Ci sono ormai due generazioni che a Foggia non hanno mai annusato il profumo inebriante della Serie A. L’ultima volta che i rossoneri hanno militato nella massima serie era l’ormai lontano 1995, ormai oltre 30 anni fa. Da allora il pallone da queste parti si è sgonfiato ed è precipitato addirittura nei meandri della D. La parabola del Foggia non ha una causa unica. È il risultato di fattori sportivi, economici, politici e sociali che si sono sommati nel corso di tre decenni. Ridurre tutto a responsabilità specifiche o di una sola categoria sarebbe troppo semplicistico. L’ultimo Foggia targato-A fu quello che giunse al capolinea del ciclo costruito da Zdeněk Zeman e dal presidente Pasquale Casillo. Quella squadra, che brillava di luce propria, aveva un’identità fortissima: calcio offensivo, valorizzazione dei giovani, intuizioni di mercato e una società economicamente forte e disposta a investire. Quando quel ciclo d’oro terminò, il Foggia si sgonfiò e non riuscì più a costruirne un altro simile. Alla base il fatto che negli ultimi trent’anni il club ha vissuto continui cambi di proprietà, crisi finanziarie, fallimenti e rifondazioni che hanno indebolito una struttura che agli inizi degli anni ‘90 pareva impermeabile a tutto . Ogni volta si è resettato e ripartiti quasi da zero, perdendo puntualmente patrimonio tecnico, settore giovanile, sponsor e soprattutto credibilità. In un calcio sempre più organizzato, la continuità è fondamentale, e il Foggia invece è andato nella direzione diametralmente opposta. È legittimo chiedersi perché una provincia come questa, con un’agricoltura dominante, attività commerciali e imprese di rilievo, non sia riuscita a esprimere una classe imprenditoriale capace di sostenere stabilmente il club nel tempo.
In realtà bisogna considerare anche il contesto. Negli ultimi decenni l’economia della Capitanata è cresciuta meno rispetto ad altre aree del Mezzogiorno. Molte aziende hanno dimensioni medio-piccole, e difficilmente possono sostenere i costi del calcio professionistico moderno, che richiede investimenti di decine di milioni di euro per puntare alla Serie A. Inoltre, gli imprenditori tendono a investire quando trovano regole chiare, una società credibile, un progetto pluriennale e sostenibile, infrastrutture adeguate. Quando queste condizioni mancano, anche chi potrebbe investire, spesso preferisce non esporsi. Probabilmente però ciò che è mancata è stata una visione complessiva ed una progettualità che guardasse nel medio e lungo termine. Le amministrazioni comunali, dal canto loro, sicuramente non possono “comprare” una squadra, ma possono lavorare ai fianchi per creare un ambiente favorevole. Uno stadio moderno, servizi efficienti, collegamenti migliori, impianti per il settore giovanile e procedure amministrative rapide rendono una società più appetibile. Lo stadio Pino Zaccheria conserva sempre un fascino enorme, ma necessita da anni di interventi significativi per essere allineato agli standard richiesti dal calcio contemporaneo. C’è poi il contesto della città. E quì si entra in un tema più ampio: Foggia vive da tempo difficoltà che vanno oltre il calcio: calo demografico, emigrazione dei giovani, limitata attrazione di investimenti; problemi legati alla criminalità organizzata, percezione esterna spesso negativa. Tutto ciò rende più complicato convincere investitori locali, nazionali o internazionali a scegliere Foggia rispetto ad altre piazze. Il calcio riflette spesso lo stato di salute di un territorio. Non sempre, ma molto spesso sì. È davvero diminuito l’appeal della formazione rossonera? Dal punto di vista della tifoseria, probabilmente no. Il Foggia continua ad avere uno dei pubblici più caldi del Sud. Anche in Serie C, e perfino in Serie D, si sono registrate presenze allo Zaccheria che molte squadre di categorie superiori invidiano. L’appeal sportivo verso i tifosi è rimasto. È diminuito invece quello verso gli investitori, gli sponsor nazionali, i dirigenti di alto livello ed i calciatori con prospettive importanti. Sono due aspetti molto diversi fra loro. Cosa servirebbe per tornare in Serie A? Non basta trovare un presidente ricco. Servirebbe soprattutto un progetto a medio e lungo termine. Le condizioni ideali sarebbero una proprietà economicamente solida, un direttore sportivo competente messo nelle condizioni di lavorare autonomamente, un allenatore con una filosofia chiara, un settore giovanile che produca talenti, uno scouting moderno, uno stadio rinnovato. E poi ancora un maggiore coinvolgimento del tessuto imprenditoriale locale, la stabilità societaria, che metterebbe al riparo il club dalle continue rifondazioni. Negli ultimi anni diversi club hanno dimostrato che città non enormi possono arrivare molto in alto se lavorano bene. Basti pensare all’Atalanta anzichè al Lecce, oppure al Sassuolo. Ognuno con caratteristiche diverse, ma accomunati da programmazione e continuità. Foggia allora può tornare agli antichi fasti? Probabilmente è un obiettivo realistico, anche se non nel breve periodo. Per una società che sta per ripartire dalla Serie C, arrivare stabilmente in Serie A richiede spesso tra i 7 e i 10 anni di lavoro continuo, senza fallimenti societari e con investimenti mirati. Il Foggia possiede ancora tre grandi patrimoni che non si sono persi e che non vanno dispersi: una tifoseria numerosa e passionale, una storia che nel calcio italiano ha un peso, un marchio ancora riconoscibile grazie al “Foggia dei miracoli” degli anni di Zeman. Questi elementi, da soli, ovviamente non bastano. Ma rappresentano una base su cui costruire e ripartire. La vera sfida è trasformare quel patrimonio emotivo in un progetto imprenditoriale stabile. Se mai un giorno il Foggia tornerà in Serie A, è probabile che non sarà grazie a una stagione eccezionale, bensì come risultato di molti anni di gestione competente, sostenibilità economica e una rinnovata capacità della città e del territorio di fare squadra e sistema attorno al club. Utopia? Proveremo a capirlo nelle prossime settimane attraverso i contributi di alcune delle figure che meritano di avere voce in capitolo: sarà dalle loro analisi che si comprenderà se la svolta è ancora possibile Imprenditori, professionisti, esperti del settore, grandi ex del passato, allenatori e giornalisti si esprimeranno a tutto tondo e, attraverso la loro personale lente di ingrandimento, cercheranno di indicare la strada da seguire per uscire definitivamente dall’impasse del momento. Per tentare quella scalata alla A che oggi pare un miraggio. E che pure prima o poi tornerà a fare capolino. Perché nel calcio le belle favole sono sempre dietro l’angolo, e due generazioni a digiuno bastano ed avanzano a giustificare la rentreè del Foggia nel calcio che conta. Prima o poi accadrà ancora.
1- continua
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