“Welfare non vuole dire carità”, al LUC prende forma nuovo percorso: visione, comunità e responsabilità condivisa

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I Welfare Days si sono conclusi lasciando la sensazione che qualcosa si sia mosso, nella consapevolezza che, per funzionare, il welfare ha bisogno di reti, competenze e partecipazione. Il LUC Peppino Impastato di Manfredonia è diventato, per un pomeriggio, un luogo in cui la città ha provato a immaginare un futuro diverso. E solidale, come recita il titolo del progetto ‘Manfredonia Operosa e Solidale’. Un evento che, come ha ricordato l’assessora Maria Teresa Valente, nasce per “mettere in vetrina” servizi spesso invisibili. Ma anche per costruire un linguaggio comune tra chi ogni giorno si confronta con fragilità, povertà, solitudini e bisogni educativi. L’idea - già sperimentata lo scorso anno - si è consolidata in questa seconda edizione con un programma più ampio, che ha alternato momenti di presentazione, testimonianze, riconoscimenti e spazi di incontro informale. Largo Diomede è quindi diventato il prolungamento naturale del LUC, con i gazebo delle associazioni. Il programma finanziato con 6,2 milioni accompagnerà la città fino al 2029. “Un progetto che non è un progetto - ha detto il dirigente Matteo Ognissanti -, ma un processo”. Manfredonia, infatti, è entrata nel PON METRO Plus e Città Medie Sud 2021–2027: un treno mancato nella precedente programmazione. Ad aprire i lavori è stato il Sindaco Domenico la Marca, che ha sottolineato come il sociale non può più essere interpretato come un gesto di buona volontà. “Il sociale non è una carità compassionevole ed emozionale – ha detto -. Vuol dire professionalità, competenza, lavoro. E soprattutto coraggio: il coraggio di sperimentare e provare qualcosa di nuovo, di interrogarsi su ciò che serve davvero a una comunità”. L’assessora Maria Teresa Valente - che ha voluto fortemente la seconda edizione dei Welfare Days – ha invece insistito sulla distanza tra i servizi e i cittadini. Gli anziani e le fragilità aumentano, ma spesso chi avrebbe diritto a un servizio non sa nemmeno che esiste. “Molte realtà lavorano in silenzio, per principio. Ma è giusto riconoscere il loro contributo. Spesso è grazie a loro se la comunità regge”. Per questo, è nata l’idea di creare un punto di incontro, nel quale le associazioni e le cooperative si sono potute raccontare. Su una dotazione potenziale di 8 milioni dii euro, Manfredonia è riuscita a intercettarne circa 6 e, come ha dettagliato Ognissanti, il progetto si articola in cinque schede progettuali: due infrastrutturali e tre dedicate ai servizi. 

La parte infrastrutturale ha una dotazione poco inferiore a 2 milioni di euro e riguarda la ristrutturazione di un immobile a Palazzo dei Celestini – che diventerà un centro servizi per la comunità - e la realizzazione di un nuovo immobile in via Togliatti, nell’area verde della scuola Madre Teresa di Calcutta, pensato come cantiere urbano dell’innovazione sociale. 

La parte dei servizi ha a disposizione circa 4,4 milioni e si prospetta più ambiziosa: formazione e accompagnamento all’impresa, tirocini formativi rivolti soprattutto ai giovani NEET, animazione sociale e culturale, coprogettazione di un Emporio Solidale, costituzione di una cooperativa di comunità. “Avere molti soldi non è sinonimo di gaudio – il monito del dirigente comunale -. Piuttosto, è sinonimo di molto lavoro. E senza una rete tra uffici comunali, Terzo Settore e imprese, questo lavoro rischia di diventare impossibile”. La sua conclusione è una chiamata collettiva: “Questo percorso può far salire Manfredonia di livello, non in quantità ma in qualità. Ora sta a noi. A tutta la comunità”.

La fotografia reale (e nuda) delle marginalità a Manfredonia è quella rappresentata da Angela Cosenza, responsabile Caritas. I numeri che ha letto sono un pugno nello stomaco, ma anche un antidoto contro i luoghi comuni che spesso avvelenano il dibattito pubblico. In tutta la diocesi, ci sono 22 enti iscritti alla rete Caritas e 4.598 persone assistite. Di questi, 1.764 sono proprio a Manfredonia. E una parte residuale è rappresentata da persone che non sono locali: 69 sono stranieri e 74 provengono da Paesi terzi, cioè non appartenenti all’Unione Europea. Tradotto: meno del 10% non sono locali.

“Troppo spesso i poveri vengono strumentalizzati. I numeri servono per dire la verità”. È un modo elegante ma fermo per smentire la narrazione secondo cui gli aiuti andrebbero “solo agli stranieri”, una retorica che non regge di fronte ai dati.

Una parte del suo intervento ha poi riguardato l’Emporio Solidale, definito “il gradino più alto” rispetto alla distribuzione del pacco alimentare. Un luogo dove le persone fanno la spesa con una tessera a punti e, al tempo stesso, fanno educazione finanziaria. Per accedere all’Emporio bisogna passare dal centro di ascolto, che valuta la condizione di indigenza e costruisce un progetto personalizzato. La tessera a punti aiuta le persone a scegliere per capire di cosa possono fare a meno e cosa invece è necessario. E la fase del monitoraggio è fondamentale, dal momento che può permettere di individuare fragilità nascoste, come la ludopatia, che spesso emergono solo dopo diversi colloqui.

Cosenza ha ribadito che la Caritas può collaborare alla nascita del nuovo Emporio Solidale previsto dal progetto PON Metro, a patto che venga rispettata l’esperienza di chi, in questi anni, ha già lavorato sulla distribuzione dei beni di prima necessità. “Serve una rete vera. Una rete che tenga insieme ciò che già esiste e ciò che si vuole costruire”.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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