dall’altra parte della barricata. Nessuno avrebbe potuto confondere la loro eventuale presenza con un’adesione. Proprio per questo, però, un invito di cortesia avrebbe potuto sottolineare la dimensione istituzionale di una manifestazione dedicata non semplicemente a Fratelli d’Italia, ma al Governo nazionale. Cerimoniale a parte Bari, non ha celebrato soltanto ciò che è stato il Governo Meloni, ma ha di fatto aperto ciò che verrà. La festa del Governo più longevo si è trasformata nel primo grande fotogramma della corsa verso il 2027. E dentro quel fotogramma, tra palco e porto, alleati collegati a distanza, militanti arrivati dopo ore di viaggio, luminarie, spaghetti all’assassina, proteste e autobus da ritrovare a notte inoltrata, una cosa è apparsa più chiara delle altre: la frase del centrodestra continua ad avere molti complementi, ma un solo soggetto dominante. E quel soggetto si chiama Giorgia Meloni.

di Antonio Cardano.

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