Un'organizzazione criminale capace di operare su scala nazionale, con basi tra le province di Foggia e Napoli, avrebbe pianificato truffe per oltre 750mila euro sfruttando assegni clonati, documenti d'identità falsi e conti correnti aperti fraudolentemente. È il quadro ricostruito dall'inchiesta "Fake Check", coordinata dalla Procura di Foggia e condotta dalla Sezione Operativa per la Sicurezza Cibernetica della Polizia di Stato, che ieri mattina ha portato all'esecuzione di 20 misure cautelari. Nove persone sono finite in carcere, altre nove agli arresti domiciliari, mentre per due è stato disposto l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Secondo gli investigatori, il gruppo aveva messo a punto un sistema ormai collaudato. Le vittime venivano contattate da sedicenti funzionari di istituti di credito che, con il pretesto di proteggere i risparmi da presunte operazioni sospette, le convincevano a compilare assegni e a trasmetterne le immagini attraverso WhatsApp. I titoli venivano quindi versati su conti aperti in frode e il denaro ritirato in breve tempo attraverso sportelli bancari e bancomat, così da rendere più difficile ricostruire i movimenti di denaro. Tra gli indagati figurano anche un praticante avvocato e un dipendente di una compagnia assicurativa, accusato di aver messo a disposizione del gruppo informazioni ricavate dalla banca dati aziendale. Nel corso delle perquisizioni, svolte con il supporto di oltre 80 agenti della Polizia Postale e dei Reparti Prevenzione Crimine, sono stati sequestrati telefoni cellulari, computer, hard disk, denaro, carte di pagamento e documenti falsi. Gli investigatori hanno inoltre trovato software utilizzati per alterare assegni e creare documenti d'identità contraffatti, insieme alle matrici degli assegni clonati riconducibili alle persone truffate, ritenute un elemento di particolare rilievo per consolidare il quadro probatorio. L'attività investigativa ha consentito anche di impedire l'incasso di oltre 400mila euro che, grazie alla collaborazione di istituti di credito e compagnie assicurative, sono stati restituiti alle vittime. Oltre ai 20 destinatari delle misure cautelari, altre 29 persone sono state denunciate all'autorità giudiziaria con l'accusa di aver agevolato il sodalizio criminale. Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari e gli indagati sono da considerarsi innocenti fino a un'eventuale sentenza definitiva. I dettagli dell'operazione sono stati illustrati ieri mattina nel corso di una conferenza stampa tenuta dagli investigatori e dai rappresentanti della Procura di Foggia. L'inchiesta "Fake Check" restituisce, nelle parole del procuratore della Repubblica di Foggia Enrico Infante, l'immagine di un'organizzazione strutturata, capace di operare su più territori e di adattare i propri metodi alle diverse tipologie di vittime. Durante la conferenza stampa convocata ieri mattina in Procura, il magistrato ha ricostruito i passaggi essenziali dell'indagine, soffermandosi sulla struttura del sodalizio e sui meccanismi fraudolenti che gli investigatori ritengono di aver accertato. "Il Gip di Foggia ha disposto un'importante misura cautelare nei confronti degli appartenenti a un'associazione per delinquere. A questa contestazione si affiancano reati di riciclaggio e di falso, tutti finalizzati alla commissione di truffe. Si tratta di un'associazione peculiare perché presenta due articolazioni operative, una nel Napoletano e una nel Foggiano. Tra Napoli e il circondario della Procura di Foggia sono presenti sia promotori sia partecipi. Il vertice dell'organizzazione è di fatto bicefalo, ma la competenza appartiene al Tribunale di Foggia perché qui venivano commessi i reati di riciclaggio, circostanza riconosciuta anche dal Gip".
Infante ha ricordato che le misure cautelari riguardano venti persone, ma ha chiarito che l'inchiesta ha un'estensione ben più ampia. "Nove destinatari sono stati raggiunti dalla custodia cautelare in carcere, nove dagli arresti domiciliari e due dall'obbligo di dimora. Il procedimento, però, coinvolge anche molte altre posizioni. Per alcuni indagati non sono state ravvisate esigenze cautelari e, di conseguenza, non è stata avanzata alcuna richiesta di misura".
Una parte significativa dell'intervento è stata dedicata al funzionamento del sistema fraudolento, che secondo gli investigatori si sviluppava attraverso modalità differenti, accomunate dall'obiettivo di impossessarsi di denaro o di risarcimenti destinati ad altri. "Le tipologie di truffa erano diverse, ma quelle ricorrenti erano essenzialmente due. La prima prendeva di mira i cittadini. Le vittime venivano contattate telefonicamente da persone che si presentavano come dipendenti di banche o istituti finanziari. Dicevano che era in corso un attacco al conto corrente e che, per mettere al sicuro il denaro, occorreva effettuare un bonifico verso un conto intestato al direttore della banca o dell'ufficio postale. Naturalmente quel conto non apparteneva a nessun dirigente, ma era nella disponibilità dei truffatori".
Da quel momento, ha spiegato il procuratore, entrava in funzione la seconda fase del meccanismo. "I dati personali delle vittime venivano acquisiti dai componenti dell'associazione e utilizzati per realizzare documenti di identità falsi con le stesse generalità. Attraverso quella documentazione contraffatta era poi possibile compiere ulteriori operazioni finanziarie, facendo confluire il denaro nella disponibilità dell'organizzazione".
Secondo quanto illustrato nel corso della conferenza, gli indagati ricorrevano spesso a espedienti psicologici per aumentare la pressione sulle vittime e convincerle ad agire senza riflettere. "In alcuni casi intervenivano telefonicamente persone che si spacciavano per appartenenti alla Polizia, ai Carabinieri o ad altre forze dell'ordine. In altri veniva utilizzato il noto stratagemma del figlio in difficoltà, che avrebbe avuto bisogno di un bonifico urgente. Anche in queste circostanze arrivava una seconda telefonata da chi fingeva di rappresentare le forze dell'ordine, con l'obiettivo di rendere credibile la richiesta".
L'altro fronte investigativo riguarda invece le compagnie assicurative e, in particolare, le pratiche di liquidazione dei sinistri. "L'altra modalità fraudolenta più ricorrente era quella ai danni delle assicurazioni. Tra le compagnie coinvolte quella maggiormente interessata è risultata Allianz. Il sistema poteva funzionare grazie alla collaborazione di un dipendente della compagnia, che forniva al sodalizio i dati relativi ai sinistri da liquidare. Una volta acquisita quella documentazione, gli appartenenti all'organizzazione falsificavano gli atti facendo apparire come beneficiario del risarcimento un componente dell'associazione oppure una persona reclutata appositamente per la singola operazione, che incassava la somma".
Il procuratore ha quindi voluto sottolineare il lavoro svolto dagli investigatori e il contributo arrivato anche dall'esterno. "Questa indagine è stata possibile grazie allo straordinario lavoro della Polizia Postale di Foggia, che ha operato insieme ai colleghi di Bari e Napoli. Voglio però evidenziare anche un altro aspetto. Oltre alle denunce presentate dalle compagnie assicurative quando si accorgevano che i legittimi beneficiari non avevano ricevuto le somme, è stata determinante la professionalità dei dipendenti degli istituti di credito e degli uffici postali. Di fronte a operazioni anomale hanno effettuato segnalazioni e presentato denunce. Da quelle verifiche è stato possibile ricostruire l'intera vicenda investigativa".
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