C’è stato un momento, nell’auditorium gremito di ragazzi, in cui il silenzio ha preso il posto di tutto il resto. Niente telefoni, niente brusio, niente distrazioni. Solo gli occhi degli studenti puntati verso Pasquale Vitagliano - ex comandante dei carabinieri di Vieste, arrivato in città negli anni Novanta dopo l’esperienza nei reparti speciali e nell’antiterrorismo al fianco del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa - mentre raccontava cosa significasse vivere gli anni del terrorismo con addosso un eskimo, la barba lunga, i capelli da ragazzo dei movimenti e il compito delicatissimo di infiltrarsi dentro un nemico che allora sembrava invisibile. È stato probabilmente uno dei passaggi più forti della “Settimana della Cittadinanza Attiva” organizzata a Vieste dagli istituti scolastici cittadini insieme al presidio di Libera e alle associazioni del territorio. Una settimana costruita attorno ai temi della memoria, della legalità, del contrasto alle mafie e dello sfruttamento, con appuntamenti diversi, ma legati dallo stesso filo: provare a spiegare ai ragazzi che la legalità non è una parola da manifestazione o da anniversario istituzionale, ma una scelta da compiere nel quotidiano. “È un’occasione per trasferire ai giovani quelle emozioni che io da giovane ho vissuto combattendo il terrorismo”, ha spiegato durante l’incontro moderato dal professor Sandro Siena, delegato all’istruzione del Comune di Vieste, che lunedì 25 maggio ha guidato il dialogo con gli studenti alternando domande, riflessioni e alcuni stralci della fiction Rai “Il nostro generale”, dedicata proprio a quegli anni di sangue e tensione. Vitagliano ha raccontato un’Italia che combatteva “contro un nemico invisibile”, in anni in cui - ha ricordato -“la conoscenza del fenomeno era praticamente nulla”. Poi il riferimento ai movimenti extraparlamentari, ai cortei seguiti sotto copertura, alle trasformazioni di quella lotta politica degenerata nella lotta armata.
Un racconto duro, diretto, lontano dai formalismi, che ha catturato soprattutto i ragazzi delle superiori e delle medie intervenuti con domande continue. A introdurre la giornata, il dirigente scolastico Damiano Francesco Iocolo, che ha parlato della necessità di “trasmettere alle giovani generazioni il valore concreto dell’impegno civile e della responsabilità personale”, ricordando il sacrificio di uomini che “hanno dato la vita per la legalità”. Accanto a lui anche la professoressa Annamaria Russo, anima organizzativa dell’intera settimana, la professoressa Eleonora Mafrolla in rappresentanza delle scuole medie, il consigliere comunale con delega alla cultura Alessandro Del Zompo e diverse associazioni del territorio che hanno collaborato agli appuntamenti dedicati alla memoria della strage di Capaci e al tema della cittadinanza attiva.
Ma la settimana non si è fermata lì. Il giorno successivo il focus si è spostato sul caporalato e sullo sfruttamento del lavoro, altro nervo scoperto della Capitanata. E anche qui il tono scelto non è stato quello della lezione frontale o della celebrazione rituale. I ragazzi hanno partecipato direttamente attraverso musica, pittura e racconto. Quattro tele artistiche realizzate dagli studenti, coordinati dalla professoressa Carmela Esposito, hanno accompagnato l’iniziativa insieme all’orchestra diretta dalla professoressa Gabriella Ferri. “Lo storytelling non è sceneggiatura - ha spiegato la stessa Esposito - è racconto diretto e immediato, senza quarta parete. Musica e pittura sono le arti del racconto”. Ed è esattamente quello che si è respirato nell’aula magna. Un racconto vivo, spesso crudo, costruito attorno alla storia di Hyso Yelharaj, giovane albanese arrivato in Italia con il sogno di fare il geometra e finito invece dentro il sistema dello sfruttamento nei campi.
“Con le dovute proporzioni - ha detto Siena a l’Attacco - anche il nostro territorio ha conosciuto fenomeni di questo tipo. Dipendenti costretti a restituire parte dello stipendio, a rinunciare a ferie e diritti pur di lavorare”. Parole riportano il discorso dentro la realtà della provincia di Foggia, a pochi chilometri da Borgo Mezzanone e dai ghetti che negli ultimi anni sono diventati simbolo nazionale dello sfruttamento agricolo. A intervenire anche Nicola Rosiello, presidente dell’associazione antiracket di Vieste, che ha scelto di partire da esperienze personali per spiegare ai ragazzi cosa significhi davvero vivere nella legalità. “È nelle piccole azioni che c’è la legalità - ha detto - nel rispetto delle persone, delle cose, dei luoghi che appartengono a tutti”. Forse il senso ultimo di questa settimana è stato proprio questo, togliere la legalità dal mondo delle idee e portarla nella vita dei ragazzi, che sia dentro una scuola, dentro una domanda fatta da uno studente. Oppure dentro una tela dipinta o una nota suonata dall’orchestra.
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