Termina con la quattordicesima e ultima puntata, nel capoluogo, a Foggia, il viaggio che l’Attacco ha affrontato nel corso di tutta l’estate all’interno di numerosi circoli del Partito Democratico di Capitanata. Un viaggio nato dall’impressione, poi progressivamente confermata dalle parole raccolte nei diversi territori, di una fase di profonda riflessione che attraversa le strutture interne dell’unico soggetto partitico che, tanto nel panorama politico nazionale quanto in quello locale, conserva ancora, seppure in dimensioni decisamente ridotte rispetto al passato, alcuni tratti riconducibili alle formule e ai modelli dei grandi partiti di massa del secolo scorso. Da San Severo a Manfredonia, dai piccoli centri dei Monti Dauni alle realtà più strutturate della provincia, il confronto con segretari, dirigenti, amministratori, dissidenti ed ex esponenti dem ha restituito sensibilità differenti e posizioni spesso distanti, accomunate però dalla necessità di interrogarsi sul funzionamento del partito, sul rapporto tra i territori e i vertici e sulla capacità delle strutture locali di incidere sulle scelte politiche. Una riflessione che affonda le proprie radici nei dissidi e nei maldipancia maturati durante le ultime competizioni elettorali e che, allo stesso tempo, apre una discussione più ampia sulla progressiva concentrazione del potere attorno ai leader e sulle torsioni cesaristiche che rischiano di attraversare anche una forza politica nata sulla partecipazione e sulla dialettica interna. Foggia, il capoluogo e il cuore della Federazione, è dunque il punto di arrivo di questo percorso. Per l’ultima tappa, l’Attacco ha intervistato la consigliera comunale e provinciale, nonché decana del Pd di Capitanata, Anna Rita Palmieri.
Ha seguito la discussione sviluppata su queste colonne durante le ultime settimane. Che idea si è fatta?
Sono sincera. Seguo con molta più attenzione le questioni relative al Comune di Foggia e alla Provincia che le dinamiche interne al Pd. Frequento poco il partito e non lo faccio attivamente. A ottobre, però, dovrebbe esserci la Festa dell’Unità anche qui a Foggia e probabilmente sarà l’occasione per affrontare dal vivo le problematiche sollevate dai vari esponenti in queste settimane a mezzo stampa. Le dinamiche più interne al partito, però, quelle non te le fanno capire.
È questo il punto. Le principali lamentele riguardano proprio il mancato coinvolgimento dei circoli territoriali, degli iscritti e dei militanti. Che cosa intende quando dice che le dinamiche interne non si fanno capire?
Funziona in questo modo, non è una novità. Quando vengono affrontate determinate discussioni, poi nessuno si preoccupa più di tanto di allargare l’eventuale dibattito ai circoli o ai territori, e tantomeno a noi rappresentanti. Sono questioni che rimangono all’interno, che discutono tra di loro. Io sono nel Pd da almeno sette o otto anni ed è sempre stata questa la situazione. Non saprei dire quali siano i maldipancia nella base del partito, se ci siano e chi li sollevi. Quello che posso dire con certezza è che dopo le regionali più di qualcuno se l’è presa.
In che senso?
È inutile girarci attorno. Nel Pd di Capitanata il riferimento principale è da sempre Raffaele Piemontese e più di qualcuno non ha gradito la sua gestione di quella campagna elettorale.
Si riferisce alla doppia preferenza di genere?
Beh, a Foggia, per esempio, non è stata candidata nessuna donna. È stata eletta Rossella Falcone di Vieste. Se Piemontese il prossimo anno viene eletto in Parlamento e va a Roma, in Consiglio regionale entrerebbe Maria Fiore di San Giovanni Rotondo e la città capoluogo rimarrebbe senza alcun riferimento diretto. Probabilmente sarebbe stato opportuno candidare ed eleggere almeno un rappresentante di Foggia, magari una donna, sfruttando la doppia preferenza di genere. Sarebbe stato importante avere un consigliere regionale foggiano.