Zapponeta, viaggio nel paese che i numeri descrivono povero e che invece resiste: le storie di chi rimane

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Zapponeta è quasi in fondo alla classifica regionale dei redditi dichiarati. Secondo gli ultimi dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze, il comune rivierasco di Capitanata si colloca al 256esimo posto su 257 in Puglia, con 2.521 contribuenti e un reddito medio di 12.316 euro. Sopra soltanto Roseto Valfortore, della stessa provincia. Un numero che, letto in modo isolato, restituisce l’immagine di un territorio in forte difficoltà. Ma quei numeri, da soli, non bastano a spiegare davvero come si vive tra queste strade affacciate sull’Adriatico. Anche perché il dato Irpef non intercetta una fetta rilevante dell’economia agricola diffusa. Per questo l’Attacco ha deciso di attraversare il paese, percorrerne l’asse principale, entrare nelle attività, fermarsi a parlare con chi qui vive e lavora ogni giorno. L’ingresso è quello dello stradone principale, segnalato dal cartello che rivendica: “Zapponeta, paese di Nicola Di Bari”. È mattina, poco dopo le dieci. Il cielo è coperto e il via vai è contenuto. Dopo una stazione di servizio, la prima attività è un supermercato. All’interno poche persone. Scaffali ordinati. Un clima sospeso. La titolare non ha voglia di esporsi. Alla richiesta di raccontare la situazione risponde in modo secco, quasi infastidito. “Guardate, qui non c’è molto da dire. C’è crisi, e si vede tutti i giorni”. Poi si sottrae, chiudendo il discorso senza ulteriori dettagli. Poco più avanti, un negozio di casalinghi. Dietro al bancone un uomo straniero, probabilmente indiano, che si schermisce e preferisce non entrare nel merito. “Non parlo bene italiano, meglio di no”, dice con un sorriso cortese, lasciando intendere una difficoltà reale ma anche una certa cautela. Il primo racconto compiuto arriva poco dopo, in uno dei panifici storici del paese. Dietro il banco c’è Martina. Accento milanese, modi diretti. Tra un cliente e l’altro trova il tempo per articolare un punto di vista più ampio. “Questo forno è un punto di riferimento da sempre. Appartiene alla famiglia della titolare Annamaria Papicchio da generazioni. Come questo ce ne sono altri tre, poi diversi bar, macellerie, alimentari. È un paese piccolo ma le attività non mancano. Si vive soprattutto di agricoltura, poi c’è la pesca e una parte legata al mare, con i lidi e il campeggio”. Le mostriamo i dati del Ministero. “Sinceramente non mi trovo. È vero che non siamo un paese ricco, ma non vedo miseria diffusa. Qui la gente lavora, si organizza, va avanti. Non è un posto dove manca il necessario. Anzi, spesso si vive anche meglio che altrove, perché i costi sono più bassi e c’è una rete di relazioni forte”. Le difficoltà non vengono negate. “Negli ultimi mesi è stato complicato, soprattutto per il maltempo. Qui vicino, Ippocampo si è completamente allagato. L’agricoltura ha sofferto, la pesca pure. Quando salta quello, inevitabilmente si ripercuote su tutto il resto. Però non è una situazione disperata. È una fase, come ce ne sono state altre”. Martina racconta anche la sua scelta personale. “Io sono venuta da Milano, qui ho mia nonna. Vivo da sola e sono in affitto. Trovare casa non è stato semplice, perché comunque è una località di mare e in estate i prezzi salgono. Questo già dice qualcosa sul fatto che non è un paese fermo. Nei mesi estivi cambia completamente ritmo. Al forno abbiamo la fila che arriva all’ortofrutta qui vicino, lavoriamo senza sosta”. Poi il tema delle aziende locali. “Ci sono realtà agricole importanti, ben strutturate, che danno lavoro. E ci sono giovani che provano a costruirsi qualcosa qui. Certo, molti partono. È normale. Ma non è vero che non resta nessuno. Il lavoro nero esiste, come ovunque. E spesso i dati ufficiali non lo considerano. Questo incide sul reddito dichiarato, ma non racconta tutto quello che realmente circola. In generale, la gente qui non si fa mancare nulla. Anzi, il tenore di vita è anche piuttosto elevato rispetto alla media”. Uscendo dal panificio, il corso continua tra attività che portano i segni del tempo ma anche della continuità. Una rivendita di ortaggi, una macelleria storica che, secondo chi passa, supera i sessant’anni di attività. “Questa macelleria è qui da sempre. Se fosse andata male, non sarebbe durata così tanto”, racconta un residente. Poco più avanti, una realtà diversa, più legata ai servizi. L’insegna Corsystem Connecting World introduce a un piccolo centro tecnologico. All’interno un uomo alto, Vincenzo D’Arienzo, ci accoglie e racconta con precisione. “Qui la base economica è quella che sapete, agricoltura e pesca. E in questo periodo entrambe stanno vivendo una fase complicata, soprattutto per il clima. Però non significa che il paese sia fermo o senza prospettive”. Fornisce un dato concreto. “A Zapponeta ci sono circa ventidue-ventitré licenze di pesca. Vuol dire che ci sono famiglie che vivono di questo, che escono ogni giorno. È un settore ancora molto presente”. La sua storia personale si intreccia con quella dell’attività. “Questa azienda l’ha fondata mio fratello Antonio una decina di anni fa. Dopo la sua scomparsa in un incidente stradale, io e mio fratello Simone abbiamo deciso di tornare. Io ero a Milano e lui a Pescara, ma non volevamo che tutto finisse. È stata una scelta anche affettiva, oltre che professionale”. Oggi il bilancio è positivo. “Siamo tra i pochi a offrire servizi di connettività qui. Facciamo internet, telefonia, assistenza, videosorveglianza. Abbiamo investito molto e continuiamo a farlo. Il lavoro c’è, cresce, e abbiamo anche dei collaboratori. Questo dimostra che qualcosa si può costruire anche qui”. Il legame con il territorio è forte. “Zapponeta è molto attiva dal punto di vista sociale. C’è partecipazione, ci sono iniziative. Io collaboro con il Banco di Solidarietà, che fa collette alimentari per le persone in difficoltà economica, per esempio, e organizzo una Festa del Dono in memoria di mio figlio Antonio, che non c’è più, per raccogliere giocattoli da destinare ai bambini. Sono cose importanti, che coinvolgono tante persone. Questo dice molto su che tipo di comunità è”. Arrivati nella piazza principale, il tempo sembra rallentare ulteriormente.

Qualche anziano seduto, pochi movimenti, la chiesa che domina lo spazio. Intorno alcuni bar e uno sportello bancario. In uno dei locali, il titolare Giacomo Antonio De Feo racconta la sua esperienza. “Gestisco questo bar da tre anni. Posso dire che, per quanto mi riguarda, le cose vanno abbastanza bene. Non ho visto un peggioramento drastico. Si lavora, con i ritmi di un paese come questo”. Anche qui torna il tema dei settori principali. “Agricoltura e pesca sono il cuore. Se vanno bene loro, gira tutto. Se rallentano, si sente. Ultimamente, con il maltempo, qualche difficoltà c’è stata. Però non è una situazione diversa da quella di tanti altri posti”. La stagionalità incide. “Il vero salto si vede in estate. Arriva gente, si riempiono i locali, cambia completamente l’atmosfera. Qui si lavora tanto in quei mesi e questo aiuta a sostenere il resto dell’anno”.

Al tavolo, alcuni clienti abituali intervengono. “Il paese non è abbandonato. L’amministrazione si muove, organizza eventi, crea occasioni. Questo porta persone e lavoro. Certo, non risolve tutto. Ma è importante”. Il mare è a pochi passi. I lidi, ancora chiusi in questo periodo, appaiono curati, pronti per la stagione. Segni di un’economia che, pur con dimensioni limitate, si appoggia anche sul turismo. Alla fine della giornata, la distanza tra i numeri e la percezione resta evidente. Zapponeta non appare come un luogo fermo o segnato da una povertà diffusa nel senso più estremo. Le difficoltà sono riconosciute, soprattutto nei settori chiave e in relazione alle condizioni climatiche. Ma accanto a questo emergono storie di attività che resistono, di imprese che nascono, di persone che scelgono di restare o tornare. Il reddito medio dichiarato fotografa una parte della realtà, ma non la esaurisce. L’altra parte è fatta di lavoro quotidiano, di economie sommerse o non rilevate, di stagionalità e adattamento. Un equilibrio fragile, ma ancora in piedi. 

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testatina dillo al direttore WEB

 

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