A Vieste la stagione turistica 2026 parte tra incertezze e poco personale: "A maggio solo costi"

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A Vieste la stagione turistica è in procinto di partire, almeno nelle premesse. Sui lungomari i primi segnali ci sono già: qualche ombrellone spuntato prima del tempo, operai al lavoro, stabilimenti che si rimettono in piedi dopo l’inverno. Ma basta una giornata storta per fermare tutto: “Se piove non puoi fare niente, non puoi neanche piantare i paletti”, commenta a l’Attacco Michele Giarrusso, presidente provinciale del Sindacato Italiano Balneari. “Non è che apri come un negozio, alzi la serranda e via. Qui ci vuole tempo, lavoro, organizzazione”.
E infatti si va a vista. Chi può anticipa, chi aspetta. Ma una cosa è certa: entro il 23 maggio bisogna essere operativi: “Siamo obbligati ad aprire, non è neanche una scelta”, dice ancora Giarrusso. E il tono non è proprio entusiasta: “A maggio sono solo costi. Te lo dico chiaramente: non c’è un lido a Vieste che copre le spese in quel periodo. Nessuno. È un obbligo che non ha senso”. Perché il problema è semplice: la gente ancora non c’è. O meglio, c’è ma non è quella che riempie la spiaggia: “Se la giornata è bella apriamo comunque, non serve che ce lo impongano.”-  aggiunge -  “Se non apriamo vuol dire che non c’è movimento, è  inutile forzare”. Nel frattempo, però, qualcuno ha già deciso di partire. Al Lido San Lorenzo sono già avanti: “Siamo operativi, abbiamo messo anche gli ombrelloni”, racconta a l’Attacco Pasquale Tatalo:  “Le prenotazioni stanno arrivando, quello sì. Però un po’ di preoccupazione c’è”. Il riferimento è, naturalmente, allo scenario internazionale, fatto di guerre, tensioni, prezzi che salgono: “È una situazione che abbiamo già vissuto”, osserva,  “quando è iniziata la guerra in Ucraina c’era la stessa incertezza. Poi alla fine la stagione è andata bene, però gli aumenti li abbiamo sentiti tutti”. Anche quest’anno il rischio è quello, ma con una variabile in più: “Se aumentano i costi dei voli, degli spostamenti, molti italiani resteranno qui”, ragiona Tatalo. “E questo può essere un vantaggio per il turismo interno. Però dall’altra parte c’è anche chi non parte proprio, perché non ce la fa”.

È un equilibrio fragile. Lo si vede anche nelle scelte fatte per questa stagione: “Noi abbiamo abbassato un po’ i prezzi”, dice. A complicare ulteriormente la situazione, poi, c’è anche una memoria recente che pesa più del previsto. Non una banale sensazione, bensì qualcosa che gli operatori hanno già toccato con mano: “L’anno scorso abbiamo avuto un calo di presenze sotto l’ombrellone, e non solo qui ma a livello nazionale”- spiega Tatalo -  “Poi magari qualcuno ha detto che a Vieste non si è sentito, ma parlando tra colleghi la cosa è emersa eccome”.
Numeri che, anche senza crolli evidenti, hanno lasciato il segno. “Secondo me la gente oggi è più attenta alla spesa”, aggiunge, “valuta tutto, anche il costo dell’ombrellone, anche il pranzo. Non è più come prima che si veniva senza pensarci troppo”. Ed è proprio questa prudenza diffusa che rende difficile fare previsioni nette. Perché il movimento c’è, ma non è detto che si trasformi automaticamente in consumi.

La scelta di rivedere i costi, tuttavia, non è stata condivisa da tutti. Al Paradiso Selvaggio, per esempio, la linea è diversa: “I prezzi li abbiamo lasciati più o meno uguali”, dichiarano a l’Attacco Rita Solitro e Aldo Abbate. “Già c’è crisi, se iniziamo ad aumentare ogni anno non finiamo più. Qualcosa è salito, sì, ma poco”. Da loro il ritmo è quello di sempre: “Apriamo dopo la metà di maggio, prima non conviene”, spiegano, “ a giugno si lavora nei weekend, il resto è tutto concentrato tra luglio e agosto”. E anche la clientela è quella usuale: “Molto turismo italiano, gente dei paesi vicini”, dicono. “Ed è anche per questo che siamo fiduciosi. Chi si muove poco continuerà a venire”. Le prenotazioni, infatti, ci sono. “La gente chiama, blocca l’ombrellone per la settimana”, raccontano. E lo stesso conferma Giarrusso: “Siamo in linea con l’anno scorso, non vediamo grandi differenze né in positivo né in negativo”.

Ma sotto la superficie c’è un’altra storia. Perché se la domanda tiene, è l’organizzazione che scricchiola. E il problema è sempre quello: il personale. “È sempre più difficile”, ammettono Solitro e Abbate senza girarci intorno. “Si arriva all’ultimo, si apre anche sotto organico e poi si vede. È diventata una cosa normale ormai”. Un problema che, secondo Tatalo, va preso di petto: “Non possiamo più ragionare su tre mesi di lavoro.” - osserva -  “I ragazzi vanno via, trovano di meglio altrove. Bisogna cambiare sistema, garantire più mesi, altrimenti non li tieni”. E qui si apre il discorso più ampio della destagionalizzazione, parola che si sente ovunque, ma che nei fatti resta lontana: “Tutti la conoscono, ma pochi la fanno davvero”, dice Tatalo. “Non abbiamo più scuse: c’è l’aeroporto, il territorio è forte, ma manca la mentalità”. Il problema, però, non è solo trovare qualcuno. È trovare qualcuno che resti. Ed è qui che molti iniziano a perdere terreno. “I ragazzi oggi fanno altre scelte.”, racconta Tatalo. “Dopo la scuola vanno via, vanno all’estero, trovano lavori più lunghi, più continui, non si accontentano più di tre mesi”. Un cambiamento che negli ultimi anni è diventato sempre più  evidente: “Io insegno anche all’alberghiero e lo vedo direttamente”, nota. “Molti ragazzi dopo il diploma lasciano proprio l’Italia”. E questo incide direttamente sulle attività: “Se vuoi personale formato, devi garantirgli qualcosa in più”, dice, “oppure  ti ritrovi sempre con gente nuova, da formare ogni anno, e non è semplice”. Sulla stessa linea anche Solitro e Abbate: “Molti chiudono prima perché non hanno personale”, spiegano. “Non perché non vogliono lavorare. Se potessero resterebbero aperti”.

E poi c’è il nodo più spinoso di tutti: i bagnini. “Non si trovano”, dice secco Giarrusso. “E noi dobbiamo averne due, obbligatoriamente, dalla mattina alla sera”.  Un obbligo che grava e non poco, soprattutto in un periodo come maggio: “I ragazzi stanno ancora a scuola”, spiega, “il brevetto lo prendono a giugno. Come fai a coprire dal 23 maggio? Ti devi arrangiare, ti metti tu, fai i salti mortali”. E da qui parte uno sfogo che è anche una denuncia: “Siamo l’unica attività che assume personale per un servizio pubblico”, dice. “Il bagnino non può nemmeno lavorare dentro lo stabilimento, deve stare fuori, sulla battigia. È sicurezza in mare, è un servizio per tutti. Ma lo paghiamo noi”. Un paradosso che nel settore conoscono bene.  “Se succede qualcosa in spiaggia libera, interviene il nostro bagnino”, aggiunge. “Il mare non è nostro, è pubblico, però la responsabilità ricade su di noi”. E mentre si parla di regole, obblighi, costi, resta sempre il fattore più imprevedibile: il tempo: “Il lido vive sul clima”, dice Giarrusso. “Se non si può fare il bagno, la gente non resta, non passa la giornata”. È anche per questo che, alla fine, la stagione vera resta sempre quella. Due mesi scarsi, più qualche weekend: “Finché non arrivi a fine maggio, inizio giugno, il movimento non c’è”, dice. “E infatti il grosso è sempre luglio e agosto”.

Tutto il resto è tentativo, esperimento, a volte perdita. E allora la stagione che sta per iniziare è un po’ come le altre, ma con qualcosa in più. Più incertezze, più costi, più fatica a tenere insieme tutto. Ma anche la solita ostinazione di chi, ogni anno, riparte comunque.
“Un imprenditore deve essere fiducioso per forza”, conclude Tatalo. E forse è proprio questo il punto. Si parte lo stesso. Anche se non è mai semplice. Anche se, sotto sotto, tutti sanno che la vera partita si gioca sempre negli stessi, pochi, giorni d’estate.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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