Tante interdittive antimafia, solo “cinque” atti di prevenzione collaborativa. Grieco: “Non fortunati col TAR”

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E’ ancora minima a Foggia, da parte della Prefettura, l’applicazione della prevenzione collaborativa, la nuova misura amministrativa introdotta nel 2021 nel Codice antimafia amministrativa e destinata ad essere usata per le imprese che facciano presumere infiltrazioni mafiose solo sporadiche o occasionali. Un'alternativa all'interdittiva antimafia, volta a salvare l'impresa e riportarla alla legalità, che dovrebbe relegare oggi l’interdittiva ad extrema ratio. Ma così non sta avvenendo ovunque e una conferma la si ha proprio rispetto alla Capitanata, dove le interdittive continuano a sovrastare in maniera massiccia i pochissimi casi di prevenzione collaborativa, come quello relativo all’impresa edile cerignolana Edil Cirsone un anno fa. “Un cambio di paradigma lo abbiamo registrato anche nella prevenzione amministrativa. Le Prefetture erano prima tenute ad applicare sempre la solita misura della interdittiva, ora le altre misure stanno iniziando a crescere significativamente. Come sta funzionando la riforma? I dati sono interessanti. Le Prefetture ci dicono che stanno applicando sempre il contraddittorio, l'interdittiva si sta marginalizzando e a Reggio Calabria, per esempio, per la quasi totalità si tratta oggi di prevenzione collaborativa. A Foggia, invece, la prevenzione collaborativa è passata dai soli tre atti dello scorso anno a cinque”. A rivelarlo, lunedì scorso a Foggia, è stato il professor Giuseppe Amarelli dell’Università di Napoli Federico II, intervenuto come relatore nel convegno “La prevenzione antimafia. Prassi applicative e prospettive di riforma”, organizzato da Unifg in collaborazione con l'Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Foggia. 

“Questo è il modo corretto di intervenire, l'impresa non mafiosa non è il braccio armato della criminalità sul mercato. L'idea è che questo cambio di paradigma stia funzionando bene. C'è una altissima discrezionalità e dunque una applicazione a geografia variabile. C'è ancora qualche problema di simmetria valutativa”, ha aggiunto Amarelli, docente di diritto penale.

“Prima per gli eventuali tentativi di infiltrazione mafiosa le Prefetture adottavano numerosissime interdittive. Il sistema della prevenzione sta attraversando un mutamento radicale. Il modello iniziale era tutto centrato su misure drastiche quali la confisca e l'interdittiva, interventi molto netti. Sta cedendo il passo a un modello molto diverso, lasciando l’approccio forte e invasivo con ostracizzazione di fatto proprio dell'interdittiva. Analizzando il fenomeno mafioso ne è emersa la complessità, la forza è nella cifra relazionale. La contiguità alla mafia ha colori cangianti, dalla contiguità compiacente a quella soggiacente. Non poteva andare bene la confisca in tutti i casi, il sistema deve avere una razionalità complessiva e poi ha fatto irruzione nel nostro ordinamento il diritto sovranazionale con la Corte UE. Serve come primo presupposto la sufficiente base legale, secondo la necessarietà della prevenzione, terzo la proporzionalità. Non è consentito tutto per contrastare le mafie. Le misure devono risultare razionali e proporzionali”, ha sottolineato Amarelli.

“Il nostro legislatore ha dovuto necessariamente cambiare. Una cosa è l'impresa mafiosa, altra quella che ha avuto rapporti episodici con la criminalità organizzata o che è stata vittima di estorsione. Prima andavano incontro alla stessa misura, ora il sistema è declinato al plurale e ci sono le misure miti. Ci sono i diritti dei lavoratori, dei stakeholder e di tutti i terzi che vantano interessi economici. Nell'agenda politica è entrata l'attenzione notevole per la continuità aziendale, non solo per l'imprenditore ma anche e soprattutto per la comunità. Oggi l'approccio delle procedure è recuperatorio per le imprese non mafiose. La confisca oggi è l'extrema ratio. Il sistema è sicuramente migliorato ma non sarei dell'idea che il quadro attuale sia il punto di approdo, siamo in un processo ancora in corso. Dalla confisca riconosciuta con funzione ripristinatoria dovrebbero discendere conseguenze che non si vedono. Ci deve essere un limite alla retrodatazione temporale, ci sono problemi legati alla amministrazione giudiziaria. Un mostro giuridico quando è applicato al caporalato. La procura di Milano come applica tale misura?”, ha concluso il docente campano.

“Nel periodo calabrese mi sono occupato più di scioglimenti, qui più di interdittive”, ha ammesso il prefetto di Foggia Paolo Giovanni Grieco riferendosi al suo precedente incarico presso la Prefettura di Vibo Valentia. “Tutto si svolge sul piano della valutazione, dei reati spia. C'è spesso una compenetrazione tra elemento mafioso e elemento imprenditoriale. Quando anni fa fu introdotta la prevenzione collaborativa mi resi conto che era una grande opportunità pure per noi. Forse dobbiamo approfittare di più di questo istituto. Dove è meno pressante il controllo sul territorio è più facile usarlo, qui però il controllo è maggiore. Ma è difficile che ci siano interdittive superficiali”.

Poi l’allusione alle diverse sentenze con cui il TAR Puglia, sede di Bari, ha annullato interdittive adottate a Foggia, specie quelle di riconferma dopo precedenti interdittive. “Col TAR Puglia non siamo molto fortunati, qui certe nostre valutazioni le valuta in maniera diversa rispetto a quanto avviene altrove. Ho qualche perplessità sulla logicità delle motivazioni del TAR, invece vedo una certa consonanza nelle decisioni del giudice della prevenzione”. Come detto anche nell’intervista a l’Attacco pubblicata ieri, Grieco non crede che siano probabili altre riforme della normativa: “Non vedo grandi possibilità di riforma per le interdittive e per lo scioglimento. Il nostro orientamento è stato sempre improntato al bilanciamento degli interessi contrastanti. Noi tuteliamo mercato e concorrenza attraverso l’interdittiva, sappiamo bene che ha un peso enorme sull'impresa. L'influenza mafiosa falsa il mercato e provoca una concorrenza sleale. È una normativa che si è evoluta anche a tutela delle imprese. Ritengo che anche l'impresa sia adeguatamente tutelata. Una valutazione complessiva c'è sempre stata da parte nostra. Abbiamo prodotto molte interdittive in questa provincia, la prima cosa che leggiamo è il contesto criminale di un territorio. Difficilmente si va solo su una base di sospetto, si valutano elementi concreti”.

Ancora più improbabile è che il legislatore riesca a metter mano a modifiche della normativa sullo scioglimento dei Comuni per infiltrazioni mafiose. “In questo non ho avuto esperienze a Foggia”, ha ricordato Grieco, che invece sciolse ben sette consigli comunali e l’Azienda sanitaria in Calabria. “Scatta quando c'è un asservimento della politica alla criminalità organizzata. Lo scioglimento implica una sospensione del diritto fondamentale della comunità di scegliersi propri amministratori, ma è l'asservimento che lo provoca, non siamo noi. La mafia calabrese è molto più sfumata rispetto a questa. Ci sono molte proposte di riforma, tra cui una sorta di contraddittorio nell'ambito dell’attività della commissione di accesso. Io alle prospettive di riforma non credo molto, tutte le mie decisioni di scioglimento sono passate al vaglio del TAR e del Consiglio di Stato. Non si fanno le cose con leggerezza, nessun Comune è mai stato sciolto per un caffè bevuto dall'amministratore con un mafioso. Non lavoriamo in modo pedissequo ma ci adeguiamo alla evoluzione della norma”, la conclusione del prefetto di Foggia.

L’opportunità, se non la necessità, di riformare l’attuale normativa della prevenzione antimafia è stata più volte segnalata dalla dottrina nel convegno di lunedì scorso, ovvero dai docenti universitari intervenuti. Giuristi di vari Atenei italiani, che si sono trovati d’accordo al riguardo. “L’introduzione del controllo giudiziario, della prevenzione collaborativa, del contraddittorio, dell’interdittiva temperata per le imprese individuali rappresentano le importanti novità degli ultimi anni. Ma permangono criticità sulla efficacia di tali strumenti”, ha sottolineato lunedì a Foggia la docente dell’Università di Foggia Maria Novella Masullo.

Oltre alla prevenzione amministrativa, che interessa le Prefetture, nel convegno si è molto discusso anche di prevenzione giudiziaria. “La prevenzione antimafia è una materia di difesa anticipata, di fronte alla quale le garanzie sono sollecitate oltremodo”, ha esordito Antonino Sessa, professore di diritto penale presso l’Università di Salerno.

“Sono dell'avviso che la misura di prevenzione, in particolare quella patrimoniale, è una misura accertata in misura probabilistica, ante delictum. Partita dalla lotta al brigantaggio e dalla dimensione associativa, ha avuto una evoluzione che ha segnato l'aggressione ai colletti bianchi. Nell’82 fu messa insieme una dimensione di sospetto a una dimensione di verità. Divenne così una misura di tutela dell'economia di mercato. Le garanzie dello stato di diritto ci impongono che o è o non è, non dobbiamo cedere il fianco ad un sospetto di pena. La giurisprudenza nazionale e sovranazionale ha trovato un punto di incontro, la dottrina invece pensa ancora nostalgicamente ad una misura di sicurezza. Le garanzie vanno garantite. Bisogna capire realmente quali sono i margini di legalità e legittimazione di questa misura, che è una misura civilistica ripristinatoria. I presupposti soggettivi e oggettivi hanno in comune un deficit di determinatezza. Bisogna trovare gli strumenti adeguati per costringere la misura all'interno di un perimetro certo, serve una tassativizzazione per tenere insieme garanzie processuali e sostanziali. Abbiamo bisogno del legislatore. Il nodo della questione è lì, affinché sia misura libera da rischio di arbitrio che adesso c'è. Non deve esserci una pericolosità generica”, ha sottolineato Sessa.

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