"Sulla mafia Foggia è peggio della Sicilia": risposta al Procuratore Nazionale Antimafia Giovanni Melillo

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Caro dottor Melillo, ho letto con interesse quanto lei ha detto agli organi di informazione a proposito della pericolosità e del radicamento della criminalità organizzata nel territorio della Capitanata. Lo ha fatto all’indomani di una brillante operazione coordinata dalla Direzione Nazionale Antimafia, per la quale ogni cittadino del nostro territorio, me compreso, le è sinceramente grato come siamo grati ai suoi colleghi magistrati e ai membri delle forze dell’ordine.  La sua analisi, secondo la quale in provincia di Foggia la situazione della criminalità organizzata è peggiore di quella della Sicilia, e che asserisce che nel capoluogo vi siano interi settori produttivi controllati dalla mafia è tale da sgomentare e indignare qualunque persona perbene; e il fatto che autorevoli rappresentanti della politica regionale come l’assessore Piemontese si dichiarino d’accordo con lei non può che accrescere questi sentimenti. Spero di non doverle spiegare quanto profondamente odi il cancro della mafia, la cui violenza ha segnato per sempre la mia vita e quella della mia famiglia; e voglio aggiungere che come Foggiano sono orgoglioso che un mio concittadino per nascita sia assurto, grazie al suo valore e alla sua competenza, al ruolo più alto della magistratura italiana per quanto attiene alla mafia e al terrorismo.

Ha ragione, è sciocco e pericoloso ridurre il fenomeno a una questione di ordine pubblico. La mafia ha una riconosciuta e pericolosa capacità di insinuarsi in tutti i gangli della vita associata, corrompendoli e inquinandoli. Giustissimo, quindi, l’invito alle istituzioni, ma anche alla società civile, perché si destino dall’inerzia o - peggio - dalla compiacenza. Non meno giusto l’invito a denunciare e a renderci tutti parte attiva della resistenza e del contrasto alla mafia e alla mafiosità. Tuttavia non le nascondo di provare un certo disagio per il fatto che nel suo discorso, e in tutti gli altri discorsi in materia che ho sentito pronunciare dai rappresentanti della magistratura e delle istituzioni, mi pare manchino due parole preziose e fondamentali: le parole “chiediamo scusa”. 

Provo a spiegarmi: lei ci disegna una mafia forte, pericolosa e letale, ma a fronte di questo, anziché esigere un forte potenziamento degli organici e delle strutture investigative, ci suggerisce di affrontarla a mani nude. Ci dice, in pratica, che per disarmare questi maledetti vampiri che succhiano il sangue della gente onesta basti presentarsi in Questura. Mi permette di avere qualche dubbio? Mio padre denunciò, e gli costo la vita. Giovanni Panunzio denunciò, e non mi risulta sia stato protetto, anzi! Non fosse stato per il coraggio di Mario Nero, probabilmente staremmo ancora cercando il suo assassino. E un indubbio successo come l’arresto dei presunti autori del barbaro duplice omicidio di Nicola Ferrelli e Antonio Petrella può far dimenticare che questo successo arriva a poco meno di nove anni dai fatti e -per quel che si sa- solo grazie alle rivelazioni dei pentiti? 

È chiaro, dottor Melillo, che lei non ha nulla di cui scusarsi sul piano personale: tutta l’Italia conosce il suo scrupolo e il suo impegno, ma lei non crede che ci sia qualcosa da affinare, da rivedere, da correggere nell’azione dello Stato e della Magistratura? Perché è vero che non ho alcuna competenza per pronunciarmi a proposito della maggiore o minore validità delle pronunce del Governo su alcune materie investigative, su cui lei si è espresso di recente; ma direi che la legislazione emergenziale in materia di criminalità organizzata è fin troppo estesa, riguardando sia la fase delle indagini che quella del processo e della detenzione. E non è meno formidabile l’apparato messo in campo dallo Stato per prevenire le infiltrazioni, dalle certificazioni antimafia alle interdittive agli scioglimenti dei Consigli Comunali (come sa, da noi sono già cinque, compreso il capoluogo). 

Tutto questo non è sufficiente, se Giuseppe Ciuffreda o qualunque altro cittadino, non mostra cuore impavido e determinazione incrollabile? Posso capire che in guerra (e in guerra siamo) si perde in qualche modo il diritto alla paura. Ma gli umili soldati mandati al fronte avranno il diritto di chiedersi se i generali fanno bene il loro lavoro? È consentito interrogarsi su indagini malfatte e frettolosamente archiviate, su errori procedurali e di merito, su esiti obiettivamente insoddisfacenti? Perché - anche se il caso non mi ha riguardato direttamente - lo Stato e la Magistratura sono in qualche momento sembrati più inclini ad arrestare gli imprenditori di Foggia (quasi immediatamente liberati e poi prosciolti) che a difenderli dalla ferocia mafiosa

Questo senza contare che a volte denunciare e chiedere giustizia non sembra sortire effetto alcuno. Scusi, se parlo di me, ma avendo da diversi mesi sporto denuncia per una grave truffa che ho subito, sono ancora in attesa non dico di una pronuncia, ma di un qualsiasi riscontro. Non pretendo che mi si dia ragione, ovviamente; ma aiuterebbe sapere di essere stato preso in considerazione. Temo di non essere un caso isolato. Spero che potrà comprendere e perdonare quel sottile disagio che avverto quando c’è qualcuno che ci ammonisce con il ditino alzato perché non siamo abbastanza eroi. Siamo tutti dalla stessa parte, certo; e dobbiamo attivarci insieme e in modo compatto. Ma dobbiamo farlo guardandoci negli occhi, confrontandoci nella chiarezza, nella sincerità e persino nella franchezza, se serve. La mancanza di quel “chiediamo scusa” - mi creda- pesa molto. 

Giuseppe Ciuffreda, figlio di un imprenditore ucciso per non aver pagato il racket.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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