Estorsioni, pochi imprenditori denunciano. Biancofiore (Ance): “A giorni un importante cambio di passo”

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Il maxi blitz antimafia eseguito da Polizia di Stato e Carabinieri, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari e dalla Procura di Foggia, ha riportato ancora una volta sotto i riflettori il sistema delle estorsioni riconducibile alla Società foggiana. Ma tra le parole pronunciate nella conferenza stampa successiva agli arresti e quelle contenute nelle quasi cinquecento pagine dell’ordinanza cautelare c’è uno scarto evidente. Da una parte il riferimento al coraggio degli imprenditori che avrebbero collaborato con gli investigatori. Dall’altra un quadro investigativo molto più duro, nel quale i magistrati descrivono una città ancora fortemente condizionata dalla paura, dal silenzio e dall’omertà. È dentro questa contraddizione che si inseriscono le dichiarazioni rilasciate a l’Attacco da Gerardo Biancofiore, presidente di Ance Puglia e da pochi giorni vicepresidente di Confindustria Puglia, dopo l’operazione condotta da Polizia di Stato e Carabinieri contro presunti esponenti della Società foggiana. Un’inchiesta che ha portato a sedici custodie cautelari in carcere, due arresti domiciliari e un fermo, ricostruendo – secondo l’accusa – un sistema stabile di estorsioni ai danni di imprenditori e commercianti foggiani. Nelle ore successive agli arresti, Ance e Confindustria hanno diffuso comunicati nei quali veniva espresso sostegno agli imprenditori che hanno denunciato e plauso all’attività investigativa della Direzione distrettuale antimafia di Bari e della Procura di Foggia. Ma leggendo gli atti dell’inchiesta emerge anche altro. I pubblici ministeri scrivono che soltanto un imprenditore avrebbe denunciato spontaneamente gli episodi estorsivi, dando impulso alle indagini. Per il resto, secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, molte vittime avrebbero taciuto, altre avrebbero parlato solo dopo essere state convocate dagli investigatori e alcuni imprenditori avrebbero addirittura avvertito gli indagati delle convocazioni ricevute dalle forze dell’ordine. Un passaggio che restituisce l’immagine di un tessuto economico ancora segnato dalla forza intimidatrice dei clan e che sembra entrare in collisione con la narrazione pubblica costruita attorno al coraggio del mondo imprenditoriale foggiano. È proprio su questo punto che l’Attacco ha incalzato Biancofiore.

“Credo che gli imprenditori vadano incoraggiati e che non vadano lasciati soli”, ha affermato il presidente di Ance Puglia. “Ritengo che quello che è successo sia un fatto enormemente positivo per il nostro territorio e credo che tutti quanti dobbiamo fare di più in questa direzione”. Biancofiore evita letture autoassolutorie ma prova a spostare il ragionamento sul piano della responsabilità collettiva e della necessità di creare attorno a chi denuncia una rete di protezione reale, non soltanto simbolica. Il punto, secondo il presidente di Ance Puglia, è che il sistema economico locale deve dimostrare concretamente di stare dalla parte di chi decide di rompere il silenzio. “Dobbiamo fare in modo che chi denuncia non si senta solo e che anche gli altri intraprendano questa strada”, dice ancora. “È stato fondamentale partire, adesso dobbiamo stare vicino a chi ha denunciato”.

Parole che arrivano mentre nell’ordinanza i magistrati parlano apertamente di un clima di omertà ancora radicato tra imprenditori e commercianti. Gli investigatori descrivono un sistema estorsivo diffuso in diversi comparti economici della provincia di Foggia, dall’edilizia alla ristorazione, dal settore agricolo al turismo, con pagamenti periodici che in alcuni casi sarebbero andati avanti per anni. In alcune intercettazioni gli indagati parlano delle somme da raccogliere e della ripartizione del denaro tra le batterie della Società foggiana. Secondo l’accusa, la forza del sistema non derivava soltanto dalle minacce esplicite ma soprattutto dalla reputazione criminale consolidata dei clan. Una lettura condivisa anche dal procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo che, intervenendo durante la conferenza stampa sugli arresti, ha parlato di una realtà persino più grave rispetto ad altre aree storicamente segnate dalla presenza mafiosa.

Un’affermazione forte, destinata inevitabilmente ad aprire un dibattito sul livello di penetrazione economica della criminalità organizzata nel Foggiano. Biancofiore non si sottrae al confronto. “Io vedo un forte cambiamento in Ance a Foggia e noi dobbiamo insistere in questa direzione”, spiega a l’Attacco. “La legalità è un punto fondamentale per fare impresa in questo territorio. Quei territori sono già massacrati, noi possiamo ancora salvarci”. Il riferimento è proprio al paragone evocato da Melillo con territori come Sicilia e Calabria. Per Biancofiore il rischio esiste ma non si sarebbe ancora arrivati a un punto di non ritorno. Da qui la necessità, ribadita più volte nel corso della conversazione, di rafforzare il sostegno pubblico agli imprenditori che decidono di denunciare. “Dobbiamo puntare a stare vicino a chi ha denunciato e continuare su questa strada”, insiste. “Bisogna creare le condizioni perché gli imprenditori capiscano che denunciare conviene e che lo Stato c’è”.

Il tema non riguarda soltanto la sicurezza individuale ma anche la tenuta economica del territorio. Nelle carte dell’inchiesta vengono descritte pressioni sistematiche su imprenditori e commercianti attraverso richieste di denaro, imposizioni legate agli appalti e forme di controllo ambientale esercitate dai clan. Eppure non si tratta della prima grande operazione antimafia contro il racket foggiano. Negli ultimi anni diversi blitz avevano già fatto emergere l’esistenza di elenchi di imprenditori taglieggiati dai clan e rapporti consolidati tra gruppi criminali e pezzi del tessuto economico locale. Anche stavolta, secondo quanto emerge dagli atti dell’inchiesta, alcuni nomi di imprenditori comparirebbero già in precedenti attività investigative. Un elemento che rafforza il quadro delineato dai magistrati e che evidenzia come, nonostante le indagini e gli arresti degli anni passati, in molti casi non sarebbe comunque maturata una scelta di denuncia spontanea da parte delle vittime delle estorsioni.

La preoccupazione degli investigatori, del resto, coincide con quella espressa dallo stesso Melillo quando invita politica, associazioni di categoria e società civile a rompere definitivamente il patto di omertà tra mafiosi e vittime dei reati. Ed è proprio sul ruolo delle associazioni imprenditoriali che Biancofiore lascia intendere che qualcosa potrebbe cambiare già nelle prossime settimane. Quando l’Attacco gli chiede se gli imprenditori foggiani si sentano oggi insicuri e se il tema mafia sia stato affrontato finora con sufficiente decisione dal mondo produttivo, il presidente di Ance Puglia risponde con parole nette. “Vedrete in questi giorni che faranno gli imprenditori, specialmente Ance. Non anticipo niente, ma ci sarà un importante cambio di passo”.

Una frase che arriva mentre l’inchiesta della Dda continua a scuotere il tessuto economico e sociale foggiano e mentre dalle carte emerge una realtà ben più complessa rispetto alla semplice rappresentazione di una ribellione collettiva al racket. Per i magistrati, infatti, il numero delle denunce spontanee resta ancora estremamente limitato rispetto alla diffusione del fenomeno estorsivo accertato durante le indagini. È probabilmente proprio qui il punto centrale sollevato dal blitz. Non soltanto la capacità investigativa dello Stato di colpire i clan, ma la difficoltà di spezzare davvero il rapporto di paura, convenienza e assuefazione che per anni avrebbe regolato i rapporti tra pezzi dell’economia locale e la criminalità organizzata. In questo scenario, le parole di Biancofiore sembrano segnare almeno il tentativo di aprire una fase diversa. Se basterà a produrre una rottura concreta con il passato, però, lo diranno soprattutto i fatti. 

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testatina dillo al direttore WEB

 

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