Flash mob contro Irpef, centrodestra scende in piazza. Affondo di Perruggini: “Sanità gestita come un bancomat”

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La Puglia entra ufficialmente nella stagione delle lacrime e sangue. E mentre il governatore Antonio Decaro prova a difendere la scelta di aumentare l’addizionale Irpef parlando di “responsabilità” e “necessità inevitabili”, il centrodestra prepara la mobilitazione generale. Mercoledì 27 maggio, davanti alla Presidenza della Regione sul lungomare Nazario Sauro di Bari, tutti i consiglieri regionali di opposizione si ritroveranno per un flash mob contro quella che definiscono senza mezzi termini “la stangata Decaro”. Il nodo politico, però, va ben oltre l’Irpef. Per l’opposizione, infatti, il problema non sarebbe soltanto la necessità di coprire il disavanzo, ma soprattutto il modo in cui si sarebbe arrivati a questo punto: anni di spesa incontrollata, carenza di verifiche, gestione opaca delle Sanitaservice e una macchina amministrativa trasformata – accusano dal centrodestra – in un enorme sistema di consenso. Ad affondare il colpo è soprattutto l’onorevole Davide Bellomo, parlamentare di Forza Italia tra le voci più dure contro il governatore pugliese. “L’errore principale – sostiene Bellomo –, è che quando gestisci quasi 8 miliardi di euro di spesa sanitaria devi avere il controllo assoluto dei centri di costo. Non è possibile ritrovarsi dall’oggi al domani con una voragine simile e fingere che sia un problema nato negli ultimi tre anni”. Bellomo punta il dito anche contro la narrazione secondo cui la Puglia sarebbe stata lasciata sola dal Governo centrale. “Negli ultimi anni”, spiega, “alla Regione sono arrivati circa 700 milioni di euro in più rispetto al passato. Quindi non si può continuare a raccontare che Roma abbia abbandonato la sanità pugliese. Le risorse ci sono state. Il problema è come sono state spese”. Secondo l’esponente dell’opposizione, sarebbero mancati controlli reali sulla spesa e sulla programmazione sanitaria. “Se io utilizzo le Sanitaservice per assumere migliaia di persone senza una vera strategia sanitaria, è inevitabile che prima o poi i conti esplodano. Se quelle risorse fossero servite ad assumere medici, infermieri e personale sanitario, oggi avremmo servizi eccellenti. Invece si è allargata soprattutto la platea amministrativa e clientelare”. Un’accusa politica pesantissima che investe direttamente anche Decaro. “L’unica cosa che gli resta da fare è un’operazione verità ma soprattutto una pianificazione seria che eviti gli sprechi del passato, penso alle grandi incompiute come l’ospedale San Cataldo di Taranto – i cui costi continuano a lievitare con il passare degli anni – fino alle future Case di Comunità previste dal PNRR, che rischiano di trasformarsi in ulteriori centri di spesa senza una contestuale razionalizzazione del sistema. L’aumento Irpef, conclude Bellomo, sarà soltanto un palliativo”. Per questo la domanda che l’opposizione continua a rivolgere a Decaro è tanto semplice quanto politicamente devastante: per quanto tempo i pugliesi dovranno continuare a pagare?

Da oltre quarant’anni vive il mondo della sanità dall’interno. Ha gestito strutture, progettato modelli assistenziali, seguito l’evoluzione del sistema sociosanitario pugliese e nazionale. Antonio Perruggini, presidente dell’associazione di categoria “Welfare a Levante” manager del settore e scrittore, è una delle voci più critiche nei confronti della gestione politica della sanità regionale. In questa intervista all’Attacco analizza senza filtri le origini del disavanzo sanitario pugliese, le responsabilità della politica negli ultimi vent’anni e le conseguenze che oggi ricadono sui cittadini sotto forma di aumento delle tasse e riduzione dei servizi. Un’analisi durissima che chiama in causa tanto il passato quanto il presente, fino ad arrivare al governatore Antonio Decaro, chiamato – secondo Perruggini – a una scelta radicale: rompere definitivamente con il sistema oppure esserne travolto.

Presidente, da dove nasce realmente il disastro dei conti della sanità pugliese?

La spiegazione è semplice ed è sotto gli occhi di chiunque voglia analizzare con onestà ciò che è accaduto negli ultimi vent’anni. In Puglia, così come nel resto d’Italia, dopo la riforma del Titolo V della Costituzione approvata nel 2001 dal governo D’Alema, le Regioni hanno ottenuto ampie autonomie, soprattutto nella gestione della spesa sanitaria. Da quel momento anche a Bari, negli uffici della Regione in via Gentile, la politica ha assunto il pieno controllo di un settore fondamentale per la vita dei cittadini. Il problema è che questa gestione, soprattutto negli ultimi due decenni, è stata profondamente sbagliata. La sanità pugliese è stata amministrata senza una vera visione strategica, senza programmazione e spesso con un approccio emergenziale che ha prodotto sprechi, inefficienze e un progressivo deterioramento dei conti pubblici.

Quando, secondo lei, la situazione è diventata irreversibile?

Il vero punto di rottura arriva nel 2014, durante la presidenza di Nichi Vendola, governatore dal 2005 al 2015. È lì che si apre la voragine nei bilanci delle Asl e delle aziende ospedaliere. La Regione autorizzò una spesa sanitaria superiore ai finanziamenti ricevuti dallo Stato, mentre contemporaneamente Roma chiedeva alle Regioni di avviare una profonda riorganizzazione del sistema ospedaliero e soprattutto di sviluppare seriamente la medicina territoriale. E qui si è consumato il grande errore politico. La medicina territoriale significava investire sui medici di base, creare le Case della Salute, alleggerire gli ospedali, evitare ricoveri impropri e ridurre il ricorso incontrollato ai Pronto Soccorso. Se quella riforma fosse stata realizzata con lungimiranza, oggi parleremmo di una sanità più efficiente e di centinaia di milioni risparmiati.

Cosa non ha funzionato concretamente?

La politica non ha compreso quanto la medicina del territorio potesse rappresentare la vera risposta ai bisogni dei cittadini. La riorganizzazione del settore sociosanitario è arrivata in ritardo enorme e questo ha scaricato tutto il peso sui tecnici e sugli operatori sanitari. Ancora oggi restano irrisolti temi fondamentali: i fabbisogni assistenziali, la riabilitazione, gli ambulatori specialistici, la radiologia, i servizi territoriali. A tutto questo si aggiunge un altro errore gravissimo: non aver investito seriamente nell’assistenza domiciliare e nella telemedicina. Due strumenti che avrebbero evitato migliaia di accessi impropri negli ospedali e consentito ai cittadini fragili di essere curati a casa, riducendo drasticamente i costi. All’epoca uno studio dell’Università Sant’Anna di Pisa certificò che un ricovero ospedaliero costava mediamente 861 euro al giorno. Immaginiamo cosa significhi sostenere questa spesa per migliaia di casi che avrebbero potuto essere gestiti diversamente.

Oggi il governatore Decaro annuncia sacrifici fiscali anche per il ceto medio. Era inevitabile?

Decaro è un uomo intelligente e conosce perfettamente la situazione pugliese. Sa bene che per anni si è andati avanti senza buon senso, senza una programmazione virtuosa e con una spesa sanitaria fuori controllo. Nel frattempo la popolazione invecchiava, aumentavano le patologie croniche e degenerative – penso all’Alzheimer – ma questi fenomeni venivano sistematicamente sottovalutati dalla politica regionale. Decaro sapeva tutto già dal 2014, quando entrò alla Camera dei Deputati. E lo sapeva ancora prima, visto che era consigliere regionale e capogruppo del partito di maggioranza durante il governo Vendola. Per questo oggi non può sostenere di essere stato tenuto all’oscuro o di aver scoperto soltanto adesso il disastro dei conti. Semmai può dire di aver accettato di candidarsi pur sapendo che non sarebbe andato a fare il governatore, ma l’esattore.

Eppure gli elettori hanno nuovamente premiato il centrosinistra. Come lo spiega?

Perché si è consolidato un sistema politico e culturale che ha prodotto una sorta di assuefazione collettiva. La comunicazione politica è stata fortissima e ha spesso prevalso sulla sostanza amministrativa. Oggi però quello stesso sistema ha generato un governatore che si ritrova stretto nella morsa dei ministeri dell’Economia e della Salute, costretto a imporre lacrime e sangue ai pugliesi. Quanto al centrodestra, non si può pensare di smontare un sistema di potere consolidato in appena due mesi di campagna elettorale. Luigi Lobuono era un candidato autorevole, coerente e coraggioso, ma è stato mandato allo scontro in condizioni impossibili. Se il centrodestra vuole davvero diventare competitivo dovrà iniziare subito a costruire una visione politica credibile, a partire dalle prossime amministrative di Bari. Servono programmazione, classe dirigente, comunicazione e soprattutto candidati che non vivano di politica.

Se potesse dare un consiglio a Decaro, quale sarebbe?

Decaro non ha bisogno dei miei consigli, anche se talvolta mi capita di scrivergli quando leggo l’ennesimo scandalo sulle cronache locali. Se però me lo chiedesse davvero, gli direi che una via d’uscita esiste ed è quella della trasparenza e della chiarezza. Sono gli stessi principi che lui ha sempre indicato come cardine della propria esperienza politica e che gli hanno consentito di superare momenti molto difficili. Il problema è capire se abbia realmente compreso dove si trova oggi. Non sappiamo se sia salito sul palazzo della Presidenza della Regione oppure su una croce. Tutto di penderà dalla sua capacità di rivoluzionare il sistema sanitario pugliese. La sanità non può continuare a essere gestita dalla politica come un bancomat senza pin. Deve tornare a essere un servizio fondato sui diritti, sulla qualità delle cure e sull’effettiva esigibilità delle prestazioni. Serviranno scelte impopolari, cambiamenti radicali, controlli severissimi sulla spesa pubblica e una rivoluzione organizzativa vera. Serviranno meno video, meno propaganda e molti più fatti. E forse anche una dose massiccia di caffè per i cittadini pugliesi, chiamati a svegliarsi da un lungo e pesante incubo politico-amministrativo.

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